DFW, otto anni dopo

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Ralph Goings – Golden Dodge (1971)

Il 12 settembre del 2008 David Foster Wallace viene trovato morto nella sua casa di Claremont dalla moglie Karen Green.
Ci ha lasciato una produzione impressionante, per quantità e qualità.
Eppure, quelle migliaia di pagine sono poche in confronto a quelle che avrebbe potuto ancora scrivere, considerando che ha messo fine alla propria vita a 46 anni.
Mi sono chiesto che cosa postare per rendergli omaggio, quale brano estrapolare dalla sua torrenziale, labirintica, immaginifica, brillante, tragica, divertente scrittura.
Qualunque frammento, preso a caso, potrebbe vivere autonomamente.e sarebbe indicativo della potenza che sprigiona dalle pagine di DFW.
Però un intero racconto breve sarebbe stato meglio ed ecco che lo stesso DFW mi è venuto in soccorso. Sfogliando la raccolta di racconti Brevi interviste con uomini schifosi, ecco riapparire questo breve botta e risposta tra due genitori in procinto di divorziare.
Otto anni dopo la sua morte DFW ci manca e ci mancherà ancora, negli anni a venire.

Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (VI)

Trascrizione ricomposta della fine del matrimonio fra i genitori del signor Walter D. (“Walt”) DeLasandro jr., maggio 1956

– Non ti amo più.
– Idem con patate.
– Divorziamo e vaffanculo.
– Mi sta bene.
– E come la mettiamo con la casa mobile.
– Io so solo che mi prendo il camion.
– Vuoi dire che io mi prendo la casa mobile e tu ti prendi il camion.
– Io dico solo che quel camion là fuori è mio.
– E col ragazzino come la mettiamo.
– Per il camion dici?
– Vuoi dire che lo vorresti?
– Tu vuoi dire qualcos’altro?
– Ti sto chiedendo se stai dicendo che lo vorresti.
– Allora sei tu a dire che lo vorresti.
– Sta’ a sentire io mi prendo la casa mobile tu ti prendi il camion e per il ragazzo tiriamo a sorte.
– E’questo che stai dicendo?
– Adesso ci mettiamo qui e tiriamo a sorte.
– Vediamo un po’.
– Ma che Cristo è solo un quarto di dollaro.
– Vediamo e basta.
– Dài che aspetti.
– E va bene.
– Io tiro tu scegli?
– E se tiro io e tu scegli?
– Smettila di cazzeggiare.
(David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, Einaudi 2010, traduzione di Ottavio Fatica e Giovanna Gramato)

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David Foster Wallace (1962-2008)

 

 

 

 

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Le macerazioni di Nina Maroccolo

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Antoni Tàpies – Grey And Green Painting (1957)

“Le Macerazioni sono necessarie, ci portano alla consapevolezza di piccole grandi verità che eguagliano Natura e Uomo. Ed è raro. E non è lieve.” (Nina Maroccolo)

Di lei potremmo dire che è un’artista poliedrica, ma diremmo una banalità e lei non è certo una donna banale.
Potremmo, parlando di lei, tirare in ballo la poesia, la fotografia, la musica, le arti visive e sinceramente non sapremmo dove classificarla. Forse in ognuna di queste arti, o forse al di sopra, di certo non al di fuori.
Perché lei è nell’arte ed è nel quotidiano, con la sua presenza fortemente fragile, netta e definita.
Le sue Macerazioni sono fatte di foglie, di terra, di legno, di acqua, di suoni.
Sono parole in musica, piccoli universi in cornice, sono la Natura  e la Donna.
Lei si macera attraverso i versi e le immagini, scompone gli uni e ricompone le altre: tra i colori decodificati si può vedere l’anima.

 

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La locandina dell’evento (grafica di Emiliano Pietrini)

Nina Maroccolo – “MACERAZIONI”
Mostra d’arte fotografica
presso “Immaginaria Arti Visive Gallery”
Venerdì 9 settembre 2016 ore 18:00

Introduzione di:
Plinio Perilli
Performance sonora di
Nina Maroccolo & Globoscuro (Emiliano Pietrini)
“Partiture Vegetali”
(dialogo sonoro tra poesia ed improvvisazione concreta)Third Eye Factory
Maria Felix Korporal & Astrid Astra Indricane
Prima proiezione pubblica del video
“Tombeau”

Letture di poeti amici – “Gli Inesplorati Confini”
Lucia Guidorizzi
Helene Paraskeva
Enea Roversi

 

Nina Maroccolo: di lei possiamo dire che ha il cuore grande.

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Nina Maroccolo a Bologna in Lettere 2015 (foto di Enea Roversi)

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Guido Gozzano, a cento anni dalla morte

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John Atkinson Grimshaw  – Knostrop Hall, Early Morning

Cento anni fa esatti, il 9 agosto 1916, moriva Guido Gozzano.
Aveva appena trantadue anni: fu la tubercolosi a portarlo via.
E’ giusto ricordarlo perché ha lasciato un segno importante nella poesia italiana.
E’ giusto ricordarlo perché la sua modernità è stata giustamente riconosciuta, seppur in ritardo, superando gli stretti confini di definizioni quali decadentismo e crepuscolarismo.

Totò Merùmeni

I

Col suo giardino incolto, le sale vuote, i bei
balconi secentisti guarniti di verzura,
la villa sembra tolta da certi versi miei,
la villa sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura…

Pensa migliori giorni la villa triste, pensa
gaie brigate sotto gli alberi centenari,
banchetti illustri nella sala da pranzo immensa
e danze nel salone spoglio da gli antiquari.

Ma dove in altri tempi giungeva Casa Ansaldo,
Casa Rattazzi, Casa d’Azeglio, Casa Oddone,
s’arresta un’automobile fremendo e sobbalzando,
villosi forestieri picchiano la gorgòne.

S’ode un latrato e un passo, si schiude cautamente
la porta… In quel silenzio di chiostro e di caserma
vive Totò Merùmeni con una madre inferma,
una prozia canuta ed uno zio demente.

II

Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,
molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,
scarso cervello, scarsa morale, spaventosa
chiaroveggenza: è il vero figlio del tempo nostro.

Non ricco, giunta l’ora di “vender parolette”
(il suo Petrarca!…) e farsi baratto o gazzettiere,
Totò scelse l’esilio. E in libertà riflette
ai suoi trascorsi che sarà bello tacere.

Non è cattivo. Manda soccorso di danaro
al povero, all’amico un cesto di primizie;
non è cattivo. A lui ricorre lo scolaro
pel tema, l’emigrante per le commendatizie.

Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti,
non è cattivo. È il buono che derideva il Nietzsche
“… in verità derido l’inetto che si dice
buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti…”

Dopo lo studio grave, scende in giardino, gioca
coi suoi dolci compagni sull’erba che l’invita;
i suoi compagni sono: una ghiandaia ròca,
un micio, una bertuccia che ha nome Makakita…

III

La Vita si ritolse tutte le sue promesse.
Egli sognò per anni l’Amore che non venne,
sognò pel suo martirio attrici e principesse
ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.

Quando la casa dorme, la giovinetta scalza,
fresca come una prugna al gelo mattutino,
giunge nella sua stanza, lo bacia in bocca, balza
su lui che la possiede, beato e resupino…

IV

Totò non può sentire. Un lento male indomo
inaridì le fonti prime del sentimento;
l’analisi e il sofisma fecero di quest’uomo
ciò che le fiamme fanno d’un edificio al vento.

Ma come le ruine che già seppero il fuoco
esprimono i giaggioli dai bei vividi fiori,
quell’anima riarsa esprime a poco a poco
una fiorita d’esili versi consolatori…

V

Così Totò Merùmeni, dopo tristi vicende,
quasi è felice. Alterna l’indagine e la rima.
Chiuso in sé stesso, medita, s’accresce, esplora, intende
la vita dello Spirito che non intese prima.

Perché la voce è poca, e l’arte prediletta
immensa, perché il Tempo – mentre ch’io parlo! – va,
Totò opra in disparte, sorride, e meglio aspetta.
E vive. Un giorno è nato. Un giorno morirà.

(Guido Gozzano)

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Guido Gozzano (1883-1916)

 

 

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2 agosto, ancora una volta

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Renato Zangheri e Sandro Pertini

Un altro 2 agosto è trascorso e ogni volta senti qualcosa nello stomaco.
Ogni anno lo stesso caldo, lo stesso sole, lo stesso cielo immobile.
Lo stomaco, sì, ma anche nella testa c’è qualcosa che si muove.
Chi c’era, trentasei anni fa, ripensa a dov’era in quel preciso istante: quelle 10.25 in cui la storia di una città cambiò per sempre, in cui si aprì quella ferita mai ricucita.
La foto dell’orologio fermo la conoscono tutti: quell’orologio è ancora lì, non è cambiato.
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Noi, nel frattempo, siamo cambiati. Bologna è cambiata, l’Italia è cambiata.
Agli storici, ai sociologi, ai filosofi lascio dire se i cambiamenti sono stati in meglio o in peggio. Il dolore e la rabbia, quelli si ripropongono uguali ogni anno.
Anche la politica è cambiata ed ecco che mi è tornata in mente l’immagine di due uomini politici. La foto fu scattata il 6 agosto 1980 e ritrae Renato Zangheri e Sandro Pertini, insieme sul palco in Piazza Maggiore, ai funerali delle vittime della strage.
L’anziano Presidente della Repubblica appoggia la mano sul podio da cui il sindaco parla alla piazza, una piazza piena di lacrime e sudore.
Entrambi hanno il volto tirato: rappresentano le istituzioni in quel momento, ma dalle loro espressioni traspare pure lo sgomento e il dolore di un’intera comunità.
Forse è in questo che siamo cambiati, forse non abbiamo più quella capacità di stringerci insieme come comunità.
Forse siamo più egoisti, più rassegnati o nel peggiore dei casi tendenti al qualunquismo più becero: del resto, la politica non esprime più la dignità e l’autorevolezza che troviamo in quei due volti.

* * * * * * *

Tragico Alverman dà voce ai poeti, come sempre.
Per questa giornata ha scelto Non gridate più, di Giuseppe Ungaretti, dalla raccolta Il dolore.

Non gridate più

Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.

(Giuseppe Ungaretti)

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Giuseppe Ungaretti

 

 

 

 

 

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Premio Lorenzo Montano: i risultati finali

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Joe Goode – Clouds (1973)

Come ogni anno, in luglio, ecco i risultati finali del Premio di Poesia Lorenzo Montano, giunto quest’anno alla 30^ Edizione.
Il Premio è stato organizzato come sempre dalla rivista Anterem, la giuria era composta da Giorgio Bonacini, Laura Caccia, Davide Campi, Mara Cini, Flavio Ermini, Marco Furia, Rosa Pierno, Ranieri Teti.
Questi sono i vincitori delle varie sezioni del Premio:
Una raccolta inedita: Sinopia, di Luigi Severi
Una prosa inedita: Rovescio, di Michele Cappetta
Una poesia inedita: Amanda fiore o tartaruga, di Viviana Scarinci
Opera edita: Una lucida disperazione, di Piera Oppezzo, Interlinea Edizioni (2016).
Le premiazioni di segnalati, finalisti e vincitori si terranno a Verona sabato 12 e sabato 19 novembre 2016, nell’ambito del “Forum Anterem 2016”.
Di seguito i link con l’elenco completo degli autori, divisi per sezione:
Una raccolta inedita
Una prosa inedita
Una poesia inedita
Opera edita

anterem

 

 

 

 

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Ashraf Libero!

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La vicenda del poeta palestinese Ashraf Fayadh è ormai tristemente nota.
Accusato di apostasia, diffusione dell’ateismo e bestemmie contro Dio e il suo profeta, è stato dapprima condannato a morte, condanna in seguito tramutata in otto anni di prigione e ottocento (ottocento!) frustate. Succede oggi, in Arabia Saudita.
Non ho idea di che cosa possano essere ottocento frustate, non credo che siano una condanna inferiore alla morte: trovo tutto questo orribile e basta.
Scrive il poeta iracheno Gassid Mohammed: Il poeta lotta con il pensiero e con la parola. Se un poeta viene condannato a morte per le sue parole e i suoi pensieri, questo non significa la morte del poeta, ma del pensiero e della parola. ”
Giovedì 28 luglio 2016 sarà la giornata mondiale a sostegno di Ashraf Fayadh, con letture poetiche in varie parti del mondo.
A Bologna, sotto l’organizzazione di Gassid Mohammed e de La Macchina Sognante, ci sarà una lettura presso la Libreria Ubik, Via Irnerio 27, dalle ore 17.30 in avanti.
Introduzione di Gassid Mohammed e letture di: Silvia Secco, Claudia Zironi, Marina Mazzolani, Maria Luisa Vezzali, Mirella Santamato, Loredana Magazzeni, Pina Piccolo, Enea Roversi, Daniele Barbieri, Alessandro Brusa, Domenico Segna.
Di seguito il link della pagina Facebook riguardante l’evento:

https://www.facebook.com/events/1185849388103338/

Per approndimenti sul caso di Ashraf, di seguito il link dell’articolo pubblicato su La Macchina Sognante:

http://www.lamacchinasognante.com/la-morte-e-vetro-la-poesia-e-luce/

 

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Poesia per riflettere #2: Nazim Hikmet

Marc Chagall - Guerre III - 1956-57

Marc Chagall – Guerre III (1956-57)

Quando le parole sono di troppo, quando è meglio il silenzio, ecco che ci arrivano in soccorso i versi dei poeti.
Nazim Hikmet, per esempio.

Da: Lettere dal carcere a Munevvér – Prigione di Bursa (Anatolia)

Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le rose lontane
amo in te l’impossibile

entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne

amo in te l’impossiible
ma non la disperazione.

(1943)

 

Se per i buoni uffici del Signor Nuri spedizionere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l’aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo dccinnn…

due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d’argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì

ti farei sedere sull’orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l’aria e l’acqua d’Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l’osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia
ma sta’ attenta
sta’ attenta a non dirmi “avvicinati”
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento.

(1944)

 

Da: In esilio

Arrivederci fratello mare

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

(Varna, 1951)

 

Prima che bruci Parigi

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul tuo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume sacro della notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

(Parigi 1958)

 

nazim hikmet

Nazim Hikmet

Nazim Hikmet nasce a Salonicco nel 1902, da una famiglia aristocratica turca. Appena diciottenne fugge in Anatolia per partecipare alla guerra di liberazione guidata da Ataturk. Nel 1921 aderisce al movimento rivoluzionario sovietico. Emigra a Mosca, dove incontra Lenin, Esenin e Majakovskij. Nel ’28 pubblica a Baku il suo primo libro di poesia. Rientrato clandestinamente in Turchia nel ’29, viene arrestato e incarcerato per sette mesi. Nel 1938 è processato e condannato a ventotto anni di carcere. Ne sconta dodici in Anatolia. Torna in libertà nel ’50, grazie alla campagna a suo favore promossa da un gruppo di scrittori e intellettuali. Dopo un breve periodo a Istanbul, si trasferisce di nuovo in Unione Sovietica (dove scrive e pubblica), vivendo in una dacia nei pressi di Mosca. La sua fama è mondiale, i suoi libri sono tradotti in numerosissimi paesi. Viaggia molto: nel 1961 è a Cuba, più volte è anche in Italia. Il 3 giugno 1963 muore a Mosca colpito da un infarto.

Testi e note biografiche tratti da: Nazim Hikmet, Poesie (2006, Gruppo Editoriale L’Espresso su licenza di Arnoldo Mondadori Editore) per la serie Poeti del Mondo, a cura di Maurizio Cucchi.
Poesie d’amore (2002, Arnoldo Mondadori Editore), traduzione di Joyce Lussu.

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Poesia per riflettere #1: Bertolt Brecht

Marc Chagall - Guerre II - 1956-57

Marc Chagall – Guerre II (1956-57)

Tempi bui, giornate tristi, fiori, campane a morto.
I notiziari sono bollettini di guerra: la conta delle vittime non ha fine.
Ogni parola è ormai un rumore inutile: meglio il silenzio.
Proviamo con i versi dei poeti, perché ci aiutino a riflettere.
Bertolt Brecht, per esempio.

Lode della dialettica

L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.
Gli oppressori si fondano su diecimila anni.
La violenza garantisce: com’è, così resterà.
Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda
e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.
Ma fra gli oppressi molti dicono ora:
quel che vogliamo, non verrà mai.

Chi ancora è vivo non dica: mai!
Quel che è sicuro non è sicuro.
Com’è, così non resterà.
Quando chi comanda avrà parlato
parleranno i comandati.
Chi osa dire: mai?
A chi si deve, se dura l’oppressione? A noi.
A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.
Chi viene abbattuto, si alzi!
Chi è perduto, combatta!
Chi ha conosciuta la sua condizione, come lo si potrà fermare?
Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani
e il mai diventa: oggi!

(1932)

* * * * * * *

Lode del dubbio

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l’Armada salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare.

Fu così un giorno un uomo sull’inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell’infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!

Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
Che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza
e sprezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie un libro redatto da Iddio in persona,
erudito
da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.
Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo che la propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.
Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre,
tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con l’orecchio della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri di navi che affondano.
Sotto l’ascia dell’assassino
si chiedono se anch’egli non sia un uomo.
Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata, vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.
Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!

Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliarsi ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta,
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

* * * * * * *

A coloro che verranno

1

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri, sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tèma trascorrere.

Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

2

Nella città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

3

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
Fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi con indulgenza.

(1938)

Testi tratti da: Bertolt Brecht, Poesie e canzoni (Giulio Einaudi editore, 1975), a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini.

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Bertolt Brecht

Bertolt Brecht nacque ad Augusta nel 1898. Fu poeta, drammaturgo e regista teatrale.
Tra le sue opere teatrali: Baal, Tamburi nella notte, L’opera da tre soldi, Madre Coraggio e suoi figli, L’anima buona di Sezuan, Vita di Galileo. Fondò la compagnia teatrale Berliner Ensemble.
Morì a Berlino Est nel 1956.

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Paul Celan – Conseguito silenzio

Lucio Fontana - Concetto spaziale, New York 10 (1962)

Lucio Fontana – Concetto spaziale, New York 10 (1962)

La grandezza di Paul Celan non necessita di molte parole. La sua poesia è difficile, evocativa, ricca di suggestioni, tragica, sempre e comunque alta.
Alcune poesie tratte dalla raccolta Conseguito silenzio (titolo originale Die Gedichte aus dem Nachlass): si tratta di quarantadue poesie inedite tra le oltre trecento che Celan lasciò dopo la sua morte. La raccolta fu pubblicata nel 1998 da Einaudi, a cura di Michele Ranchetti, traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien.

 

L’altro

Più profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
più grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
più bianca cenere
giace sulla parola cui hai creduto.

* * * * *

Anche noi vogliamo essere,
dove il tempo dice la parola di soglia,
il millennio giovane si alza dalla neve,
l’occhio errante
si calma nella propria sorpresa
e capanna e stella
stanno nel blu da vicini di casa,
come se la strada fosse già percorsa.

* * * * *

ETA’ DELLE SCIMMIE. E
un No vivente, dall’occhio
umano entro
tutti
i lacci e versi
annodati ad arte.

Chiaro,
del doloroso colore
della speranza: grande
come la traccia
che indicò al Sì la sua via, in-
stancabile, in-
eliminabile.

Viene
una mano – non
una grinfia.

                                                             * * * * *

Questo è il momento in cui
i lupi mannari non
ce la fanno.
Nessuno
scherano più
vive.

L’uomo, vero e solo,
va ritto in mezzo
agli uomini.

                                                             * * * * *

CONSEGUITO SILENZIO:

il giudizio finale
danna le sue tube.

                                                             * * * * *

NON SPARGERMI sopra me stesso,
in me
tu hai l’in te,
che ti apre il mondo,
la briscola della carta geografica,
cui tu credi magnanima,
per amore
dei tuoi.

Paul Celan nacque nel 1920 a Cernovcy (Ucraina) e morì suicida a Parigi nel 1970.
Tra le sue opere pubblicate in italiano vanno ricordate la raccolta di saggi Verità della poesia (1993) e le raccolte poetiche Di soglia in soglia (1996), Conseguito silenzio (1998), Sotto il tiro di presagi (2001) e La sabbia delle urne (2016), tutte pubblicate da Einaudi e Poesie (1998), pubblicato da Mondadori nella serie I Meridiani.

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Paul Celan

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Francesca Del Moro e gli obbedienti

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Ho sempre provato vicinanza per quegli autori che nei loro versi trattano il trascorrere della vita quotidiana narrandone l’aspetto malinconico, a volte drammatico. Quegli autori che, per intendersi, trattano il mal du vivre. La stessa vicinanza l’ho provata leggendo l’ultimo libro di Francesca Del Moro, intitolato Gli obbedienti (Cicorivolta Edizioni, 2016).
In questa raccolta Francesca Del Moro tratta appunto di questa sofferenza: i protagonisti delle sue poesie sono donne e uomini che si muovono come automi, perfettamente (o forse sarebbe meglio dire imperfettamente) omologati, obbedienti a regole non scritte, ma ormai saldamente radicate.
Sono donne e uomini che vivono una vita di frustrazioni, alle prese con precarietà e flessibilità, con orari da rispettare, treni e autobus da non perdere, difficoltà da affrontare (spesso in solitudine).
Francesca Del Moro non si avventura nel sentiero impervio della poesia civile, termine quanto mai abusato e dietro al quale si nasconde assai spesso una brutta scrittura, ma descrive la quotidianità senza essere banale e riuscendo anzi a coinvolgere e colpire il lettore con versi incisivi.

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La raccolta si compone di novantacinque componimenti, contrassegnati ciascuno da un numero romano: alcuni di essi recano anche un titolo, come per esempio quelli in forma di haiku, che marcano il percorso della scrittura di Francesca Del Moro, quasi a scandirne i tempi di lettura.
Gli obbedienti inizia con Jobs Haiku e si conclude con Eye-ku, ma all’interno trovano posto titoli come Haiku-da-fé, Haiku del mito, Haiku-dilemma, Haiku della pecora, Social Haiku, Happy Haiku.
Scrive Anna Maria Curci, nella sua puntuale e completa postfazione: “Si rischia l’osso del collo, nell’era del precario e dell’abnorme, a  trattare una materia sfuggente, scivolosa, la sabbia mobile della grande illusione della libertà di espressione e la smisurata menzogna della flessibilità e a tenere, al contempo, il punto della ‘norma’ metrica, a procedere sulle righe di un pentagramma, divenute oramai funi sottilissime, pressoché invisibili, sulle quali avanzare – ghigno del secolo della rete – senza rete. Francesca Del Moro è ben consapevole di questo rischio, che affronta ricorrendo a una grande varietà di forme e conservando, tuttavia, unitarietà al progetto che ha delineato e che persegue, consapevole dei mezzi espressivi, di tascapane, fardelli, zavorre, di riserve di fiato e, dunque, della temerarietà dell’opera-trasvolata, del libretto-salto in cui si è lanciata.”

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Nonostante le staffilate e i pugni allo stomaco in alcuni casi assestati, la raccolta possiede e mantiene una propria musicalità: non è un caso che Francesca Del Moro scriva anche di musica e che la sua raccolta poetica precedente si intitoli Le conseguenze della musica (Cicorivolta Edizioni, 2014).
I versi possono essere visti come la colonna sonora di una giornata-tipo: dal risveglio mattutino al momento in cui si va a dormire. In mezzo stanno appunto quelle cose quotidiane di cui si diceva: le azioni, le sensazioni, la rabbia, la tristezza. Gli obbedienti lavorano a testa china, ma saranno pur sempre pronti a sfoderare il loro migliore sorriso per il momento dell’happy hour: alla precarietà della vita ci si penserà il giorno dopo.
Alcuni estratti da Gli obbedienti:

III

Guardi il display con la tavola
ridente e la sfoglia Buitoni
i cartelloni con le bocche
spalancate per la gioia
delle cose.

Bisogna vendere cose
vendere sempre vendere
le cose.

Tu marci con gli altri
nel grigio mattino,
farai la tua parte.

VI

Qui non ci sono i cubicoli
di Monsieur Hulot.

Qui c’è un open space
con tutti i suoi comfort.

Ma i pensieri di ciascuno
si muovono al sicuro
in un minuscolo
spazio quadrilatero.

Non c’è nessun rischio
neppure che si sfiorino.

XXV

Ce l’hai fatta per fortuna
ad augurargli la buona notte,
gli hai rimboccato le coperte
e poi hai spento la luce.

“Per te sarà tutto diverso”
gli hai sussurrato prima di andare
come diceva sempre tuo padre.

XLVIII

Il saldatore appena assunto
e il muratore in pensione
discutevano in treno
di dignità sul lavoro,
di giustizia e rispetto.

Ed era tutto un proliferare
di prime persone,
plurale il vecchio
e singolare il giovane.

LV

Haiku della pecora

Anche se è nera
o vestita da lupo,
sta in fila e bela.

XC

Il bianco ha già invaso
tutti gli occhi e tu vedi
solo cose ormai vecchie
come le stelle spente.

Non vi scontrate, ché i passi
sono gli stessi di sempre.

Poesie tratte da Gli obbedienti, di Francesca del Moro (Cicorivolta Edizioni, 2016).

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Le immagini sono tratte dal film Playtime (1967) di Jacques Tati.

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