Nuovo medioevo

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Dado – Untitled (1966)

C’è un senso di smarrimento, è in atto un’involuzione.
Ci guardiamo attorno, poi volgiamo lo sguardo indietro: qualcosa di già visto.
Un nuovo medioevo sembra avanzare: a volte con passo cadenzato, altre volte strisciando.
Roba da scriverci una poesia, ho pensato.
Ma in realtà l’avevo già fatto: questa poesia fu scritta più di ventidue anni fa.

Nuovo medioevo

Anoressica civiltà di fango
multimediale nonché mediocre
multirazziale nonché razzista
pagina smembrata dal contesto
del testo.

Archetipo inutile e mai docile
violenza futile e datata
decade ridanciana e lugubre
nuovo medioevo che avanza scomposto
in avanzato stato di decomposizione.

(Enea Roversi  – Novembre 1995 / Gennaio 1996)

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2 agosto, per non dimenticare

autobus 37
L’autobus della linea 37, uno dei simboli della strage

2 agosto 1980, strage alla stazione di Bologna: 85 morti e più di 200 feriti.
Le uniche parole che mi sento di dire, a trentotto anni di distanza, sono due: non dimenticare.
Ecco alcune delle prime pagine dei quotidiani di allora:

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Altre immagini, diventate tristemente famose:
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Un’altra imamgine indimenticabile: il Sindaco di Bologna Renato Zangheri e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini insieme, in Piazza Maggiore, ai funerali delle vittime il 6 agosto 1980.

Zangheri Pertini
Renato Zangheri e Sandro Pertini

E infine l’immagine dell’orologio della stazione, fisso sull’orario delle 10:25.
strage bologna 1

Eclissi di luna

cover eclissi di luna

Questa sera, 27 luglio 2018, si potrà assistere alla più lunga eclissi di luna del XXI secolo.
Gli esperti dicono che durerà ben 103 minuti: dalle 21.30 alle 23.13, con il momento centrale della fase di eclissi totale che avverrà alle ore 22.22.
Non c’è, quindi, occasione migliore per ricordare una silloge poetica, intitolata per l’appunto Eclissi di luna (Poesie 1981-1986), che uscì in formato e-book nel 2011 per la casa editrice La Scuola di Pitagora, nella collana Nuovi Echi.
Posto la poesia che dà il titolo alla raccolta più altre due:

Eclissi di luna

Giostra obliqua in un raggio di sole
scoppio di ginestre tra le siepi
il tuono è una similitudine
nel sogno della riconciliazione.
Infranto lo specchio dell’essere:
circo in piazza e bandiere al vento.
La Santa Inquisizione morde alle spalle
e l’ombra rugosa avanza lenta
carro cigolante sul binario arroventato.
Inventami un sogno pagano:
un’eclissi di luna torbida
per cavalcare la notte.

* * *

Ci uccide il tempo

Ci uccide il tempo
questo tempo di cipressi malati
di pallide finestre gocciolanti
di mani incandescenti e morbide
questo tempo incorruttibile
fatto di amori corrotti
che vivono una sola stagione
questo tempo ubriaco di luce
specchio fragile dagli angoli smussati
macchia indelebile sul nostro cammino
questo tempo da sempre indefinito
questo tempo per sempre infinito.

* * *

Il morbo della follia

Il morbo della follia è un cadavere eccellente
si sfila le calze con lentezza misurata
sputa sguardi fino alla spina dorsale
un pavido grigiore si staglia nei suoi occhi rossi.
Il morbo della follia è un mattino di nebbia
le insenature della città si sgonfiano
al passaggio di una mitragliatrice cieca
e mille stivali verdi luccicanti di vergogna.
Il morbo della follia ha un nome latino
e una corona di ferro come morbida escrescenza
pullula di vestaglie di seta il suo sorriso
curvo sull’acqua in cerca di un’obesità trasparente.

(Enea Roversi, Eclissi di luna (Poesie 1981-1986), La Scuola di Pitagora, 2011)

Di seguito il link che rimanda al sito della casa editrice:
Enea Roversi – Eclissi di luna

eclissi di luna

Simone Burratti – Progetto per S.

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Eric Fischl – Birth Of Love (2nd Version) (1987)

Simone Burratti è sicuramente una delle voci poetiche più interessanti del panorama italiano under 30: Progetto per S. è il suo libro d’esordio, pubblicato nel 2017 da Nuova Editrice Magenta nella collana Le Civette.
Con un linguaggio originale, Burratti ci parla di S.: soggetto narrante, nonché oggetto di narrazione. S come Simone, ma anche lettera iniziale del nome di un’ex fidanzata e forse segno identificativo di un personaggio che si muove tra il reale e il virtuale.
Il lettore viene introdotto nelle stanze dove si srotola il quotidiano: lo sguardo è puntato al soffitto, i ricordi mordono, l’amore e il sesso cercano una non facile coabitazione.
È un mondo popolato di avatar, manga, videogiochi: anima e anime, verrebbe quasi voglia di dire.
Non è certo autore banale e scontato Burratti: prova ne sia il suo giocare d’azzardo con la forma-poesia, inserendo nella raccolta brani in prosa, oppure giocando con il googlism.
Una scommessa voluta? Se così fosse, si tratterebbe di una scommessa comunque vinta.
Scrive Stefano Dal Bianco nella prefazione: “L’argomento, il tema di questo libro è l’incapacità di sentire, e dunque di amare e partecipare, perché va da sé che la carenza percettiva conduce a una forma di autismo collettivo. Ciò corrisponde, in ultima istanza, a una vera impossibilità di fare alcunché, di intraprendere un’azione qualsiasi che abbia il potere di riscattare il soggetto dalla situazione bloccata in cui si trova. Il solo atto possibile sta in una presa di coscienza, in un tentativo di definizione, in una determinazione a mettere nero su bianco. Non sarà molto, ma è qualcosa. Questo è probabilmente il senso da attribuire alla frase di Pilato messa in exergo, Quod scripsi scripsi: per quanto possa risultare desolante, ciò che viene fissato in scrittura ha la prerogativa di costituirsi come nucleo propulsore di una verità, è un dato di fatto da cui procedere.
Come dire che il tempo e il luogo della poesia sono il tempo e il luogo della salvezza auspicata, sebbene questo auspicio non sia supportato da un adeguato scatto della volontà.”

Quarti della notte

1.
Il cielo deve essere nuvoloso. Per il resto, può accadere in un
momento qualsiasi della giornata. Lo sguardo si fissa su un
punto imprecisato e le voci non sono piú importanti.
Allora c’è un salto nel tempo, e ci si ritrova già lungo la
strada. Il passo è solenne e trascinato. Si procede a testa bassa,
sotto un cielo minaccioso, nascondendosi il lampo negli occhi.

2.
In camera, sulla scrivania, il cervello si espande. Sotto la lampada
si esibiscono le mani bianche. I polpastrelli provano il
vetro del bicchiere, punto di ancoraggio di tutto il corpo; gli
occhi si stringono con una sofferenza.
Ogni qualche minuto lo si porta alle labbra con la giusta,
calibrata trascuratezza. Il liquido scivola lungo il sangue, fa
rovesciare la testa all’indietro: in questo modo è possibile
stiracchiare il collo e, nello stesso tempo, interrogare il soffitto.

3.
Voglia di uscire a cercare la notte. L’inquadratura si allontana,
rivelando una spalla contro la colonna, mentre si resta attoniti
col naso all’insú: il cielo si è liberato.
L’odore degli alberi, le stelle fisse: tutto torna a significare
qualcosa. Ci si sente di nuovo bambini e si immaginano cose.

4.
L’ultimo bicchiere non si vuole mai. Le palpebre e tutti i muscoli
del corpo si abbandonano, svanisce ogni sorveglianza.
Lo sguardo si sposta di sbieco verso il letto: bisognerà infilarsi
dentro, poi girarsi.
Allora si prova a immaginare una figura femminile – una
mamma, o una fata. Sussurra qualcosa di dolce, e tutto è perdonato.
Il tempo trascorre veloce e confuso. La camera è blu.
Ci si addormenta, forse: respirando tra le coperte rosse, restando
rannicchiati. Tutto è perdonato.

* * *

In a Landscape

Il cielo si trasforma sotto gli occhi di chi guarda,
è piú veloce degli alberi che crescono,
piú lento dello sguardo che lo passa in rassegna
cercando qualcos’altro, ma che sia sempre al di qua,
da questa parte concava del cielo,
e quindi facce, progetti, ombre, ricordi
di appuntamenti persi con il tempo, e ancora sagome,
aerei, dita puntate, sogni, proiezioni – nuvole:
la piú insulsa forma d’intrattenimento,
perché il cielo si trasforma continuamente,
e si spegne, di regola, e delude
come sempre le cose che si amano.

* * *

11h (Nuovi modi per uscirne)

Reazioni, soluzioni, adescamenti alla solitudine. Per farlo nel modo giusto. Libero da tutti i mondi a cui non ho accesso. Dalle profondità che mi controllano. Senza pensare più a spie di senso nella tenda che si muove nel momento in cui mi giro a guardarla. A congiunzioni alternative possibili. O alla luce quasi religiosa del cellulare sul comodino, innalzato a oracolo della mia sera, come a un’ultima forma di salvezza. Le donne e gli dèi erano a un altro livello. Le mani luminose che scendono in soccorso dal soffitto e se tutto va bene mi portano via. Piccole speranze per grandi uomini, piccoli uomini per grandi ambizioni. Gli alieni entrano sempre nelle menti in cui dovrebbero. E invece poi: l’evoluzione della specie. (Almeno per quanto mi riguarda). Dio che esce dal suo tempio e se ne va ovunque. Troppo ovunque. E cioè non qui. La luce slitta lentamente sui grandi quadranti della mia stanza. Vivo sempre meno e il mio corpo è sempre piú grande. Nella mia stanza non ci sono vortici di vento e polvere, e tutto è sotto il mio controllo. Bisogni fisiologici, azioni scriptate. Il cavatappi che scintilla nell’ombra del suo cassetto, come un’ancora al sicuro in fondo al mare. Le dipendenze mi fanno sentire piú tranquillo. Che dividono la giornata in prima delle sei e dopo le sei. E cioè: finalmente le sei. E allora eccola lí la mia salvezza, il buio in fondo al bicchiere che mi inghiotte e mi promette che qualcosa può succedere. Il piú degno sostituto di quello che può succedere. E ancora: la stanza che vibra, il lampo bianco in mezzo agli occhi – e tutto su lungo la pancia, a esaurimento forze. Un minuto di silenzio per il nostro imperatore. Titolo provvisorio: nuovi modi per uscirne. Io che sto bene qui ma quando sto qui non sto bene. Ma poi, una volta fuori da qualsiasi svolta o evento: andare dove. E soprattutto: con chi. Tornare a casa è la parte piú difficile della vita. Temporeggiare, il verbo piú esatto per la contemplazione. Fontana o torrente che sia. Il rumore dell’acqua. Il rumore dell’acqua per tutta la mia vita. Quando sento finalmente che nessuno mi è caro. E allora di nuovo buio, porte chiuse, serrande abbassate. Posizione orizzontale come l’unica possibile. E tappi per le orecchie.

* * *

True Ending

È una mattina dopo un temporale senza tracce – un balcone troppo in basso, un’incapacità di intenti, una catastrofe avvertita e mai avvenuta. O forse qualcosa è avvenuto ma solo una mattina dopo l’altra, dietro le tapparelle degli occhi, lo stesso di quando i piedi hanno sentito il materasso troppo corto, e poi troppo usurato, e poi nessuna mamma o donna è piú comparsa sulla soglia della stanza, come un presentimento che si avvera. Comunque c’è il sole. Fili invisibili si tracciano e riflettono nella luce entro il paesaggio di una casa, un cortile, un appartamento residenziale collocato al limite con la campagna. L’uomo sorride con disinvoltura. In certi momenti la sua vita è stata come una cascata, adesso i lineamenti sono rilassati e netti, espressioni trattenute sul viso molto a lungo. Nessuna sensazione, nessuna paura umana, soltanto una presenza fuoricampo. Fuoco: una di quelle cose di cui non sente la mancanza. L’azione perduta di chi non rientra nell’inquadratura, di chi è già andato altrove, eclissando la memoria, senza lasciare altro che un’espressione di rimando, una storia o un’immagine. Nessuna sensazione, nessuna paura umana, soltanto una mancanza fuoricampo. C’è il sole, come se niente fosse. S. lo nasconde con l’icona del Cestino.

(Simone Burratti, Progetto per S., Nuova Editrice Magenta, 2017)

Simone Burratti è nato a Narni nel 1990 e vive a Padova. E’ stato fondatore e redattore del sito formavera. Suoi testi sono usciti su siti e blog letterari come Leparoleelecose, Atelier, Poetarum Silva e formavera. Progetto per S. (Nuova Editrice Magenta, 2017) è il suo libro d’esordio.

Burratti cover

Novella Torre – Un secolo di febbre

Georges Seurat - Le Chanel de Gravelines, Grand Fort-Philippe - 1888 National Gallery London UK
Georges Seurat – Le Chanel de Gravelines, Grand Fort-Philippe -(1888) – National Gallery,  London

Un secolo di febbre (Transeuropa, 2017) è la seconda raccolta poetica pubblicata da Novella Torre, a dieci anni di distanza dall’esordio avvenuto con La preda (LietoColle. 2007), con la quale vinse il Premio Opera Prima 2007.
La raccolta è suddivisa in cinque sezioni: Nell’acqua della gora, Di magnifico c’è che non fa male, Il dentro e il come, L’oltre e il mentre, Il fare e il dire.
Scrive Niccolò Scaffai nella prefazione: “C’è un’immagine emblematica nel libro di Novella Torre; è la gora, che torna con frequenza nella prima parte (appunto intitolata «Nell’acqua della gora»): «E sono benvenuta / nella gora, / nel freddo argento dei cardi». La gora è quella «parte d’acqua tratta per forza dal vero corso d’alcun fiume e menata ad alcun mulino o altro servigio, il quale fornito, si ritorna nel fiume onde era stata tratta». La definizione, che Torre cita nelle note finali, viene dalle Esposizioni sopra la Comedia di Dante di Giovanni Boccaccio. Ma l’immagine – come chiarisce la stessa nota – si riferisce anche a una gora in particolare, cioè al «canale in cemento in località Termine», presso Sesto Fiorentino. In quest’incrocio di esperienza concreta e trascendenza del dato, nell’incontro tra la prossimità domestica ai propri oggetti e la sublimazione nel linguaggio, sta una delle ragioni della riuscita di Un secolo di febbre.”

Alcuni testi tratti dalla raccolta:

Se il vento spinge per entrare in casa
a riaprire i segni che ha lasciato
sulle mura, sul guanciale
e ulula e minaccia con voce di tifone
si deve correre alle brecce
tappare i pertugi, nascondersi stretti
vicino al focolare; e attendere che passi.
In questa casa senza fuoco non si teme
spiraglio o schiaffo di creatura d’aria,
in queste stanze fredde non si trova
crepa che musichi come le canne
ma solo il cigolio, lo schiocco
di quando si staccano a settembre
i rami di frutta al melograno
o il fruscio secco della serpe
se il contadino si allunga nella vigna
preme la mano sull’uva
l’assaggia e ne trasale

* * *

Di magnifico c’è che non fa male
non aver nulla da dirsi
e risulta credibile, perché
alcune cose avvengono così
per evaporazione
ma mi hanno chiesto
di raccontarmi – e vale sette –
i riflessi verdi del neon
su madreperla: in un momento
culminante.
E allora quel che c’è di strano
è ignorare ciò che si conosce,
è non parlare di ciò che è nostro,
non descrivere
niente che si abbia
sotto gli occhi
o nel cuore.

* * *

Io che ti ho visto e ritrovato verde
di rabbia tra le cose nuziali, sì che
il verde non è il colore degli sposi
io che ti ho visto
nelle scene di una festa dove
nessuno si diverte, nella stanza
di una posta
che non spedisce ma invia
terribili segnali di càspita
che non aspetti
io ti ho visto e ritrovato
quel giorno che è giunto dritto
dentro un dito di piombo
e ti ho riposto
duro pesante sopra un calendario
appeso capovolto scuro come una
carruba eterna dentro una fondina

* * *

Alla fermata

Non si aspetta nessun grazie
è veloce, forse lo sente
doveroso il movimento che
la sposta più in basso sulla
panca, mi fa luogo
con un motivo d’altri tempi
con immaginazione.
Non è detto che qualcuno
la veda nel limite in cui
si è composta
non è detto che di questa nota
non suoni alle orecchie
un tocco familiare
il passo su una sola terra

* * *

sembrava non dovesse più venire
il tempo del non ancora non adesso
e tra breve gli alberi sulla palude bianca
saranno come mani. Tra i fiori
ti perdo soprassedendo a quanto
non ha più senso di un dito
dell’equilibrio su un gradino
l’inciampo lo smusso con un taglio
mi rivolto dietro a quella lastra
se non c’è più parola da dire
se non c’è più sangue né succo
né santi, non mi spavento e niente
e nessuno è solo

(da: Novella Torre, Un secolo di febbre, Tramseuropa 2017)

Novella Torre è nata nel 1974 a Firenze, dove vive e lavora come docente di letteratura e storia. Sue poesie sono recensite sulle riviste Semicerchio (Le Lettere), Letture (Edizioni Paoline), Atelier, e antologie, tra cui Nodo Sottile IV (Crocetti, 2004) e Frecce verso l’altro (Marcos y Marcos, 2010). Il suo La preda (Lietocolle, 2007) vince il premio Opera Prima 2007. Nel 2008 vince il premio Poesia di Strada di Macerata, e la Biennale di Poesia di Alessandria. Nell’estate 2009 è presente ai festival di poesia di Macerata e Voci lontane, voci sorelle di Firenze. Nel 2010 partecipa alla Primavera dei Poeti a Pistoia e vince Borntowrite, la kermesse creativa dell’Archivio Italiano Giovani Artisti. Nel 2016 è tra i finalisti al premio Città di Como e vincitrice della II edizione di Arcipelago Itaca con la silloge fiorentina Attraversare. Le sue poesie sono apprezzate da critici e poeti come Francesco Stella, Marco Simonelli, Franca Mancinelli, Milo De Angelis.
un secolo di febbre cover

Gabriel Del Sarto: il tempo e la vita nella raccolta Il grande innocente

Jeffrey Smart - The Supermarket Car Park II
Jeffrey Smart – The Supermarket Car Park II

“La raccolta Il grande innocente di Gabriel Del Sarto inizia con un breve testo, quasi un proemio, intitolato Il tempo e la vita, i cui primi versi ci introducono direttamente, senza sotterfugi, nella poetica dell’autore:  Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno / l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo / e immaginavo il ferro e l’ossigeno / nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore / che niente ha cancellato, ho saputo / come la natura si concentri nel tempo / di ciascuno: un’assoluta / ed armonica compossibilità di volti / e sofferenza.
Ci sono, in questi versi, molti degli elementi strutturali che ritroviamo nella scrittura di Del Sarto: la natura, lo scorrere del tempo, il sangue, il ricordo, il dolore, la sofferenza. Il tempo e la vita, appunto.”

Questo è un estratto della nota critica redatta per il Concorso Letterario Bologna in Lettere 2018, nel quale la raccolta Il grande innocente di Gabriel Del Sarto (Nino Aragno Editore, 2017) si è classificata tra le opere finaliste nella sezione A – Opere edite.
Di seguito il link per la nota completa:

Gabriel Del Sarto – Il grande innocente – nota critica di Enea Roversi

Una breve scelta di testi tratti dalla raccolta:

Dalla sezione Porte:

Morire

Ecco lo scrutinio del tempo: l’estate
passata, il giorno dei santi appena
chiuso: noi alla fine dell’ambizione,
così come siamo. Con te la raccolta
del grido, gli affanni, le domeniche
per regolare respirazione. Dopo
sei mesi, si dice, la mancanza
si comincia a sentire. L’attesa
impossibile eppure costante
che è il tempo che insieme viviamo,
la nostra ferma appartenenza di campo.

* * *

Dalla sezione Sfere:

Basket

Il cemento misurato del Campo-Scuola
fra i canestri e la luce obliqua
alla fine del giorno che filtra
sopra lo stabilimento della Bario: due
contro uno, i punti infiniti
nel tempo che rimane
alla fine del giorno, segnato
da un rimbalzo o da un improvviso
cambio di direzione sulla linea
esatta del tiro: il tempo è un battito
acquoso, dentro l’universo,
quando un padre risalendo la corrente
smette di proteggerli
per lasciarli figli, finalmente soli.

* * *

Dalla sezione Gli uffici:

In fondo al linoleum del corridoio la finestra con gli infissi
sporchi e un volto pari al tuo, come in attesa:
beve un caffè, racconta qualcosa nei secondi
che condividete e ne senti
il lamento profondo, la distanza di quel momento
dalle cose che per entrambi hanno un peso.
Queste – pensi
subito dopo il suo saluto, nel gesto ordinario
di gettare un bicchiere – sono le ore che ami
le costole perfette negli uffici.

* * *

Dalla sezione Il grande innocente:

II

Avevano sette anni, nell’estate del ventisette. I pastori,
il lavoro estivo, un luogo lontano
da casa fra la fine e l’inizio della scuola. Ad ogni mezzogiorno
da un pascolo non troppo distante,
che possiamo vedere nitidamente
nell’angolo della nostra mente, la mente di ognuno di noi,
lui si muoveva. Portarle il cibo, assicurarsi
che ne mangiasse, che non piangesse.
La forma di una cura oltre l’età e le possibilità di un corpo minimo.
Diciassette anni dopo c’è, calda, una diversa estate,
una corsa ai primi di luglio, e un figlio appena nato,
visto una sola volta.

* * *

VI

Guardando quei volti, ormai vecchi, con la minuziosa
fatica della materia che risplende da queste montagne
nelle loro rughe, non ho più rivendicazioni. La struttura
del mondo è fatta generosa per la morte, ma non tutte
le morti sono gloriose. Una splendida rottura
della linearità. Qualcuno verrà
a raccogliere questa parte di noi destinata al buio
e ci racconterà. Poter dire: questo
è il tempo dopo l’esperienza. E sulle figure
dopo il tramonto, lungo i canali fumosi, fra la corda e il cielo
dire: la scrittura del male è in chi lo esegue.
Possa poi emergere una profonda e delicata pietà,
una nostalgia perplessa che ci accompagni,
quasi una preghiera.

(da Gabriel del Sarto, Il grande innocente, Nino Aragno Editore, 2017)

Gabriel Del Sarto, nato a Ronchi (Massa) nel 1972, ha esordito come poeta nel Sesto quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 1998). Presente in diverse antologie, fra cui Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004), ha pubblicato le raccolte: I viali (Atelier, 2003), Sul vuoto (Transeuropa, 2011), Il grande innocente (Nino Aragno Editore, 2017).
È autore di alcuni saggi sull’uso e il senso della narrazione (storytelling) nelle pratiche di consulenza e formazione.

Per ulteriori informazioni sull’autore, questo è il sito:
http://www.gabrieldelsarto.com/

del_sarto

 

Premio Lorenzo Montano 2018: i risultati definitivi

Vladimir Makovsky - Literary reading - 1866
Vladimir Makovsky – Literary reading (1866)

Sono Irene Santori (Opera edita), Umberto Morello (Raccolta inedita), Patrizia Sardisco (Una prosa inedita) e Lia Rossi (Una poesia inedita) i vincitori della 32a edizione del Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano.
Irene Santori ha vinto con il libro Hotel Dieu, edito da Empiria, Umberto Morello con la raccolta intitolata Nuvolas, Patrizia Sardisco con il testo intitolato Disdire e Lia Rossi con la poesia dal titolo Principio di rivoluzione.

Dal sito di Anterem leggiamo:
“La giuria, composta da Giorgio Bonacini – Laura Caccia – Davide Campi – Mara Cini – Flavio Ermini – Marco Furia – Rosa Pierno – Ranieri Teti, ultimati i lavori, esprime un profondo ringraziamento a tutti i concorrenti. Grande è stata la qualità delle opere proposte.
Le premiazioni di segnalati, finalisti e vincitori si terranno a Verona sabato 20 ottobre 2018, sabato 27 ottobre 2018 e sabato 16 marzo 2019, nell’ambito del “Forum Anterem 2018/19”.”

Per riassumere, ecco i link con tutti i risultati del Premio:

Opere vincitrici e i finalisti delle varie sezioni

Opera edita: esiti

Raccolta inedita: esiti

Una poesia inedita: esiti

Una prosa inedita: esiti

11 menzione speciale Premio Montano