Sono partiti i Secondi Giovedì DiVersi

Renato Guttuso - Caffè Greco - 1976
Renato Guttuso – Caffè Greco (1976)

Quando è iniziata, poco più di un anno fa, l’avventura de I Giovedì DiVersi, sembrava una follia (e in parte, sinceramente, lo era).
Ventidue incontri poetici, partendo da settembre 2016 per arrivare a maggio 2017, non sono stati facili da organizzare e da gestire, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
L’idea iniziale era quella di creare, nel corso delle varie serate, un circolo letterario aperto: gli errori non sono mancati, ma anche da quelli ripartiamo.
Consci quindi degli errori e per nulla spaventati noi di Versante Ripido abbiamo perciò pensato di replicare: questa volta gli incontri saranno in totale otto, alle ore 21.00 di ogni secondo giovedì del mese e (anche) da qui deriva il titolo della rassegna: I Secondi Giovedì DiVersi.
La sede della rassegna è la sala CostArena, in Via Azzo Gardino 48, Bologna.
Il primo incontro si è svolto giovedì 12 ottobre: una sfida a suon di versi tra poeti lirici e poeti sperimentali dal titolo “Il coratto magiglioso: lirici vs sperimentali” (faceto contest poetico in collaborazione con Zoopalco). Si sono sfidati sul palco: Rodolfo Cernilogar, Alessandro Brusa, Gianfranco Corona, Elena Micheletti, Lisa Di Battista, Anna Zoli per i “lirici” e Sergio Rotino, Vittoriano Masciullo, Luca Rizzatello, Roberto Batisti, Gilda Bellantoni, Marilina Ciaco per gli “sperimentali”.
La serata è stata brillantemente condotta da Francesca Del Moro, Alberto Cini ed Eugenia Galli. La sala piena, lo spirito leggero che ha fatto da filo conduttore all’incontro e il dibattito vivace al termine delle letture fanno ben sperare per il prosieguo della rassegna.

Ed ecco il calendario completo dei prossimi incontri:

I Secondi Giovedì DiVersi (stagione 2017/2018)

Rassegna poetica organizzata da Versante Ripido con la direzione artistica di Silvia Secco e con la collaborazione di Enea Roversi, Claudia Zironi, Francesca Del Moro, Daniele Barbieri, Luca Ariano, Alberto Cini.
Gli incontri si terranno il secondo giovedì di ogni mese a partire dalle ore 21.00 presso la sala Costarena in Via Azzo Gardino, 48 a Bologna

Programma della rassegna

9 novembre 2017 h.21.00 “Quando i genitori ci dimenticano”: recital poetico di Alberto Bertoni e Vivian Lamarque, con il musicista Alessandro Baro, conducono Silvia Secco ed Enea Roversi

14 dicembre 2017 h.21.00 “Voci di Genova”: recital poetico di Laura Accerboni e Ksenja Laginja, con il musicista Stefano Bertoli, conducono Francesca Del Moro e Luca Ariano

11 gennaio 2018 h.21.00 “Linguaggi descrittivi”: il fotografo Elio Scarciglia e il poeta Dante Maffia presentano la loro esperienza di Matera, con la musicista Elisa Misolidio, conducono Claudia Zironi e Daniele Barbieri

8 febbraio 2018 h.21.00 “Recital poetico e interventi critici in omaggio a Giovanni Raboni” di Andrea De Alberti e Luigi Cannillo, con il musicista Giacomo Gamberucci, conducono Luca Ariano e Daniele Barbieri

8 marzo 2018 h.21.00 “Dibattito: la poesia ‘femminile’?” con gli interventi e letture di Amelia Rosselli e altre voci di poete del novecento di: Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Marinella Polidori, Maria Luisa Vezzali, Simonetta Sambiase, Graziella Sidoli, conducono Claudia Zironi e Francesca Del Moro

12 aprile 2018 h.21.00 “Le Poetrici”: Rosaria Lorusso e Nina Maroccolo, con il musicista Globoscuro (Emiliano Pietrini), conducono Enea Roversi e Francesca Del Moro

10 maggio 2018 h.21.00Recital di poesia dialettale e un omaggio a Pierluigi Cappello”, con Loredana Bogliun, Nina Nasilli, Annalisa Teodorani, Luigina Lorenzini, con il musicista Fiore Stavole, conducono Alberto Cini e Silvia Secco.

i secondi giovedi diversi locandina
La locandina della rassegna, di Ivo Mosele

Di seguito il link che rimanda al sito di Versante Ripido con il programma completo della rassegna:
I Secondi Giovedì DiVersi – programma completo

 

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Luciano Erba e le cose del mondo

Tano festa - Persiana-1963
Tano Festa – Persiana (1963)

“Con lucidissima grazia e con un velo in più di sottile malinconia, Luciano Erba prosegue il suo cammino fra le cose del mondo, osservandone la concretezza dei dettagli, ma cogliendone il breve incanto che passa, il senso vivo e imprevisto che si cela fra le pieghe del reale.” (dalle note di copertina di: Luciano Erba – Nella terra di mezzo –Mondadori, 2000).
La raccolta Nella terra di mezzo è dedicata all’editore Vanni Scheiwiller, con cui Erba pubblicò nel 1998 la raccolta Il tranviere metafisico.
Di seguito alcuni testi, tratti appunto da queste due raccolte, con cui Tragico Alverman vuole rendere un piccolo omaggio ad un autore forse troppo frettolosamente dimenticato.

Da Il tranviere metafisico (Scheiwiller, 1998)

Nuvole

Per anni ho guardato le nuvole
a oriente di questa terrazza
senza curarmi se fossero
diverse per chi le avesse osservate
da un’altra parte della città.
Ma oggi è un giorno al duale
amo, dunque io sono, io e te siamo.
“Cara, se guardi sopra Porta Venezia
c’è una nuvola che ha la faccia di Lincoln”.
Lei mi risponde al telefono
“la mia nuvola ha la faccia di Marx”.

Sfrangiate nuvole
restate nuvole!

* * *

Arcimboldi

i tuoi occhi sono prugne del nord
i tuoi denti mandorle amare
il tuo seno una doppia albicocca
due pesche noci i tuoi fianchi
un ficodindia il tuo grembo

il mio cuore è un’anguria emiliana

* * *

Il tranviere metafisico

Ritorna a volte il sogno in cui mi avviene
di manovrare un tram senza rotaie
tra campi di patate e fichi verdi
nel coltivato le ruote non sprofondano
schivo spaventapasseri e capanni
vado incontro a settembre, verso ottobre
i passeggeri sono i miei defunti.
Al risveglio rispunta il dubbio antico
se questa vita non sia evento del caso
e il nostro solo un povero monologo
di domande e risposte fatte in casa.
Credo, non credo, quando credo vorrei
portarmi dall’al di là un po’ di qua
anche la cicatrice che mi segna
una gamba e mi fa compagnia.
Già, ma allora? sembra dica in excelsis
un’altra voce.
Altra?

* * *

Da Nella terra di mezzo (Mondadori, 2000)

CAPODANNO A MILANO

Si credeva a Milano che a vedere
per primo un uomo sulla soglia di casa
andando a messa il primo di gennaio
fosse segno di prospero futuro.

Erano figure nere di pastrani
incerte nella nebbia del mattino
sciarpe bianche, cappelli, flosci e duri
rintocchi di bastone, passi lontani.

Or dove siete, uomini augurali?
L’onda lunga del vostro presagio
si frange ancora alla riva degli anni?

Dentro a una nebbia tra noi sempre più fitta
mi sembra talvolta intravedere
un volo di profetici mantelli.

* * *

VI SONO GIORNATE DI VENTO

Vi sono giornate di vento
di fine marzo, di nuvole a strisce:
così allineate sembrano costole
di dinosauri che i cacciatori di fossili
trovano nei sabbioni del Sud Dakota,
ma i miei sauri affondano nell’azzurro
a un nuovo vento, scompaiono un’altra volta.

* * *

CUPIO DISSOLVI

Se proprio dovessi finire in vetrina
non come un povero Lenin
ma tutt’ossa, dentro e fuori del tempo
vorrei fosse nell’aula di scienze
di un vecchio liceo di provincia
dove in un mattino di maggio
davanti agli armadi vetrati
passassero silenziose e ciarliere
sempre desiderate
ragazze in sottane scozzesi
per osservare selci e ossidiane
uccelli notturni impagliati
magari dare un’occhiata distratta
alla mia sagoma di homo vulgaris
(Mediolanum, anno MM circiter).

                                                         * * *

CANZONE

Al ritorno da dura prigione
dove ho quasi lasciato la vita
la sorte continua a colpirmi:
guardate voi in che errore ricade!
Dovrebbe, mi pare, a ragione
sentirsi paga per sempre
al ritorno.

Se invece tanto stagiona
da volermi privar della vita
piaccia a Dio che l’anima mia
sia rapita nella casa lassù
al ritorno.

* * *

Luciano Erba (Milano 1922 – Milano 2010) è stato poeta, critico letterario e traduttore. Francesista, ha insegnato prima nei licei e poi all’Università. Il suo esordio poetico risale al 1951, con Linea K. Tra le sue raccolte Il male minore (1960), Il nastro di Moebius (1980), L’ippopotamo (1989), L’ipotesi circense (1995), Negli spazi intermedi (1998).

Luciano Erba
Luciano Erba

 

 

 

 

 

 

 

Bologna in Lettere 2018 – Dislivelli – I Premi Letterari

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Come è prassi consolidata la pagina dedicata ai Premi Letterari del Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea “Bologna in Lettere” ogni anno assume come nome la parola-chiave dell’edizione corrente, che per il 2018 sarà “DISLIVELLI”.
Il Comitato Promotore del Festival “Bologna in Lettere” è lieto di comunicare l’attivazione dei nuovi indirizzi di posta elettronica
info@bolognainlettere.it (per info di carattere generale, proposte e varie)
concorsi@bolognainlettere.it (per le sole attività relative ai premi letterari)
press@bolognainlettere.it (ufficio stampa)

Di seguito il link con tutte le informazioni sui premi letterari di Bologna in Lettere:
I premi letterari di Bologna in Lettere

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& (e commerciale)

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Segno, logogramma, legatura, una lettera che non è una lettera: che cos’è la & (e commerciale)?
Cela qualche cosa di misterioso, dietro quel suo aspetto nobile e post-moderno di graffio elegante.
Gli inglesi la chiamano ampersand e un tempo faceva parte a pieno titolo del loro alfabeto.
Può avere a che fare con la poesia o non c’entra nulla?
Qualche dubbio me lo sono posto ed è venuto fuori questo breve testo, che propongo per la prima volta.
In quanto ai dubbi: inutile cercare le risposte, data l’assoluta inutilità delle stesse domande.

 

& (e commerciale)

              & poi non lo puoi scrivere
irriverenza poetico-etica

la e commerciale
              al verso fa assai male

sa di artificioso o di

simbolo e non lettera piuttosto logogramma
              legatura congiunzione (non astrale)

et labora et similia
            ma anche
& Figli & Fratelli
             (ci tiene alla famiglia)

ma corpo & anima
              forma & sostanza
                                   essere & avere
             non è concesso se non ai grandi vati

vati che vaticinate a voi chiedo scusa
             non era uno scherzo e neppure un’offesa

la e commerciale coniuga e congiunge
                soltanto
                         & così sia.

Enea Roversi
(Aprile 2017)

 

A Jeanne Moreau

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Jeanne Moreau nel film Viva Maria!, regia di Louis Malle (1965)

Ho sempre pensato che il segreto del fascino di Jeanne Moreau fosse la sua bocca: erano senz’alcun dubbio quelle labbra meravigliosamente malinconiche e seducenti a colpire prima di ogni altro particolare. Poi, col tempo, ho ripensato ai suoi occhi: la profondità di quello sguardo contiene altrettanta malinconia e altrettanta seduzione della bocca.
Viso malincolinico, capace però di trasformarsi in un’esplosione di allegria, come testimoniato dalla foto sottostante.

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Una bellezza fuori dai canoni, senza età e per questo sempre moderna.
Ne sono sempre stato innamorato, fin da ragazzo: la sua immagine dallo schermo ha il potere di catturarmi come poche altre.
Indimenticabili i suoi personaggi cinematografici: leggere i titoli dei film da lei girati è come ripercorrere la storia del cinema degli ultimi sessanta anni.
Ascensore per il patibolo di Louis Malle,  Jules et  Jim di François Truffaut, La notte di Michelangelo Antonioni, Il diario di una cameriera di Luis Bunuel, solo per citare alcuni degli oltre cento titoli della sua carriera. Jacques Becker, Orson Welles, Martin Ritt, Jean-Luc Godard, Jacques Demy, Joseph Losey, Tony Richardson, Rainer Werner Fassbinder sono altri grandi registi da cui Jeanne Moreau fu diretta.
Nelle scene iniziali di Ascensore per il patibolo, quando la si vede in primo piano sussurrare al telefono al proprio amante Je t’aime, je t’aime, non si può non invidiare Maurice Ronet, il destinatario di quella dichiarazione d’amore, per poter provare la sensazione di essere amati a quel modo.
Poi, d’accordo, la storia si sviluppa in un modo per il quale  l’invidia termina di lì a poco, ma è quel momento che rimane fissato nella mente: Jeanne/Florence che telefona all’amato.

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Ascensore per il patibolo, regia di Louis Malle (1958)

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Come dimenticare poi Catherine, il personaggio che Jeanne Moreau interpreta in  Jules et Jim, il capolavoro truffautiano: la gioia di vivere, la passione, la follia.
Catherine ama due uomini, sfida le convenzioni e la morale comune, vive in pieno la propria vita, fino all’ultima folle corsa nella quale trascina con sè i suoi due amori.
Il fascino rimane inalterato, anche quando ad incorniciare le labbra appare un paio di baffi finti.

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Jules e Jim, regia di François Truffaut (1962)

Josy, la regina Margot, Florence, Mata Hari, Jeanne, Ljuba, Lidia, Catherine, Eva, Céléstine, Maria, Julie: vastissima la galleria di personaggi cui ha dato vita Jeanne Moreau.
Tutti hanno in comune, pur nella diversità tra loro, un elemento.
Si chiami questo elemento passionalità, oppure fascino, oppure potere seduttivo, oppure sensualità, poco importa. Esiste, lo si percepisce, buca lo schermo e ti avvolge.

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Mata Hari, agente segreto H-21, regia di Jean-Louis Richard  (1964)

 

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Eva, regia di Joseph Losey (1962)
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Jeanne Moreau e Monica Vitti nel film La notte, regia di Michelangelo Antonioni (1961)

Trent’anni fa ebbi la fortuna di vederla recitare dal vivo, a Bologna: il testo era “Le récit de la servante Zerline”, per il quale fu premiata come miglore attrice con il prestigioso Premio Molière.
Fu l’occasione, unica ed irripetibile, di sentire dal vivo la sua voce così particolare, un altro dei segni distintivi di Jeanne Moreau.
La bocca, gli occhi, la voce di una donna che ha amato molto ed è stata molto amata.
Una donna ribelle, anticonformista, elegante e colta, che ha vissuto in pieno il vortice della vita (Le tourbillon de la vie, appunto).
In una parola, Jeanne.
Le Tourbillon de la Vie, by Jeanne Moreau in Jules et Jim, by François Truffaut (1962)

A lei, recentemente scomparsa, dedico questi versi.

A J M
(A Jeanne Moreau)

Sono le labbra a dire più di ogni altra
cosa a sussurrare a parlare d’amore al
telefono sensualità che scorre attraverso il filo è il
sorriso malinconico un po’ aristocratico
sono gli occhi perduti nello sguardo
di corsa nell’auto lanciata verso il volo
sull’acqua è la sciarpa lanciata dal terrazzo è
la freccia scoccata con l’arco la calza nera
sfilata con lentezza la pistola la vasca colma
di pensieri di nuovo gli occhi le spalle nude il velo
il vestito bianco e il vestito nero è Parigi
sono le strade di Milano la notte il respiro
il soffio destino crudele amore impossibile
la bellezza inossidabile la sete d’amore
sono gli occhi a parlare come le labbra
il vortice della vita nel suono di una
chitarra il paesaggio di fuoco la stanza
disadorna il lampadario la villa di campagna
il fruscio del vestito di scena la luce
è la giostra nel vento la danza degli amanti
la vendetta calcolata di Julie è Margot
la regina è Maria che balla e fa la
rivoluzione è il marchio di Ljuba è Florence
che aspetta invano è Catherine che ride
Lidia che s’interroga Eva che seduce
la cameriera Céléstine e la serva Zerline
sono le donne la quintessenza tutte
dell’esistenza sono loro a ferire il
cuore a riscaldare l’animo a farci cadere
impossibile non amarle sono tutte
le donne del mondo è la donna
è lei che ci parla con
le labbra e con gli occhi
è Jeanne, amata per sempre.

Enea Roversi
(Agosto 2017)

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Jeanne Moreau

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Polvani – Il mondo come un clamoroso errore

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Mario Schifano – Grande angolo (1963)

Ci sono piccoli libri che contengono una grande potenza e sanno parlare al lettore scuotendolo, tirandolo per la giacca quasi a dirgli: “Ehi, hai letto bene? Hai riflettuto su quello che hai letto?”.

È questo l’effetto che si prova leggendo l’ultima, breve silloge di Paolo Polvani Il mondo come un clamoroso errore (Edizioni Pietre Vive, 2017).

Poco più di trenta poesie compongono questa raccolta: sono ritratti di uomini e donne del nostro tempo, protagonisti loro malgrado di una società che li tiene ai margini.

Nei suoi versi struggenti e intensamente partecipati Polvani descrive una galleria di perdenti, o meglio di sconfitti, tratteggiati con forza e delicatezza insieme, con l’abilità di chi sa maneggiare con cura la materia-poesia.

Scorrono così le piccole storie quotidiane di Aziz (Al suo paese Aziz è un ingegnere / Qui fa il lavavetri a un incrocio / ai semafori di Via Regina Margherita.), di Ass (Oltre il finestrino sfilava un mare azzurro / e il signor Ass diceva: amicizia vuol dire sopravvivere.), di Mihaela (Forse è il sorriso la maniera più saggia / di stare al mondo. Lei si chiama Mihaela), di Samir (Signore sono Samir, che una volta aveva / la minestra calda), per citarne solo alcuni.

Ci sono le giovani prostitute e le operaie che vanno al lavoro in bicicletta, ci sono i migranti non accettati e gli anziani che faticano ad arrivare a fine mese: le poesie di Polvani sono come micro racconti di vita vissuta, quella vita vera che fa notizia soltanto quando sfocia in tragedia, come nel caso di una palazzina che crolla (Il sangue raggrumato. Le foto sui giornali. Tutti / dicono amen.).

Ne esce un mondo che sembra senza speranze (un clamoroso errore, appunto), una società malata che fa dire al poeta che la osserva: e adesso ce lo possiamo dire, che no, non ci salveremo.

Ma chi conosce bene Paolo Polvani non può certo pensare che la sua poetica, pur essendo fatta anche di scarna cronaca e cruda denuncia, tenda alla negatività fine a sé stessa.

Il poeta ce lo fa intendere con i suoi stessi versi: quando osserva l’ambiente e sembra suggerirci che è da lì che dobbiamo ripartire, ripensando il mondo che abbiamo costruito, cercando di ricomporre un migliore rapporto tra uomo e natura: è il cielo sopra di noi a ricordarcelo.

Ricorre più volte il cielo come immagine-simbolo: Il cielo era un manifesto, oppure era un cielo di invincibile bellezza e ancora quei desideri impastati di cielo.

Polvani ci invita dunque a riflettere: possiamo ancora rimediare, se vogliamo, a quel clamoroso errore col quale (e nel quale) quotidianamente viviamo.

Ci sono piccoli libri che sanno coniugare la bellezza e la forza: la bellezza del verso e la forza di far pensare. Ben vengano gli autori come Paolo Polvani, capaci di creare piccoli libri come questo e ben vengano gli editori come Pietre Vive, che i piccoli libri come questo li pubblicano con passione.

COMPLANARE

Erano allegre, vocianti,
erano tante,
giovani più giovani
della mia giovane figlia
sulla complanare 16 bis,
con bei culi in vista,
ciò nonostante
mi ha fatto male male, ho visto
il mondo come un clamoroso errore,
un enorme abbaglio, un solo,
unico sbaglio.

* * *

IL MARCHINGEGNO DEGLI ORARI

Non è bastato aver visto il cielo di Marrakesh
che inorgoglisce, né il sole dileguarsi
oltre gli spaventosi marosi del deserto
né percepire il gong dell’eternità
nel preciso istante. Non è bastato.
Il passo traballante degli scorpioni, né la polvere
dei pellegrini. Aveva assaggiato
le arance e sapeva come stordisce
la pelle di una donna.

È morto sulla massicciata.
Il capotreno fischia la ripartenza
non si può intralciare il corretto fluire
del traffico, il marchingegno degli orari
un marocchino forse ubriaco non si immischi
negli ingranaggi. La notte, l’abbaiare dei cani, l’orizzonte.
Tutto questo non basta.

* * *

UN NOME COLORATO COME UNA CAMICIA

Possedere un nome colorato come una camicia
con vocali che custodiscono savane e sillabe
di fruscii animali non basta per essere felici
specialmente se la tua pelle è nera e sei su un treno
di gente in piedi ma restano vuoti i posti
accanto al tuo. Hai una valigia
con la pancia gravida di cianfrusaglie, forse
borse contraffatte, sarà per questo che nessuno
ha l’ardire di sederti accanto
e stila un inventario delle seguenti colpe:
essere nato dove la povertà non è solo un concetto;
portarsi appresso un odore che dice: al tuo albergo
manca tutto tranne le stelle; in special modo
la più disdicevole delle colpe: hai fame.

* * *

EMILIA

Ecco dove verrò a cercarti, nei quartieri
popolari, avrai un aperitivo tra le mani e negli occhi
il profilo delle casalinghe con la spesa
e antichi fazzoletti sulla testa, uomini
che contano e ricontano gli spiccioli, e hanno
la bicicletta e un berretto e anni dimenticati,
e tu sai leggere tutti quei romanzi e ogni volta
il lieto fine scappa da un’altra parte.

Poesie tratte da: Paolo Polvani – Il mondo come un clamoroso errore (Edizioni Pietre Vive, 2017)

Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Bari. E’ socio fondatore dell’associazione culturale autorieditori.com. E’ fondatore e co-direttore della fanzine online Versante Ripido. Lungo l’elenco dei premi letterari da lui vinti, così come pure quello delle pubblicazioni: tra le ultime ricordiamo Cucine abitabili (MR Editori, 2014). Suoi versi sono presenti in numerose antologie e su riviste letterarie tra cui Steve, Anterem, Le Voci della Luna.

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La copertina del libro, disegnata da Raffaele Fiorella

Proust N° 7 – Il profumo del tempo

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La copertina dell’e-book

 

“Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.”
(Marcel Proust)

S’intitola Proust N° 7 – Il profumo del tempo, il nuovo e-book pubblicato dal sito letterario LaRecherhe.it, che esce in contemporanea con il decennale del sito (a proposito: complimenti per il traguardo raggiunto!).
Si tratta di un omaggio che i curatori Giuliano Brenna e Roberto Maggiani hanno voluto tributare all’autore de La Recherche, scegliendo come tema il profumo, visto quale sensazione momentanea, ma soprattutto quale evocatore di ricordi.
Brenna e Maggiani hanno coinvolto 90 autori, invitati a dare il loro contributo con poesie, racconti, articoli, brevi saggi, disegni, fotografie, ispirandosi a varie fragranze:
Camelia
Biancospino, viola, iris, cattleya
Vetiver, ylang-ylang, petitgrain, tuberosa, fiore di melo, legno di cedro, zibetto
Sandalo, cuoio, incenso, rosa turca, ambra, papiro .
La passione e la competenza dei curatori traspaiono da ogni pagina e il risultato è un libro raffinato, denso e godibile, che appaga i sensi.
I testi sono impreziositi dalle immagini realizzate da Maria Musik e dall’immagine di copertina realizzata da Lisa Merletti.

“L’odore per Proust era in grado, assieme al suo parente più stretto, il sapore, di reggere l’immenso edificio del ricordo. E basti pensare a come gli odori, e ancor di più i profumi, siano, per quanto spesso inafferrabili, i più solerti e generosi portatori di ricordi.
In genere i profumi, anche se apparentemente dimenticati, sono in grado, al loro comparire, di rievocare ricordi, anche lontanissimi, ricreando, nel presente, luoghi e immagini del passato. (…..)
“Se è facile ricordare un sapore, grazie anche all’attribuzione di uno specifico nome a ciò che si mangia, questo è molto più difficile per i profumi: cosa sarà mai quel profumo che ci ricorda la casa della nonna che andavamo a visitare da bambini? O quel particolare sentore che ci fa riconoscere le persone care e ricordarle a distanza di anni? Sono accordi che hanno del prodigioso, elaborati, quasi “creati”, come nel processo di creazione di una nuova fragranza, dalla nostra mente mescolando gli elementi più disparati che restano nella memoria in modo pressoché indelebile.”
(dall’introduzione di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani)

Di seguito il link per scaricare l’e-book

Proust N° 7 – Il profumo del tempo

 

 

“Si ama solo ciò che non si possiede del tutto.”
(Marcel Proust)

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Marcel Proust