Alessandro Assiri, il cantore delle rivoluzioni mancate

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Jiro Yoshihara – White Line On Black (1968)

“Ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione”
(Antonio Gramsci)

Il cantore delle rivoluzioni mancate: non so se Alessandro Assiri sarà contento di questa definizione, ma leggendo e rileggendo i suoi versi mi è venuta naturale e gliela dedico con sfrontatezza, assumendomene i rischi.
Al centro del mondo assiriano c’è l’uomo deluso, il rivoluzionario sconfitto che ricorda il passato con ironia e osserva il presente con disincanto. Sono frequenti le immagini che rimandano a questo senso di sconfitta: “Ci sono i treni che potrebbero subire variazioni  / e un po’ anche noi che portiamo ritardo”, “Ci siamo tirati a sorte / come una generazione recente / di possibili rinunce / il nostro pubblico non è diverso /dal niente che ascolta”, “ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni”, “gli invertiti ruoli di essersi venduti da soli / di capire in un istante che non mi saresti d’aiuto / più di qualunque sogno demolito” . 
La rabbia di un tempo non si è affatto dissolta, ma è soltanto messa da parte: forse capiterà l’occasione buona per tirarla fuori di nuovo, forse verrà prima o poi la rivoluzione giusta che ci vedrà protagonisti e non lontani spettatori.
Scrive Assiri nella nota che introduce la sua ultima raccolta Lettere A D. (LietoColle, 2016): “Tutte le volte che mi capita di ripensare a D., sento che – a forza di aspettare – le rivoluzioni accadono sempre senza di noi; forse è per questa ragione che ho provato a fermare ‘quella’ energia vitale, perché non andasse dispersa nell’astratto delle figure che attraversano l’incompiuto del ‘mio/nostro’ tempo comune.”
Ed è così che prende forma e si dipana questa raccolta di poesie a D. (dove la lettera D rappresenta tutti i Destinatari): versi epistolari nei quali si alternano la coniugazione al presente con quella all’imperfetto, quasi a legare a filo doppio il passato con l’attualità.
In queste Lettere le stagioni si susseguono inesorabilmente: nel paesaggio quotidiano uomini e donne si incontrano, si rincorrono, si lasciano, attraversano il loro tempo  e i loro/nostri tempi.
Ci sono i sogni, le ribellioni, le sconfitte, le bandiere sventolate e ripiegate.
Ci sono le parole gridate e le poesie scritte.
Ci sono gli autori letti: “come ospite malato o come / sradicato soccombente alla Bernhard / (di cui ti vanti sempre di possedere quasi tutto)”, “e come Pound scrivevo paradiso ma non succedeva niente”, “Ti prestavo libri / travestiti da pietre che non hai mai imparato a tirare”.
Assiri celebra il dubbio del poeta (dell’uomo), che assiste alle lacerazioni del mondo chiedendosi se e fino a quando avrà ancora voglia di gridare la propria rabbia.
Diceva Charles Bukowski: “Scrivere poesie non è difficile, è difficile viverle.”
E se fosse questa la vera rivoluzione che ci aspetta?

 

Da Lo sciancato e Caterina (Edizioni CFR, 2014)

per una poesia espropriabile, ma non ancora per molto

La verità è l’esilio di un soggetto travestito
del mondo per cui vorrei essere vertigine.

Ci sono i treni che potrebbero subire variazioni
e un po’ anche noi che portiamo ritardo
ci allontaniamo dalla linea gialla per seguirne subito un’altra
ma è vietato attraversare i binari
aprire le porte prima che il treno sia completamente fermo
c’è il lato passeggero e il personale autorizzato
Vado a Cervia via Ravenna fermo in tutte le stazioni eccetto Cotignola

Accondiscendo alla discesa
prima classe in testa al treno.

Bruciavi e lettere
delle scritture non doveva restare che il battito.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

poesia dello tsunami a rischio parte 2 la città fraintende

Mia madre con gli scarti ci faceva le polpette
presenze inquietanti delle sillogi sul cibo.
Ogni polpetta è una struttura inadeguata di un riciclo
il tentativo di ripristinare una parola crollata
una forma letteraria disorientata dal sugo.

Ci siamo tirati a sorte
come una generazione recente
di possibili rinunce
il nostro pubblico non è diverso
dal niente che ascolta.

Panorama irregolare del prozac
quante colpe in compagnia.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Da Lettere A.D. (LietoColle, 2016)

A. D. Che gioca con le biglie

in fondo mi accudisci un mondo che sarebbe piaciuto
a uno qualunque dei tuoi cani
nutrivi il mio piacere in modo articolato
con bocconi e carezze mi sfamavi
da un angolo con una ciotola di avanzi di te.
Travestivi da aiuto le occasioni mancate e credo sia questo
che non ti ho mai perdonato
che ho sentito più grave dell’abbandono della casa
di sabbia e di fogli.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A. D. Che sovrappone le caviglie

ascoltavo il nostro silenzio
il rumore dei gesti ripetuti e della tua stanchezza
ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni
lo sciogliersi lento della schiuma della birra.
Ti guardavo bellissimo e falso
zona mediana del grigio
fingevi argomenti e diventavi aggressivo acchiappando
un pensiero di carne e di pelle.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A D. Che somiglia a un re

per un momento lungo mi sei sembrato il risarcimento
di un universo negato
costruivamo mondi e figure atlanti e portolani
valanghe di luoghi e cartoline dove è più difficile ripetere cieli
che inventare mari dove quattro fogli sparsi possono regalare
un attimo perfetto invece di questa casa di ninnoli e forfora.
Forse eravamo solo vigilia di un malinconico Natale
o tutti gli anni ad arrivare anneriti proprio dietro la curva.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A. D. Che non mette zucchero nel the

ti utilizzavo ancora nel reiterarsi dell’insonnia
nascosto neanche bene dentro qualche verso
nelle stronzate di facile ironia che accompagnano sovente gli aperitivi delle sei.
Lottavo ancora con i tuoi esempi che ritenevi illuminanti
coi talloni d’Achille sempre pronti
e come Pound scrivevo paradiso ma non succedeva niente
e continuavo ad amarti adagio nella suola delle clarks
che dava ancora ai passi quell’aria militante di rivoluzionario da strapazzo.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A D. Che si azzuffa facilmente

nei nostri giorni di ematomi di mandibole e morsi
di colpi di stivale
gambe allargate facce al muro e mani alzate
con la gola arsa dalle parole della resa
gli invertiti ruoli di essersi venduti da soli
di capire in un istante che non mi saresti d’aiuto
più di qualunque sogno demolito.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Alessandro Assiri, nato a Bologna nel 1962, vive e lavora tra Trento e Parigi dove si occupa a vario titolo di letteratura e promozione culturale, collaborando con riviste sia cartacee che telematiche. Scrive da anni opere in versi. Tra le sue pubblicazioni: La stanza delle poche righe (Manni Editore), Cronache della città parallela, Poemetto in versi insieme a Serse Cardellini (Thauma Edizioni), In tempi ormai vicini (CFR Edizioni), Lo sciancato e Caterina (CFR Edizioni), Lettere A.D. (LietoColle).

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Alessandro Assiri

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Giovanni Fierro e Francesco Tomada, poeti di confine

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Ken Danby – Towards The Hill (1967)

Che cosa accomuna la poesia di Giovanni Fierro e quella di Francesco Tomada?
Forse la particolare sensibilità che entrambi hanno di fotografare il momento, di annusare l’aria che li circonda, di catturare le emozioni e di saperle trasmettere al lettore.
Non è il solo fatto di essere nati a Gorizia e di viverci a fare di loro due poeti di confine.
E’ il respiro che emana dai loro versi: quel respiro particolare che possiedono coloro che vivono in una terra di confine, in un posto che è incrocio di lingue e di usanze.
E’ la capacità di osservare la bellezza ed anche la bruttezza del mondo che li circonda, di osservare al di là dei confini e di svelarne la loro fragilità.
In fondo, i confini li hanno disegnati gli uomini: e chi è più fragile dell’uomo?
Si ha l’impressione di percepire, attraverso le parole di Fierro e Tomada, che il loro sguardo stia scrutando oltre l’orizzonte.
Chissà, forse è lo stesso orizzonte che guardava Carlo Michelstaedter: anche lui era di Gorizia, proprio come Fierro e Tomada.

Amico – mi circonda il vasto mare
con mille luci – io guardo all’orizzonte
dove il cielo ed il mare
lor vita fondon infinitamente.
(Carlo Michelstaedter)

 

Giovanni Fierro

Da Lasciami così (Sottomondo, 2004)

Uomini

Bisognerebbe assomigliare alle pozzanghere
esistere solo in caso di profondità

imparare dal legno
che alla lama da taglio si oppone
con l’intensità della fibra

ma basterebbe avere la forza
della vera fiducia
quella che si dona
quando l’altrui dignità è perduta.

 

Pensione Silvano

Erano camere
dove si andava a fare l’amore.

Ora sono stanze
per uffici di una compagnia
d’assicurazioni.

È la strategia
di una resa.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Da Il riparo che non ho (Le Voci della Luna, 2011)

Mio nonno Nino

Faccio proprio fatica a pensare che il mio sangue
proviene dal tuo sangue

i miei capelli che rimangono ostinatamente neri
i tuoi erano completamente bianchi prima che tu avessi trent’anni

i miei occhi scuri dovrebbero nascondermi e invece mi svelano
l’azzurro dei tuoi è il cielo che ti protegge.

Io ho ancora mani da ragazzo
hanno poca forza nella presa
ancora non dicono qual’è il mio coraggio

così guardo le tue mani

i tuoi calli sono la soluzione
di ogni algoritmo che la fame ti ha snervato nello stomaco
la radice quadrata della tua bontà che non ti ha mai tradito
la giusta approssimazione ad ogni tuo possibile sogno
il suo esatto più vicino

questa pelle sulle tue dita, asciugata a nocciolo di pietra, stretta a pugno
o volata a carezza, dove è più consumata
e quasi nascosta per vergogna

lì riconosco il segno della tua matematica più precisa

pala e piccone.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Da Oleandro e garaza (Qudulibri, 2015)

Attesa

La crudeltà della preda
è qui
braccata e perciò più feroce

così, voglio baciarti
e invece
ti mordo

ma il veleno è tuo

quando mi dici
‘ancora’.

Giovanni Fierro è nato nel 1968 a Gorizia, dove vive.
I suoi testi sono stati pubblicati nelle antologie “Frantumi” (2002) e “Prepletanja – Intrecci” (2003) e nel dicembre 2004 nella sua prima raccolta poetica, “Lasciami così”, edite da Sottomondo Gorizia. Nel gennaio 2007 ha pubblicato “Acque di acqua”, raccolta di sette testi, inerenti al dvd “Jùdrio” dell’artista cormonese Mauro Bon. Gli stessi testi, integrati da nuovi scritti, sono apparsi nell’antologia “Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est”, edita da Fara editore nel 2008. Nel febbraio 2011 è uscita la sua raccolta più recente, “Il riparo che non ho”, con prefazione di Claudio Damiani e quarta di copertina firmata da Monique Pistolato, edita da Le Voci della Luna. La raccolta ha vinto il premio “Ultima Frontiera” di Volterra, Pisa, edizione 2012. Nel dicembre 2011, cinque suoi nuovi testi a titolo “Una tregua” sono ospitati sulle pagine dell’Almanacco dello Specchio 2010 – 2011, edito da Mondadori. Ha partecipato a varie letture e festival poetici in Italia, Slovenia, Croazia, Austria e Repubblica Ceca. È tradotto in portoghese, sloveno, tedesco, croato, ceco e friulano. Collabora con il quotidiano Il Piccolo e la rivista IsonzoSoča.
Cura la rivista mensile on line “Fare Voci. Giornale di scrittura (www.isontina.beniculturali.it).
È responsabile della collana di poesia “Fare Voci”, per l’editore Qudu di Bologna.

 

Francesco Tomada

Vigilia di Natale

Oggi hai comperato un grosso filone di pane
ridendo lo hai appoggiato in mezzo al tavolo
pesa un chilo e l’ho pagato solo novanta centesimi
sono stata fortunata

io invece ho appena sfogliato i titoli del Corriere
in una città siriana di cui non ricordo il nome
cento persone sono morte sotto un bombardamento
anche loro erano in coda per il pane

ne prendo un pezzo e lo mastico
lo gusto come di rado mi capita di fare
ti guardo
hai ragione a dire che sei stata fortunata
ma non sai quanto

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Le donne della Seleco

Le ho viste uscire alla fine del turno
camminando ma senza toccare il suolo
guardando i lampioni ma senza vedere
la luce e mentre svanivano le ho
immaginate aprire la porta
baciare i figli scaldare in forno
la cena e poi ripulirsi e a volte
giacere sotto un marito qualsiasi
con l’aria di chi da anni ha imparato
che manca sempre mezz’ora di troppo
alla fine del giorno

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A conti fatti

Lo puoi vedere ancora nei miei occhi:
sono stato un bambino con poca gioia

invece il tuo sorriso esplode spesso senza alcun motivo
allora ho pensato che ne potesse avanzare per me
e anche per altri

per questo è nel tuo ventre
che ho cercato i miei figli

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Un giorno sbagliato

Ottanta centoventi duecento metri quadri
non esiste una casa che possa contenere troppo a lungo
due persone che si amano
se a volte non si lasciano le finestre aperte

e l’affetto è come un pezzo di pane
dimenticato sul tavolo di sera
alla mattina sembra identico a ieri
ma si è indurito dentro

come sempre quando qualche cosa mi consuma
volevo parlare di case e di pane e invece
ho parlato di noi

 

Francesco Tomada è nato nel 1966 e vive a Gorizia, dove insegna Biologia e Chimica nelle scuole superiori. Dalla metà degli anni novanta ha partecipato a letture ed incontri nazionali ed internazionali, così come a trasmissioni radiofoniche e televisive in Italia e all’estero. I suoi testi sono apparsi su numerose riviste, antologie, plaquettes e siti web in Italia e in altri paesi, e sono stati tradotti in una quindicina di lingue straniere. Recentemente un’antologia monografica dal titolo “Questo è il mio tempo” è stata edita dalla casa editrice Scalino di Sofia. La sua prima raccolta, “L’infanzia vista da qui” (Sottomondo), è stata edita nel dicembre 2005 e ha vinto Premio Nazionale “Beppe Manfredi” per la migliore opera prima. La seconda raccolta, “A ogni cosa il suo nome” (Le Voci della Luna, 2008), e la terza, “Portarsi avanti con gli addii” (Raffaelli, 2014) hanno ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi a carattere nazionale. Per la collana “Autoriale” (Dot.Com Press) è stata pubblicata nel 2016 una sua antologia ragionata con testi scritti dal 1995 in poi. Ha curato un’antologia sulla produzione letteraria della Provincia di Gorizia dal 1861 ad oggi; è coinvolto in diverse iniziative di divulgazione della cultura, e fa parte della redazione del sito web “Perigeion” e della rivista “Smerilliana.

Giovanni Fierro e Francesco Tomada, accompagnati alla tromba da Sandro Carta, sono ospiti de I Giovedì DiVersi: giovedì 24 novembre 2016, ore 20.30, al Vamolà di Bologna.

locandina

 

 

 

L’origine della vita, Dio e l’eros (due poesie di Cesare Zavattini e Tonino Guerra)

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Gustave Courbet – L’origin du monde (1866)

Ho scelto L’Origine del mondo, il celebre dipinto di Gustave Courbet, per introdurre due poesie scritte rispettivamente da Cesare Zavattini e da Tonino Guerra.
Sono due testi che contengono fra loro diverse affinità: entrambi sono dedicati alla vita, entrambi celebrano la bellezza femminile, entrambi richiamano Dio e l’origine della vita.
Ieri, nel corso della manifestazione Diu al ghe (L’origine de la vie)*, organizzata dal Centro di Poesia Cultura e Arte Medardo Rosso,  ho avuto occasione di ascoltare Diu, la poesia di Cesare Zavattini, letta nel dialetto originale ed ho potuto apprezzarne ancor di più le sfumature, che non mancano pur trattandosi di un testo esplicito.
Il rimando alla poesia Cantèda Vintiquàtar di Tonino Guerra è stato naturale e inevitabile.
Ci sono, in queste due poesie, la sensualità e la carnalità che percorrono la Via Emilia: un filo ideale che unisce Luzzara, nella provincia di Reggio Emilia al confine con il mantovano, a Santarcangelo di Romagna. L’eros che si manifesta con tutta la propria gioia dai paesaggi nebbiosi della Pianura Padana via via fino al Mare Adriatico e che viene raccontato con la forza del dialetto.
“Diu al ghè / S’a ghè la figa al ghè” esclama Cesare Zavattini, mentre Tonino Guerra ribadisce “La figa quand ch’e’ tòcca / l’è la faza de’ Signour, / la su bòcca” .
Dio, l’eros, la vita, la poesia.

Diu

Diu al ghè
S’a ghè la figa al ghè.
Sul lò al pudeva inventà
na roba acsè
cla pias a toti a toti
in ogni luogo,
ag pansom anca s’an s’ag pensa mia,
appena ca t’la tochi a combiòn facia.
Che mument! long o curt al saiòm gnanca.
La fa anc di miracui,
par ciamala
an mot
a ghè turnà la vus.
Ah s’a pudès spiegaram ma
l’è difficil
cme parlà del nasar e dal murir.

Dio

Dio c’è.
Se c’è la fica c’è.
Solo lui poteva inventare
una cosa così
che piace a tutti
in ogni luogo,
ci pensiamo anche se non ci pensi,
appena tu la tocchi cambi faccia.
Che momento lungo o corto non si sa.
Fa anche dei miracoli,
per chiamarla
a un muto
gli è tornata la voce.
Ah se potessi spiegarmi ma
è difficile
come parlare del nascere e del morire.

Cesare Zavattini
(Da Poesia erotica italiana del Novecento, a cura di Carlo Villa, Newton Compton Editori, 1981)

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Cantèda Vintiquàtar

La figa l’è una telaragna
un pidriùl ad sàida
é sgarzùl ad tòtt i fiéur;
la figa l’è una pòrta
ch’la dà chissà duvò
o una muràia
ch’u t tòca buté zò.

U i è dal fighi alìgri
dal fighi mati s-cènti
dal fighi lèrghi e stretti,
fighi de caz
ciacaròuni ch’al tartàia
e quèlli ch’al sbadàia
e a n dòi una parola
gnènca s’ta li amàzz.

La figa l’è una muntagna
biènca ad zòcar
una forèsta in dò ch’e’ pasa i lop
l’è la caròza ch’la tòira i caval;
la figa l’é una balèna svòita
pina ad aria nira e ad lòzzli,
l’è la bascòza dl’usèl
la su còffia da nota,
un fòuran ch’e’ brèusa inquèl.

La figa quand ch’e’ tòcca
l’è la faza de’ Signour,
la su bòcca.
L’è da la figa ch’l’è avnèu fura
e’ mond sa i èlbar, al novli, e’ mèr
e i òman éun a la vòlta
e at tòtt al razi.
Da la figa l’è avnù fura ènca la figa.
Os-cia la figa!

Canto Ventiquattro

La fica è una ragnatela
un imbuto di seta
il cuore di tutti i fiori;
la fica è una porta
per andare chissà dove
o una muraglia
che devi buttar giù.

Ci sono fiche allegre
delle fiche matte del tutto
delle fiche larghe e strette,
fiche da due soldi
chiaccherone o balbuzienti
e quelle che sbadigliano
e non dicono una parola
neanche se le ammazzi.

La fica è una montagna
bianca di zucchero
una foresta dove passano i lupi,
è la carrozza che tira i cavalli;
la fica è una balena vuota
piena di aria nera e di lucciole,
è la tasca dell’uccello
la sua cuffia da notte,
un forno che brucia tutto.

La fica quando è ora
è la faccia del Signore,
la sua bocca.
E’ dalla fica che è venuto fuori
il mondo con gli alberi le nuvole il mare
e gli uomini uno alla volta
e di tutte le razze.
Dalla fica è venuta fuori anche la fica.
Osta la fica!

Tonino Guerra
(da Il miele, Maggioli Editore, 1976)

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

 Cesare Zavattini, nato nel 1902 a Luzzara in provincia di Reggio Emilia, è stato giornalista, scrittore, poeta, commediografo e sceneggiatore. In ambito cinematografico il suo nome è legato ad alcuni dei più importanti titoli del neorealismo italiano come Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Umberto D., tutti diretti da Vittorio De Sica.
Morì a Roma nel 1989.
Per saperne di più: cesarezavattini.it

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Cesare Zavattini

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Tonino Guerra, nato nel 1920 a Santarcangelo di Romagna, è stato poeta, scrittore, sceneggiatore cinematografico e pittore. Ha scritto opere letterarie in  dialetto romagnolo e in italiano. Come sceneggiatore ha collaborato con grandi registi come Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Francesco Rosi, Andrej Tarkovskij.
Morì a Santarcangelo di Romagna nel 2012.
Per saperne di più: toninoguerra.org

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Tonino Guerra

 

*La manifestazione Diu al ghe (L’origine de la vie), in corso presso il Centro d’Arte Medardo Rosso,  Via Firenze 3 – Montecavolo (RE)  durerà fino al 17 dicembre 2016.

Fantasmi, immaginazioni e immagini nelle poesie di Claudia Zironi

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Richard Hamilton – Ghosts of UFA (1994)

Per parlare dell’ultimo libro di Claudia Zironi si potrebbe partire dal titolo, originale e complesso: Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni (Marco Saya Edizioni, 2016).
E partendo da qui ci si potrebbe avventurare in un viaggio all’interno di immagini e immaginazioni, suggestioni, visioni, proiezioni.
Ma procediamo con ordine, anche perché la scrittura di Claudia Zironi è di per sé rispettosa di uno schema, di un proprio ordine mentale, di un personale regolamento.
L’immagine di copertina è tratta dal film Poltergeist (quello originale del 1982, diretto da Tobe Hooper): la bambina ritratta è la piccola Carol Anne che parla da sola davanti al televisore. In una poesia Claudia scrive: la televisione mi guarda mi parla. / da piccola credevo mi vedesse. / non una parola fu per me sola. Claudia come Carol Anne, dunque?

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Immagine tratta dal film Poltergeist – Demoniache presenze (1982, Tobe Hooper)

È indubbia l’attrazione (o fascinazione, per usare un termine indicato da Francesca Del Moro nella sua prefazione) che prova Claudia Zironi per tutto ciò che è immagine: un’attrazione che nasce da lontano, dall’infanzia appunto e che si è sviluppata parallelamente al progresso delle nuove tecnologie, di cui Claudia è un’attenta osservatrice e fruitrice.
Nel film di Hooper la bambina viene strappata alla realtà da un’entità demoniaca attraverso il televisore e intrappolata in una sorta di dimensione parallela.
La scrittura di Claudia, pur ispirandosi all’immaginario, non ha bisogno (fortunatamente) di effetti speciali o di catastrofi spettacolari, ma si mantiene ancorata alla realtà, pur evocando il soprannaturale: E se la poesia si reggesse sull’equivoco di vite sospese?
La vita è dolore e il poeta si interroga e interroga il tu interlocutore sui propri errori: dimmelo tu / che solo inesisti e taci / perché sono così affranta / dal disastro.
E se è vero che dolore fa rima con amore, ecco che i versi possono trasudare amarezza insieme ad una calcolata crudeltà: spero che tu pianga / lacrime vere consumati occhi / parole accese, di verità di strepiti di grida / spero che tu pianga mentre scrivi.
E ancora: che tu soffra, che rida di dolore / che maceri le ossa dentro il ghiaccio / i denti ti si sciolgano in inchiostro / il sangue ti si versi dalle nari.
L’amore, anzi l’eros ha un posto importante nella poetica di Claudia Zironi (non per nulla la sua raccolta precedente si intitolava Eros e Polis) e l’autrice tratta la materia a viso aperto, senza pudori:

scrivo per te una poesia erotica:
dovrà in quest’ordine contenere
un desiderio, una perversione
e un piacere
.

L’eros zironiano è fatto di corpo e anima, l’amore è scandagliato usando come strumento la visuale femminile di donna del nostro tempo, con il proprio bagaglio di esperienze e sofferenze.
Lo sguardo di Claudia Zironi indaga la vita con precisione da entomologo, con razionalità da scienziato, ma anche con rabbia e disincanto. Il mondo reale si interfaccia con i vari mondi virtuali che l’uomo si è inventato: ecco quindi che il mezzo televisivo viene superato dai social e l’immagine irradiata dal tubo catodico ha lasciato il posto all’avatar.
La sua ricerca poetica abbraccia il pensiero filosofico: da qui la complessità della sua scrittura (attenzione: ho detto complessità e non pesantezza!).
Scrive Francesca del Moro nella sua prefazione (intitolata Tra mito platonico e social network: un poema filosofico sulla fenomenologia delle illusioni): “In definitiva qualunque forma di esperienza, dunque la vita stessa nella sua totalità, sarebbe interpretabile come illusione, oggi proiettata sui molteplici schermi che hanno preso il posto delle pareti della caverna, Il pensiero filosofico viene così chiamato in causa a illuminare i meccanismi psicologici innescati dai contemporanei mondi virtuali.”
È una scrittura immaginativa e immaginifica quella che si ritrova in questa raccolta, dove le visioni abitano le pagine e dove ogni pagina è uno schermo.
“È un’ironia dello schermo, ch’esso possa, e debba, ridursi a un mero supporto di visioni e di fantasticazioni: di parole prodotte, e non insorte, ad abitarlo…” (Vladimir D’Amora, dalla postfazione intitolata La cata-strofe di una voce).
Dove siamo, mentre leggiamo questa raccolta: all’interno di un labirinto degli specchi? Oppure siamo anche noi immagini proiettate? E se al posto di un moderno tablet ci fosse l’antico zootropio?
Non ha importanza, siamo comunque comparse che si muovono e si agitano in questa vita: Claudia Zironi lo sa bene e altrettanto bene ce lo racconta.

i fantasmi si riempiono di frutti le mani
sorella, respirano come i vivi, soffrono
camminandoci accanto dal confine
di quella dimensione della mente, muoiono
in mare e nei campi, sono come lampi
bagliori velocissimi attraverso la stanza
neri. poi gli schermi si spengono
e i latrati nella notte, ora dormi.

 ∞

io non piango, perché
sei morto.
in un sistema di consenso
disputando
la proprietà dell’ombra
a una macchina perfetta.
chiedevo di guardarti gli occhi
avrei contato i vermi
e i millimetri di azzurro.
chiedevo una voce
per misurare la distanza
dell’eco
dei bisbigli.
ma non piango, perché  
se il bambino fosse vivo
leggerebbe
il sale e il vento nelle dita
sparsi al senso, il tempo
della morte non importa.
che il mio latte sia di nuovo latte
e il pane, e sia di tutti.

vi descrivo un’immagine – ammirata l’altro ieri
era perfetta, come
fosse ora
davanti ai nostri occhi:
non si distaccherà mai più
dalla memoria, superiore
per la composizione
uso sapiente del colore
in bianco e nero l’assenza totale
della luce.
ritraeva
dunque
posa nota
come la vedesse per la prima volta
– sono un po’ incerta sul soggetto
ma ricordo
che cantava sommessa una canzone.
ora disegnatela.

voce e carne scorrono
come scie di luce. questa mia bellissima
entità elettronica
che bene scrive di miracoli
inesiste altrove solo
per comune senso di illusione

eri un fantasma
ora sei il sogno
col quale passeggio
sul millennium bridge
e non posso studiare
un finale diverso
quando inizia la pioggia

(Claudia Zironi,  Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni (Marco Saya Edizioni, 2016)

Claudia Zironi è nata a Bologna, dove vive, il 26 marzo 1964. Si è laureata in Storia Orientale all’Università di Bologna e ha conseguito un Master in Gestione d’Impresa.
Ha pubblicato il primo libro di poesie, Il tempo dell’esistenza con Marco Saya Edizioni nel novembre 2012, con la prefazione di Paolo Polvani.
Il secondo, Eros e polis – di quella volta che sono stata Dio nella mia pancia, illustrato da Alberto Cini, edito con Terra d’ulivi Edizioni, ha visto la luce nel luglio del 2014. La prefazione è di Daniele Barbieri e la postfazione di Giorgio Linguaglossa.
Eros and polis è uscito nel 2016 negli USA con le edizioni Xenos Books con la traduzione di Emanuel Di Pasquale, prefazione di John Taylor e quarta di copertina di Alfredo De Palchi.
Nel 2016 con Marco Saya Edizioni è stato pubblicato il terzo libro: Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni, con prefazione di Francesca Del Moro e postfazione di Vladimir D’Amora.
Collabora con varie associazioni rivolte alla diffusione culturale e al sociale come Civico32 e Le Voci della Luna.
E’ fondatrice, nonché dal 2012 attiva nella direzione e nella redazione insieme a Paolo Polvani ed Emanuela Rambaldi, della fanzine on-line Versante Ripido per la diffusione della poesia http://www.versanteripido.it  .

Dublino
Claudia Zironi

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Forum Anterem 2016 – Premio Lorenzo Montano

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Come ogni anno, in coincidenza con le cerimonie conclusive del Premio Lorenzo Montano, la rivista “Anterem” promuove – in collaborazione con la Biblioteca Civica di Verona – un Forum di poesia curato da Flavio Ermini e Ranieri Teti.
Sono in cartellone 14 appuntamenti nel corso dei quali la poesia incontra la filosofia, la musica, l’arte. Tali eventi si svolgono da sabato 12 novembre a sabato 19 novembre 2016 negli spazi della Biblioteca Civica di Verona, via Cappello 43.
La finalità è di far emergere l’intima relazione che unisce la poesia e le complesse problematiche del nostro tempo.
Questa è l’edizione del trentennale del Premio Lorenzo Montano.  Prevede momenti di forte intensità, con interventi di grande rilievo.
L’ingresso è libero fino all’esaurimento dei posti.*

*Il testo di presentazione del Forum Anterem 2016, sopra riportato, è tratto dal sito http://www.anteremedizioni.it

Di seguito il link per scaricare il programma completo del Forum.

Scarica il programma del Forum

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Erba nera che cresci segno nero tu vivi

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Amelia Rosselli, Bologna in Lettere 2016 (foto di Enea Roversi)

Bologna in Lettere partecipa al Festival “Tu se sai dire dillo”, dedicato a Giuliano Mesa e organizzato da Biagio Cepollaro.
Il luogo: Spazio Bioforme, Via Aosta 2, Milano.
Il giorno: domenica 23 ottobre 2016, alle ore 20.30.
Il testo: Erba nera che cresci segno nero tu vivi, tratto da Amelia Rosselli e a cura di Enzo Campi.

Primo appuntamento della nuova stagione di Bologna in Lettere.

Il 23 Ottobre alle 20.30, presso lo Spazio Bioforme, in Via Aosta 2 a Milano, il Festival “Tu se sai dire dillo”, dedicato alla memoria di Giuliano Mesa e curato da Biagio Cepollaro, ospiterà Bologna in Lettere con una serata dedicata ad Amelia Rosselli.

Un libro, “Il colpo di coda. Amelia Rosselli e la poetica del lutto” (Marco Saya Edizioni), quattro chiacchiere sullo spirito che contraddistingue il  Festival, la proiezione di due video e il recital “Erba nera che cresci segno nero tu vivi”, a cura di Enzo Campi, con Mario Sboarina, Francesca Del Moro, Enea Roversi, Martina Campi, Sonia Lambertini, Alessandro Brusa.

Qui il programma completo di “Tu se sai dire dillo” che si articolerà in 3 giornate dal 21 al 23 Ottobre

http://www.poesia2punto0.com/2016/10/02/tu-sai-dire-dillo-v-edizione/

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Christian Tito, Ai nuovi nati

Antonio Donghi - Battesimo - 1930
Antonio Donghi – Battesimo (1930)

Che cosa prova un uomo nel momento in cui diventa padre? E nel periodo dell’attesa, quando sente la vita muoversi nella pancia della madre? Quali responsabilità lo attenderanno, dopo le emozioni iniziali?
Christian Tito prova a rispondere a queste domande nella plaquette intitolata Ai nuovi nati (Amici del Libro d’Artista – Circolo Culturale Seregn de la Memoria, 2016, edizione a tiratura limitata nella collana Fiori di torchio, a cura di Corrado Bagnoli e Piero Marelli), corredata da un’incisione dell’artista peruviano Alejandro Fernàndez Centeno.
Nei suoi versi Christian Tito si rivolge direttamente al figlio con la tensione del padre premuroso, ma anche con la serenità dell’uomo che ha fiducia nel futuro: Ti daranno infinite ragioni per piegarti / e tu non ti piegare, / basterà uno sguardo a certe facce / per sentire minacciata la tua fede, / ma tu credi, credi sempre figlio mio.
Il mondo che attende i nuovi nati è un percorso irto di difficoltà, ma il giovane padre si affida agli insegnamenti del passato: Così chiedo agli avi i futuri codici /per attraversarla senza perdere niente questa nostra vita / per mettere in mio figlio e in tutti i figli / una traccia di senso possibile, un amore, una passione. Si serve poi di quegli insegnamenti per trasmettere un messaggio di speranza: camminare a piccoli passi, ma camminare / dire poche parole, ma dirle / perché noi crediamo nella parola / e forse più in quella data / prima ancora che scritta.
Scrive Corrado Bagnoli nell’introduzione: “Queste poesie si dispongono come una piccola sceneggiatura dentro la quale il poeta si spende nell’unico vero compito della poesia: egli nomina la vita che viene, riconoscendola sacra per il solo fatto che c’è.”
La sacralità della vita, l’amore, il rispetto: ecco la materia di cui sono fatti i versi di questa breve raccolta. Sono cinque poesie intense, nelle quali i sentimenti vengono trattati con sensibilità (dote non così comune tra i poeti, ma che Christian Tito possiede di certo), con pudore e mai in modo stucchevole.
Il poeta non strizza l’occhio al lettore e non cerca neppure di provocare facili commozioni, ma fotografa con realismo e passione la realtà di essere genitore nel difficile mondo in cui viviamo.
È poeta sensibile Christian Tito (è vero,  l’ho già detto): conoscendolo di persona sono sicuro che è anche un buon padre.

Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici
la terra ruota sotto le nostre suole
e mentre gira e tutti noi giriamo
sento il battito del mio secondo figlio

perso dentro quel ritmo penso al mio amico
che ha un tumore al di sotto del cranio

perso
penso
prego che tra non molto
mani di uomini esperti,
ma spero anche buoni,
estraggano la vita dal ventre di mia moglie
e la morte dal cervello del mio amico

lui di figli ne ha già due
e i padri buoni sono pochi.

 

Christian Tito, nato a Taranto nel 1975, vive a Milano dove lavora come farmacista. E’ poeta e film-maker, ha fondato con Nicola Sisci la società Piccole Cose e diretto con lui i cortometraggi Lo spirito del mare, Tu sei libero, La strada del bruco. Nel 2010 ha firmato da solo il corto USA l’America, resoconto visionario di un viaggio negli Stati Uniti. Nel 2012 realizza il cortometraggio di media durata I Lavoratori Vanno Ascoltati che si avvale anche delle poesie di Luigi Di Ruscio. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Dell’essere umani (Manni, 2005) e Tutti questi ossicini nel piatto (Zona, 2010). In prosa Lettere dal mondo offeso (L’Arcolaio, 2014), un volume che raccoglie il carteggio con Luigi Di Ruscio. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia e arte contemporanea Perìgeion.

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