2 agosto, per non dimenticare

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L’autobus della linea 37, uno dei simboli della strage

2 agosto 1980, strage alla stazione di Bologna: 85 morti e più di 200 feriti.
Le uniche parole che mi sento di dire, a trentotto anni di distanza, sono due: non dimenticare.
Ecco alcune delle prime pagine dei quotidiani di allora:

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Altre immagini, diventate tristemente famose:
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Un’altra imamgine indimenticabile: il Sindaco di Bologna Renato Zangheri e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini insieme, in Piazza Maggiore, ai funerali delle vittime il 6 agosto 1980.

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Renato Zangheri e Sandro Pertini

E infine l’immagine dell’orologio della stazione, fisso sull’orario delle 10:25.
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Eclissi di luna

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Questa sera, 27 luglio 2018, si potrà assistere alla più lunga eclissi di luna del XXI secolo.
Gli esperti dicono che durerà ben 103 minuti: dalle 21.30 alle 23.13, con il momento centrale della fase di eclissi totale che avverrà alle ore 22.22.
Non c’è, quindi, occasione migliore per ricordare una silloge poetica, intitolata per l’appunto Eclissi di luna (Poesie 1981-1986), che uscì in formato e-book nel 2011 per la casa editrice La Scuola di Pitagora, nella collana Nuovi Echi.
Posto la poesia che dà il titolo alla raccolta più altre due:

Eclissi di luna

Giostra obliqua in un raggio di sole
scoppio di ginestre tra le siepi
il tuono è una similitudine
nel sogno della riconciliazione.
Infranto lo specchio dell’essere:
circo in piazza e bandiere al vento.
La Santa Inquisizione morde alle spalle
e l’ombra rugosa avanza lenta
carro cigolante sul binario arroventato.
Inventami un sogno pagano:
un’eclissi di luna torbida
per cavalcare la notte.

* * *

Ci uccide il tempo

Ci uccide il tempo
questo tempo di cipressi malati
di pallide finestre gocciolanti
di mani incandescenti e morbide
questo tempo incorruttibile
fatto di amori corrotti
che vivono una sola stagione
questo tempo ubriaco di luce
specchio fragile dagli angoli smussati
macchia indelebile sul nostro cammino
questo tempo da sempre indefinito
questo tempo per sempre infinito.

* * *

Il morbo della follia

Il morbo della follia è un cadavere eccellente
si sfila le calze con lentezza misurata
sputa sguardi fino alla spina dorsale
un pavido grigiore si staglia nei suoi occhi rossi.
Il morbo della follia è un mattino di nebbia
le insenature della città si sgonfiano
al passaggio di una mitragliatrice cieca
e mille stivali verdi luccicanti di vergogna.
Il morbo della follia ha un nome latino
e una corona di ferro come morbida escrescenza
pullula di vestaglie di seta il suo sorriso
curvo sull’acqua in cerca di un’obesità trasparente.

(Enea Roversi, Eclissi di luna (Poesie 1981-1986), La Scuola di Pitagora, 2011)

Di seguito il link che rimanda al sito della casa editrice:
Enea Roversi – Eclissi di luna

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La pacchia è strafinita – antologia di scritti poetici e in prosa

Francisco Goya - El naufragio - 1793-1794
Francisco Goya – El naufragio (1793-1794)

Succede che uno dica: “Confermo che è strafinita la pacchia per chi ha mangiato per anni alle spalle del prossimo: ci sono 170mila presunti profughi che stanno in albergo a guardare la tv”. Succede, dai, che uno al bar le spari grosse. Sui profughi, poi, se ne dicono e se ne sono dette tante che ormai, una più o una meno, non fa differenza. Che poi, a dire il vero, l’uso delle parole è straniante: chi sono i profughi? E gli extracomunitari, non esistono più? Che differenza c’è tra migranti e clandestini? E tra clandestini e profughi?
“Le parole sono importanti” diceva Michele Apicella, alias Nanni Moretti. E allora, se le parole sono importanti, vanno soppesate e pensate prima di essere pronunciate, specialmente se si occupa una carica istituzionale. Già, perché la frase sulla pacchia finita, anzi strafinita, non è stata detta da un tizio qualunque in un bar qualunque, ma l’ha pronunciata il Ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Ecco quindi che, da un gruppo di persone che si occupano di poesia e che con le parole si misurano continuamente, è nato un moto spontaneo di risposta alle parole del ministro. Trentacinque autori hanno detto la loro ed è nato così questo piccolo libro, dal titolo La pacchia è strafinita – antologia di scritti poetici e in prosa, che contiene i contributi di trentacinque autori che intendono in questo modo rispondere alle affermazioni del Ministro dell’interno sulla “pacchia”.
Gli autori sono: Antonella Lucchini, Paolo Polvani, Claudia Zironi, Francesco Prascina, Silvia Secco, Roberto Marzano, Luigi Finucci, Patrizia Sardisco, Enea Roversi, Marco Maggi, Rosanna Gambarara, Bartolomeo Bellanova, Francesca Del Moro, Giovanna Zunica, Sergio Sichenze, Raffaela Ruju, Vincenzo Mastropirro, Luana Lamparelli, Francesco Paolo Dellaquila, Velia Leporati, Fernanda Ferraresso, Gabriella Modica, Giuseppe Martella, Vito Panico, Gianfranco Corona, Pina Piccolo, Franco Intini, Lucia Guidorizzi, Julka Caporetti, Katia Sassoni, Alessandro Silva, Rita Ceci, Serena Piccoli, Gassid Mohammed, Giorgia Monti.
Nell’introduzione al libro leggiamo: “(Il lavoro collettivo La pacchia è strafinita)… non è mosso da altro che un meraviglioso senso civile, umano e solidale di “reazione” di fronte alla recente, pubblica affermazione, sopra riportata, del Ministro dell’interno della Repubblica italiana. Di questo si tratta e questo è l’intento. Ed è meraviglioso quello che è successo: un poeta, un intellettuale ha fatto una vera e propria “chiamata ai fiori”, alla quale una bella parte della “comunità” poetica ha risposto con il cuore e la voce, in grande numero e con grande qualità. È bellissimo ed è importante, soprattutto in questo contesto nel quale viviamo, dove sembra che le parole siano prive di peso e che, pronunciate, non producano alcun fenomeno di reazione.”
Il libro è la prima pubblicazione libraria cartacea di Versante Ripido, è auto prodotta tramite la piattaforma KDP e costa appena 6 euro.

Il link per acquistare il libro su Amazon

A rappresentare tutti i testi raccolti nell’antologia ho scelto questo, scritto da Paolo Polvani:

Rumba della vera pacchia

La prima vera vera pacchia è ignorare la complessità
le implicazioni le complicazioni la concatenazione delle
cause
e si, una grande pacchia l’attraversamento dei deserti
quando
l’unica prospettiva è guardare il muro della fame e
aspettare
soltanto di finire, ah che pacchia pacchia quando il mare
t’inghiotte
e ti risucchia e ti risputa in forma di poltiglia, in placche
di carne e ossa che l’acqua spolpa in sussurri, in gargarismi
e garruli rigurgiti che pacchia pacchia prendere l’umanità
e pestarla, calpestarla, frantumarla che tanto noi c’abbiamo
l’acqua
e c’abbiamo filo spinato quanto basta e c’abbiamo il grido
delle truppe e i voti e gli stendardi e i baluardi e i crocifissi
da appendervi voi tutti che invece c’avete soltanto fame e
occhi
disperati e che pacchia pacchia non avere neanche un
piccolo orto
per piantarci i semi del rimorso che pacchia ignorare
il pianto delle madri che pacchia il pil che sale e il sale
che incrosta le ossa in fondo al mare che pacchia i
respingimenti
se te ne stai al sole e sei in vacanza che pacchia dire
ma questi tutti col telefonino e certe pretese e certa fame!
che pacchia affilare le armi e sprofondare dentro sonni
tranquilli
che pacchia il buio e la ferocia senza pentimenti che pacchia
questa tremenda notte che c’inghiotte
(Paolo Polvani)

LA PACCHIA COVER

Le parole sono importanti, ma oggi sembrano non contare nulla e aver perso il proprio significato.
Qualche giorno dopo l’affermazione sulla pacchia, il ministro ne ha fatto seguire un’altra, nella quale paragonava la nave Aquarius (che viaggiava con 629 migranti a bordo) a una nave da crociera.
Ecco come si viaggia sulle navi da crociera:

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(AP Photo / Emilio Morenatti)

La foto documenta, insieme ad altre immagini, la grande operazione di soccorso dell’agosto 2016 da parte della Guardia Costiera ed altre organizzazioni, nel corso della quale furono salvati 6.500 migranti a circa 20 chilometri dalla costa libica.
Di seguito il link con l’intero servizio fotografico, pubblicato da Il Post.

Le foto dei 6.500 migranti salvati al largo della Libia

Primo Levi, la memoria e il ritorno

George Segal - The Holocaust - 1982
George Segal – The Holocaust (1982)

Nel 1947 uscì la prima edizione di Se questo è un uomo, il primo romanzo di Primo Levi.
Testimonianza indimendicabile e struggente, racconto lucido e doloroso, ma soprattutto testo imprescindibile per conoscere la tragedia e l’orrore dell’Olocausto.
In occasione della Giornata della Memoria, Tragico Alverman ripropone, da Se questo è un uomo, un estratto della nota introduttiva scritta dallo stesso Primo Levi e la poesia Shemà, i cui celebri versi aprono il libro. Shemà è un termine ebraico che significa “ascolta”. Nel giorno della memoria è giusto dunque ascoltare l’appello che ci rivolge Primo Levi: Meditate che questo è stato / Vi comando queste parole / Scolpitele nel vostro cuore. Ascoltiamo e meditiamo su queste parole, facciamo in modo che la Giornata della Memoria non sia un mero rituale, ma l’occasione per riflettere sugli orrori della guerra (di tutte le guerre). Ricordare gli errori (e gli orrori) compiuti dall’uomo affinché non si possano mai più ripetere, anche se l’attualità ci offre ogni giorno esempi di come l’uomo tenda a dimenticare il passato.

“Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. A molti, individui e popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”.”
(da Primo Levi, Se questo è un uomo, Giulio Einaudi Editore, Torino 1958)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore:
Stando in casa e andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
(da Primo Levi, Se questo è un uomo, Giulio Einaudi Editore, Torino 1958)

 

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Primo Levi (1919-1987)

Il 25 aprile del 1983 la RAI trasmise, nel corso della trasmissione Sorgente di vita,  il documentario Ritorno ad Auschwitz, regìà di Daniel Toaff. Nel documentario Primo Levi viene intervistato durante il viaggio che lo riporta, dopo quasi 40 anni, ad Auschwitz, nel lager dove fu deportato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dall’archivio di Rai Teche: Ritorno ad Auschwitz.
Ritorno ad Auschwitz

 

 

 

 

A Jeanne Moreau

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Jeanne Moreau nel film Viva Maria!, regia di Louis Malle (1965)

Ho sempre pensato che il segreto del fascino di Jeanne Moreau fosse la sua bocca: erano senz’alcun dubbio quelle labbra meravigliosamente malinconiche e seducenti a colpire prima di ogni altro particolare. Poi, col tempo, ho ripensato ai suoi occhi: la profondità di quello sguardo contiene altrettanta malinconia e altrettanta seduzione della bocca.
Viso malincolinico, capace però di trasformarsi in un’esplosione di allegria, come testimoniato dalla foto sottostante.

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Una bellezza fuori dai canoni, senza età e per questo sempre moderna.
Ne sono sempre stato innamorato, fin da ragazzo: la sua immagine dallo schermo ha il potere di catturarmi come poche altre.
Indimenticabili i suoi personaggi cinematografici: leggere i titoli dei film da lei girati è come ripercorrere la storia del cinema degli ultimi sessanta anni.
Ascensore per il patibolo di Louis Malle,  Jules et  Jim di François Truffaut, La notte di Michelangelo Antonioni, Il diario di una cameriera di Luis Bunuel, solo per citare alcuni degli oltre cento titoli della sua carriera. Jacques Becker, Orson Welles, Martin Ritt, Jean-Luc Godard, Jacques Demy, Joseph Losey, Tony Richardson, Rainer Werner Fassbinder sono altri grandi registi da cui Jeanne Moreau fu diretta.
Nelle scene iniziali di Ascensore per il patibolo, quando la si vede in primo piano sussurrare al telefono al proprio amante Je t’aime, je t’aime, non si può non invidiare Maurice Ronet, il destinatario di quella dichiarazione d’amore, per poter provare la sensazione di essere amati a quel modo.
Poi, d’accordo, la storia si sviluppa in un modo per il quale  l’invidia termina di lì a poco, ma è quel momento che rimane fissato nella mente: Jeanne/Florence che telefona all’amato.

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Ascensore per il patibolo, regia di Louis Malle (1958)

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Come dimenticare poi Catherine, il personaggio che Jeanne Moreau interpreta in  Jules et Jim, il capolavoro truffautiano: la gioia di vivere, la passione, la follia.
Catherine ama due uomini, sfida le convenzioni e la morale comune, vive in pieno la propria vita, fino all’ultima folle corsa nella quale trascina con sè i suoi due amori.
Il fascino rimane inalterato, anche quando ad incorniciare le labbra appare un paio di baffi finti.

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Jules e Jim, regia di François Truffaut (1962)

Josy, la regina Margot, Florence, Mata Hari, Jeanne, Ljuba, Lidia, Catherine, Eva, Céléstine, Maria, Julie: vastissima la galleria di personaggi cui ha dato vita Jeanne Moreau.
Tutti hanno in comune, pur nella diversità tra loro, un elemento.
Si chiami questo elemento passionalità, oppure fascino, oppure potere seduttivo, oppure sensualità, poco importa. Esiste, lo si percepisce, buca lo schermo e ti avvolge.

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Mata Hari, agente segreto H-21, regia di Jean-Louis Richard  (1964)

 

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Eva, regia di Joseph Losey (1962)
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Jeanne Moreau e Monica Vitti nel film La notte, regia di Michelangelo Antonioni (1961)

Trent’anni fa ebbi la fortuna di vederla recitare dal vivo, a Bologna: il testo era “Le récit de la servante Zerline”, per il quale fu premiata come miglore attrice con il prestigioso Premio Molière.
Fu l’occasione, unica ed irripetibile, di sentire dal vivo la sua voce così particolare, un altro dei segni distintivi di Jeanne Moreau.
La bocca, gli occhi, la voce di una donna che ha amato molto ed è stata molto amata.
Una donna ribelle, anticonformista, elegante e colta, che ha vissuto in pieno il vortice della vita (Le tourbillon de la vie, appunto).
In una parola, Jeanne.
Le Tourbillon de la Vie, by Jeanne Moreau in Jules et Jim, by François Truffaut (1962)

A lei, recentemente scomparsa, dedico questi versi.

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(A Jeanne Moreau)

Sono le labbra a dire più di ogni altra
cosa a sussurrare a parlare d’amore al
telefono sensualità che scorre attraverso il filo è il
sorriso malinconico un po’ aristocratico
sono gli occhi perduti nello sguardo
di corsa nell’auto lanciata verso il volo
sull’acqua è la sciarpa lanciata dal terrazzo è
la freccia scoccata con l’arco la calza nera
sfilata con lentezza la pistola la vasca colma
di pensieri di nuovo gli occhi le spalle nude il velo
il vestito bianco e il vestito nero è Parigi
sono le strade di Milano la notte il respiro
il soffio destino crudele amore impossibile
la bellezza inossidabile la sete d’amore
sono gli occhi a parlare come le labbra
il vortice della vita nel suono di una
chitarra il paesaggio di fuoco la stanza
disadorna il lampadario la villa di campagna
il fruscio del vestito di scena la luce
è la giostra nel vento la danza degli amanti
la vendetta calcolata di Julie è Margot
la regina è Maria che balla e fa la
rivoluzione è il marchio di Ljuba è Florence
che aspetta invano è Catherine che ride
Lidia che s’interroga Eva che seduce
la cameriera Céléstine e la serva Zerline
sono le donne la quintessenza tutte
dell’esistenza sono loro a ferire il
cuore a riscaldare l’animo a farci cadere
impossibile non amarle sono tutte
le donne del mondo è la donna
è lei che ci parla con
le labbra e con gli occhi
è Jeanne, amata per sempre.

Enea Roversi
(Agosto 2017)

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Jeanne Moreau

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ashraf Libero!

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La vicenda del poeta palestinese Ashraf Fayadh è ormai tristemente nota.
Accusato di apostasia, diffusione dell’ateismo e bestemmie contro Dio e il suo profeta, è stato dapprima condannato a morte, condanna in seguito tramutata in otto anni di prigione e ottocento (ottocento!) frustate. Succede oggi, in Arabia Saudita.
Non ho idea di che cosa possano essere ottocento frustate, non credo che siano una condanna inferiore alla morte: trovo tutto questo orribile e basta.
Scrive il poeta iracheno Gassid Mohammed: Il poeta lotta con il pensiero e con la parola. Se un poeta viene condannato a morte per le sue parole e i suoi pensieri, questo non significa la morte del poeta, ma del pensiero e della parola. ”
Giovedì 28 luglio 2016 sarà la giornata mondiale a sostegno di Ashraf Fayadh, con letture poetiche in varie parti del mondo.
A Bologna, sotto l’organizzazione di Gassid Mohammed e de La Macchina Sognante, ci sarà una lettura presso la Libreria Ubik, Via Irnerio 27, dalle ore 17.30 in avanti.
Introduzione di Gassid Mohammed e letture di: Silvia Secco, Claudia Zironi, Marina Mazzolani, Maria Luisa Vezzali, Mirella Santamato, Loredana Magazzeni, Pina Piccolo, Enea Roversi, Daniele Barbieri, Alessandro Brusa, Domenico Segna.
Di seguito il link della pagina Facebook riguardante l’evento:

https://www.facebook.com/events/1185849388103338/

Per approndimenti sul caso di Ashraf, di seguito il link dell’articolo pubblicato su La Macchina Sognante:

http://www.lamacchinasognante.com/la-morte-e-vetro-la-poesia-e-luce/

 

Poesia per riflettere #2: Nazim Hikmet

Marc Chagall - Guerre III - 1956-57
Marc Chagall – Guerre III (1956-57)

Quando le parole sono di troppo, quando è meglio il silenzio, ecco che ci arrivano in soccorso i versi dei poeti.
Nazim Hikmet, per esempio.

Da: Lettere dal carcere a Munevvér – Prigione di Bursa (Anatolia)

Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le rose lontane
amo in te l’impossibile

entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne

amo in te l’impossiible
ma non la disperazione.

(1943)

 

Se per i buoni uffici del Signor Nuri spedizionere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l’aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo dccinnn…

due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d’argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì

ti farei sedere sull’orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l’aria e l’acqua d’Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l’osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia
ma sta’ attenta
sta’ attenta a non dirmi “avvicinati”
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento.

(1944)

 

Da: In esilio

Arrivederci fratello mare

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

(Varna, 1951)

 

Prima che bruci Parigi

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul tuo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume sacro della notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

(Parigi 1958)

 

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Nazim Hikmet

Nazim Hikmet nasce a Salonicco nel 1902, da una famiglia aristocratica turca. Appena diciottenne fugge in Anatolia per partecipare alla guerra di liberazione guidata da Ataturk. Nel 1921 aderisce al movimento rivoluzionario sovietico. Emigra a Mosca, dove incontra Lenin, Esenin e Majakovskij. Nel ’28 pubblica a Baku il suo primo libro di poesia. Rientrato clandestinamente in Turchia nel ’29, viene arrestato e incarcerato per sette mesi. Nel 1938 è processato e condannato a ventotto anni di carcere. Ne sconta dodici in Anatolia. Torna in libertà nel ’50, grazie alla campagna a suo favore promossa da un gruppo di scrittori e intellettuali. Dopo un breve periodo a Istanbul, si trasferisce di nuovo in Unione Sovietica (dove scrive e pubblica), vivendo in una dacia nei pressi di Mosca. La sua fama è mondiale, i suoi libri sono tradotti in numerosissimi paesi. Viaggia molto: nel 1961 è a Cuba, più volte è anche in Italia. Il 3 giugno 1963 muore a Mosca colpito da un infarto.

Testi e note biografiche tratti da: Nazim Hikmet, Poesie (2006, Gruppo Editoriale L’Espresso su licenza di Arnoldo Mondadori Editore) per la serie Poeti del Mondo, a cura di Maurizio Cucchi.
Poesie d’amore (2002, Arnoldo Mondadori Editore), traduzione di Joyce Lussu.