Elisa Nanini – Cosa resta dei vetri

René Magritte – La lunette d’approche (1963)

Quello di Elisa Nanini (modenese, classe 1994) è uno degli esordi poetici più interessanti letti nel corso di quest’anno. La sua prima raccolta s’intitola Cosa resta dei vetri ed è uscita nel 2020 per Corsiero Editore nella collana Strumenti umani diretta da Alberto Bertoni.
Dalla nota critica pubblicata in calce alla raccolta e curata dallo stesso Bertoni, estrapoliamo un breve brano:
“Cosa resti dei vetri è quesito tutt’altro che retorico e in ogni caso allusivamente polisemico, a maggior ragione se esposto con tanta perentorietà nell’evidenza affermativa del titolo. Del libro d’esordio della modenese Elisa Nanini, invece, si sa bene cosa resta, dopo averlo letto: un’acquisizione permanente di consistency, per dirla con l’Italo Calvino delle estreme Lezioni americane, vale a dire di tenuta autentica della tessitura che intreccia le sue singole componenti, le tre sezioni nelle quali il macrotesto è suddiviso e queste tra loro. Non ne affiorano, infatti, parti inerti né immagini o metafore fini a se stesse: tutto concorre semmai a un’unità d’insieme. Ed è tanto più rilevante, tale esito, se si tiene nella dovuta considerazione il gioco prolungato di specchi e di sottili (auto) inganni retorici cui l’autrice sottopone i lettori, inscenando un’ingenuità espositiva che in realtà non appartiene affatto alla sua esperienza di lettrice e di spettatrice raffinata e onnivora della poesia tanto in pagina quanto in scena.”
Di seguito una breve selezione di testi tratti da Cosa resta dei vetri.

Dalla sezione FILI D’ACQUA PIOVANA:

Perderti ma non perderti

Un sacchetto volato via
non è fuori posto su un albero.
A volte pensare è scivolare
nel tuo armadio disabitato,
la meraviglia pienezza di senso:
di non sola terra scrive la Terra
il rumore dell’anta
sul cemento batte le dita
e non puoi farne a meno.
Perderti ma non perderti
è forma di ogni tetto
qualcosa che assomiglia a una preghiera
grigia di parole invecchiate
l’erba del nulla
miracoloso che ci unisce. L’acqua
scricchiola sotto.
Oggi ti sento e non so dirti
più che indicibile,
dietro il nylon inarcato a ponte
volerti bene è figlio del figlio,
filo,
taglio tanto da essere vivo.

* * *

Urlo

La macchina non si trova.

Nel parcheggio siamo voci all’indietro
frecce impazzite e bussola.
Brividi fermi coi chiodi d’inverno
davanti sfila tutto,
tutto si riapre:

rimbombo di sassi sull’acqua
affanno
un pugno inaccessibile.

Una foglia per volta usciamo
una foglia per volta ci strappiamo
quell’urlo, anche se esiste.

* * *

Dalla sezione LE DIAGONALI DELLA LUNA:

Tra tutti senza traccia

Scorrono incatenate ai vetri
le figure scampate ai detriti
del vortice. Il cane taglia la strada
l’auto cerca tregua, un signore
ignoto saluta — perché? — il vento
colpisce l’ombrello invisibile,
il piccione taglia la strada.
I fari falciano le ombre, ci cercano
tra tutti senza traccia.
Forse nelle pennellate fiamminghe
soli ritroveranno i nostri volti
in una metamorfosi
di direzione senza indifferenza.

* * *

E macchiati silenzi

Il padre e la figlia la guardano
la madre guarda la notte, una tavola
di sospensione sparecchia
l’ora tradita e tinte parallele,
attraversa una grata
in cerca di conchiglie a riva.
C’è un posto che fugge
le città deluse, dentro la porta
radici illimitate affondano
l’elenco della tisana fumante,
i numeri primi che salvano
divisibili solo
per uno e loro stessi
conservando lo zucchero
dei gesti calati nella nebbia
sonnambula. Forse dormire
scava buche a terra per stringere
le mani di chi non regge più pesi,
forse impossibile
appoggia un pezzo di coperta
su cerotti che tornano

e macchiati silenzi.

* * *

Dalla sezione LE TEGOLE DEL VENTO:

Cosa resta dei vetri

Musiche immobili, scarnificate
di vacanze già respirate
sono qui, ad aspettare che mentano
il clic di un interruttore, i notturni
verdi vetri levigati dalle onde.
Ma lo senti, serio sul viso
una cartolina non destinata
una pietra lanciata troppo avanti
arresa chissà dove
tra gli odori pungenti dell’estate
che si sbriciola nella folla:
le bancarelle brillano agitate
vele incendiate
negli incroci, nelle vie incrinate
di luce in luce arenate nel vento
chiamato, scorporato
incapace di riconoscersi.

* * *

Lasciare il vento

Mi dicevi che ieri eri
solo la lacrima disabitata
di un orizzonte
senza Non ti scordar di me
una rugiada della ruggine.
L’orologio risuona il porto
corrode la buccia delle custodie
il cielo trasformato di continuo
ha il sentimento del mimo
nella scia degli aerei.
Ascolta un paradosso libero
la chiave che non gira le fessure:
la fine dell’alba scioglie i suoi lacci
di lanterne più forti nell’aurora.
Secchielli aperti
invertono la mano sulla sabbia,
le nostalgie più profonde
sanno lasciare il vento

(Elisa Nanini, Cosa resta dei vetri, Corsiero Editore, 2020)

Elisa Nanini (Modena, 1994) laureata in Lettere moderne all’Università di Bologna, sta proseguendo gli studi umanistici in Italianistica, Culture letterarie europee, Scienze linguistiche all’interno del medesimo ateneo. I suoi versi sono stati selezionati nello spazio La bottega di Poesia de La Repubblica, edizione di Bologna (maggio 2019), e in occasione dei concorsi poetici Mosse di Seppia Cafè Vol. V (2019) e Rimalmezzo (2020).

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