Eppure, un video da una poesia

Eppure
Nel mare sconfinato dei concorsi letterari, mosso spesso da acque agitate, avvengono a volte dei piccoli, ma significativi eventi che rimangono nella memoria.
Ecco quindi che mi piace ricordare qui, con affetto e piacere, il Primo Concorso Letterario Nazionale “Oubliette” promosso dalla web-magazine Oubliette Magazine e da Faster Keaton Produzioni, che si svolse nel 2011.
La mia poesia Eppure si aggiudicò la prima posizione nella sezione C (Poesia inedita): il premio consisteva nella realizzazione di un video della poesia da parte di Faster Keaton Produzioni.
Lo ripropongo ora, a sette anni di distanza.

Eppure, di Enea Roversi – Oubliette Magazine

Questa fu la motivazione del premio da parte della Faster Keaton Produzioni:
“Per l’eleganza dello stile con cui il Roversi ci rende partecipi di una situazione di completo e rassegnato intimismo, qui espresso nella figura di un inconsolabile che percorre lentamente uno spazio angusto, riflesso della sua interiorità. La scelta letteraria lascia al lettore una certa apertura per quanto riguarda la rintracciabilità delle figure, ma allo stesso tempo suggerisce un ambiente desolato e prossimo alla fine. Una presa di coscienza della condanna all’inerme finitudine di un’entità ormai confinata in spazi metafisici.”

Di seguito il link alla pagina di Oubliette Magazine:

“Eppure” di Enea Roversi, prima posizione della sezione C del Primo Concorso Oubliette

eppure

eppure mi ritrovo
spossato e muto
in terre di crisalidi
ignorando il volo
la tempesta di luce
lo schianto azzurro
cado sulla pietra
mi rialzo incolume
colmo di piaghe
poi a stento riparto
invocando le stelle
differite ferite
colano in tumulto
riabbraccio il mondo
sulla rampa di lancio
consapevole ora
di non andare lontano.
(Enea Roversi, 2011)

Come allora, grazie a Oubliette Magazine e a Faster Keaton Produzioni.

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Fabrizio Bregoli – Zero al quoto

Sam Francis - Bright Nothing-1963
Sam Francis – Bright Nothing (1963)

“Se i punti di riferimento, per chi scrive, sono importanti e illuminanti, quelli di Fabrizio Bregoli non lasciano dubbi in quanto a spessore. L’ultima raccolta di Bregoli si apre infatti con tre citazioni, rispettivamente di Giorgio Caproni, Luigi Di Ruscio ed Edoardo Sanguineti. Non sono le uniche presenti nel libro: più avanti infatti troviamo richiamati autori del calibro di Luzi, Pavese, ma soprattutto Zanzotto e Sereni, in una diffusa disseminazione di versi, eserghi e dediche, come scrive giustamente Vincenzo Guarracino nella sua nota iniziale, quasi che Bregoli abbia voluto mettere dei punti fermi, dei veri e propri segnali indicativi ad accompagnare il lettore durante l’attraversamento del percorso.
Proprio il percorso è irto di insidie (piacevoli insidie, aggiungerei), che a mio avviso non devono mai mancare nella scrittura poetica: a cominciare dal titolo, oscuro e difficile da decifrare.
Zero al quoto indica, nel gergo matematico, un’operazione che dà come resto zero, ma è anche espressione gergale per dire: niente, non se ne fa nulla.
Ed è proprio il nulla a fungere da fulcro di questa intensa raccolta: Bregoli si chiede quali possano essere le vie d’uscita per scappare da questo vuoto che ci opprime e che sembra caratterizzare il momento storico che viviamo. Un vuoto esistenziale, ideologico, sentimentale, ma non solo.
Scrive Bregoli in una delle prime poesie della raccolta (Qui il mondo è un esitare) che il tempo è un orizzonte da colmare e già qui si avverte la necessità di riempire il vuoto temporale, poi il concetto di nulla ritorna prepotente, in modo tranchant, qualche verso dopo: La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile.”
Questo è un estratto della nota da me scritta sulla raccolta poetica di Fabrizio Bregoli Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018) e che è stata pubblicata sulla rivista online Versante Ripido nel numero di Luglio 2018.
Di seguito il link con la nota completa:
Zero al quoto di Fabrizio Bregoli, nota di lettura di Enea Roversi

Di seguito una breve selezione di testi tratti dalla raccolta stessa.

Detto? Taciuto appena

Detto? Taciuto appena, Mario, il gorgo
di passi e di pensieri, la matassa
rifratta in oro sui tetti piovosi,
l’ingrigirsi rapido dello specchio
che fu scena, cielo o solo suo accenno
o frammento lastricato di nubi.
Versi. Foggia o marchio per la memoria.
Così inseguo le orme umide dei giorni
ne delibo il fumigare sottile
l’astio, lo sfrigolio al fuoco fatuo
delle foglie martoriate dal vento.
Sei tu nello spigare della luce
che scosti dai vetri vapori opachi
apri ciglia, detergi la conca arida
dove gli iridi giacciono irredenti
tu a schiudere questa greve siberia
gettare germogli sul fondo nero
di arsi crateri, di ghiacci perenni
spezzare il rigore di antichi nodi
aggrovigliati alla scorza dei tempi
fare di me l’alveo alla corrente
salùbre e perigliosa delle mani,
molarne il fiato a filo delle labbra.

Eterno quest’istante?
Eterno. Fragile ed eterno.

* * *
Dalla sezione Gli uomini (o la loro ipotesi)

Acciaio

Vi indugia ancora, icona prigioniera
nell’intarsio d’oro della sua tavola,
dita indiscrete a gravare la soma
d’imposta immobilità. È sempre lui,
quel mondo già dato troppo per certo
quell’emanazione d’un sé corporeo
in cui accorta od incosciente intridersi.
Quella miscela spuria di ioni ed atomi
l’aria, più di tutto le manca,
lei che da anni nel polmone d’acciaio
ne inala ne esala quel lavorio
di vento sulla pelle
fino a farne afflato, alea di respiro.

Giardino di silenzio
si fa eco del mondo, sua cassa armonica
in cui raduna frantumi esperiti
subìti o solo immaginati,
si fa senso chiaro, s’accorda al cosmo
ne ascende ogni scala, assente al suo ritmo.
Brulichio di formiche, ronzio
di lampade o tremolio di vetri,
scalpicciare di passi o risa d’uomini.
Poco importa distinguerli.
Rumore di fondo, scorie d’universo.

* * *
Dalla sezione Iconoclastie

Pietà Rondanini
(Michelangelo, 1552-1564)

L’approdo d’una vita è la cesura
che spezza la fierezza di quel braccio,
il suo farsi ostacolo, finta breccia
che svolta nel suo vuoto, si dà assenza.
È quel nitore che preme alle gambe
lo scivolo di luce su quel bianco
che non sa regger l’urto, si fa grezzo
tradisce la fatica, lo scalpello.
I volti che si sbozzano dall’alto
si scavano un profilo, creano spazio
di sé nell’aria che s’accuccia, spare.
Pienezza che si colma, l’incompiuto.

E non sai dire chi si regga, è retto
la mano che si porge, che l’accoglie,
la curva che purifica, s’assolve
riunisce in cerchio il senso, dà ragione
e del dolore fa testimonianza.
La madre che ne è cardine, corteccia
reclina a lato il capo, ora gli è figlia
diviene peso lene, scacco d’ombra.
La luce si ritrae per riverenza
nell’inchinarsi altero delle spalle
scantona fuori campo, dà evidenza
all’ossessione antica del suo grembo.

Così li colsi al bivio dei bastioni
sguardi brulli, respiro di cristallo
protendersi a un bivacco di cartoni.
Guaiva un tram. Poco più in là il Castello.

* * *
Dalla sezione Memorie (da un futuro)

Mururoa

Scrutava come bottoni strappati
gli atolli, il baleno degli astri.
Da un intruglio di schegge di vetro
e occhi di pesce guariva l’indocile
gorgo del sangue. Fiutava nell’aria
il tuono, avvisaglie di terremoti
le impronte dei diavoli di Tasmania.
Portava il suo silenzio come un dono
un alambicco d’echi senza voce.

Quando s’inabissò
come in un sudario brillò d’un fiato.
Dopo s’estinsero alghe
larve, i pesci lucerna.
Per ultimi svanirono
anche i terremoti. Secondi agli uomini
prima che esistesse Dio.

* * *
Dalla sezione Diversa densità degli infiniti

(Leni Riefensthal)

Quelle braccia, prone nel loro torcersi
a misura di un’altra umanità.
Ed i corpi, quella loro morfina
buona. Assoluta la luce, ad adempiere
lo scatto micidiale del secondo.

Ma in ogni loro ansimo pulsa un battito
notturno, una crepa obliqua sul volto
di terra, impronunciata nel suo sguardo
sbagliato. E dice fango

il mondo – suo fantoccio l’arte.
E bestia il cuore. Nulla credimi

si sconta vivendo, nulla redime.
Nemmeno la bellezza.

* * *
Dalla sezione Per una poesia possibile

I limoni del Garda

Il tarlo dell’addio t’accompagna
nel diseguale incedere fra vicoli
di sassi, muretti di pietra e malta,
fra pergolati ed orti nella roccia.
Qui Ecate leggera s’incammina
più breve d’un sospiro, fra le foglie
i rami ammanta in reticoli d’ombra,
beve il silenzio assorto della luce
quando si screzia all’ultimo sussulto
e il sole scivola, secchio di rame
nell’ingordo pozzo del lago,
vi scioglie la lingua infuocata
sul catino riverberante d’acque.
E muore il giorno.

Ma ne ha raccolto la messe di luce
la scabra scorza dei limoni
fulgide calamite, curvi lampioni
sui tralci della sera,
come l’esile filo d’oro cerchia
l’algida, nera pupilla d’un merlo.
E dura il giorno.

Così s’impara a morire
sopravvivendo alla consuetudine
dell’ora, del non detto
qui, nella disequazione di parole
e senso, se solo nella provvisorietà
del tempo è commiato.

(Fabrizio Bregoli, Zero al quoto, Puntoacapo Editrice, 2018)

Fabrizio Bregoli, nato nella bassa bresciana, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni.
Da sempre interessato alla poesia, all’epistemologia e alla storia contemporanea, ha pubblicato solo in anni recenti.
Ha all’attivo diversi percorsi poetici fra cui la plaquette Grandi poeti (Pulcinoelefante, 2012) e le sillogi Cronache Provvisorie (VJ Edizioni, 2015, Finalista al Premio Caproni), Il senso della neve (puntoacapo, 2016 – Premio Rodolfo Valentino 2016 e Premio Biennale di Poesia Campagnola 2017, Premio della Critica al Dino Campana 2017, Terzina del Premio Caput Gauri), Zero al quoto (puntoacapo, 2018 – Premio Città di Arcore 2018) ed il poemetto ENIAC incluso in iPoet 2017 (Lietocolle, 2018).
È stato inoltre più volte finalista e segnalato ai Premi Guido Gozzano e Lorenzo Montano. È incluso in numerose antologie e presente con i suoi testi sui principali blog di poesia.
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Rodolfo Cernilogar – Parlando d’altro

Giovanni Fattori - Riposo in Maremma (1875)
Giovanni Fattori – Riposo in Maremma (1875)

La dedica recita, con struggente tenerezza: Al mio babbo, che diceva di non capire Picasso.
Mettiamolo per un momento da parte, quindi, Picasso e immaginiamo piuttosto un dipinto dei Macchiaioli.
Potrebbe essere un’opera di Giovanni Fattori, o di Telemaco Signorini, oppure di Silvestro Lega a fare da sfondo ideale a questa raccolta poetica di Rodolfo Cernilogar, Parlando d’altro, pubblicata nel 2014 da Cicorivolta Edizioni e che Tragico Alverman desidera riproporre oggi.
Il luogo (terra, microcosmo, mondo) è la Maremma, con la sua natura selvaggia e al tempo stesso accogliente, fonte inesauribile d’ispirazione, baule dei ricordi da scoperchiare e con il quale giocare, cordone ombelicale impossibile da recidere.
Cernilogar dipana la propria narrazione con la vitalità del cantastorie, miscelando tocco leggero e forza romantica.
Poesia lirica, verrebbe da dire, ma che sta alla larga dal poetese che faceva imbestialire Sanguineti.
Se è vero che il poeta quando scrive si mette a nudo, Cernilogar non ha alcun timore a mostrarsi e a parlare d’amore, di passione, di ricordi, attingendo a piene mani dal quotidiano, osservando il presente e scavando nel passato.
Scrive, nella sua lucida e appassionata postfazione, Francesca Del Moro: “La poesia di Rodolfo è immediata e coinvolgente: non ha paura di usare parole semplici, rubate alle favole della buonanotte, ai diversi mestieri, o alle massime dei contadini, che conoscono le stagioni e la terra e vi attingono la propria saggezza. Le riprende e le cesella finemente per dispiegarci innanzi una mappa su cui tracciare con il dito il sorprendente itinerario della nostra esistenza. Le sue poesie sanno di pane appena sfornato, di vino invecchiato in botti pregiate: goderne è semplice, ma questa semplicità deriva dalla perizia artigiana e dalla cura amorevole di chi ha imparato a fare il pane e il vino buono.” (*)
Amore che pulsa, vita che si compie, natura che domina, paesaggio che stordisce, casa che riscalda, tempo che scorre: nella poesia di Cernilogar c’è tutto questo e, in fondo, tutto questo è poesia.

Di seguito alcuni testi tratti da Parlando d’altro.

Dalla sezione Arte e mestieri:

Trailer

La pioggia, un ombrello che riempie
l’inquadratura e ondeggia nell’aria,
il viso dell’uomo, lo sguardo che tocca
le cose come pioggia, la strada,
le ballerine, le gocce sospese alla catena,
i riflessi in bianco e nero, il viso della donna,
la pioggia che cade sul viso e sui capelli,
lo sguardo dell’uomo che dice amore,
la donna si mette il cappello, sposta
i capelli dal viso e sorride piena
di attesa e di paura, sotto la pioggia.

* * *
Violinista tzigano

Quando arrivai
i posti erano già occupati.
Mi misi a suonare all’angolo
tenendo il tempo su una gamba sola.
In attesa della grazia
cercai di farmi buoni amici,
di arrivare in piedi al gran finale.

* * *
L’amanuense

Voglio leggerti come un codice miniato
studiare i tuoi silenzi con la pazienza
di un monaco benedettino, fare note
a margine alla tua gioia con colori
caldi dei capilettera, accarezzare le sottili
venature che il tempo ha lasciato
sui tuoi passi nel silenzio di questa luce
polverosa se poi trattengo il respiro
perché l’inchiostro sia una cosa sola
con la mano che ti cerca.

* * *
Dalla sezione Terre animali piante e minerali:

La scoperta del fuoco

Proteggi
il fiore rosso.
È nato dalla furia
degli elementi, dalla natura
che si è rivelata. Tienilo in vita
con ogni mezzo. Dipingi
nell’umido della grotta,
canta alla notte, affascina
nei racconti, nei guizzi delle ombre.

* * *
Dalla sezione Distrazione:

Febbre

Potremmo parlarne per ore. Chiamare
in soccorso la scienza: odori e voci
lasciano segni. O ricordare un esempio,
tra gli altri: la linea di mercurio
che sale, in giorni diversi,
nel mio e nel tuo
corpo, quando la tenerezza
stringe il nodo
come una domanda.

* * *
Promemoria

La dispersione del tempo, il pulviscolo
dei pensieri, la luce tra gli oggetti,
l’azzurra distanza, le settimane,
le ore di sonno, le scale nottetempo,
l’intonaco sui muri, la pioggia
sulle dita. Proprio in quel punto
esatto. Non sapevamo
che era nostro. Rubalo, la prossima
volta, rubalo, tra me e me,
tagliandomi le dita.

* * *
Dalla sezione Dagherrotipi:

A mio padre

Ora che non ci sei
posso scrivere di te
del tempo e della luce
l’ossessione per la fotografia
quella tra la cucina e la sala
con gli occhiali e la carabina
appoggiata sul ginocchio sinistro
un giovane prepotente hemingway
diventato vecchio in dieci pagine
passi lenti e poche parole
sempre quelle
una tenerezza che prima non c’era.
Ora che non ci sei
sento su di me i tuoi difetti
vorrei essere un uomo migliore
sarebbe come perderti un’altra volta.

(Rodolfo Cernilogar, Parlando d’altro, Cicorivolta Edizioni, 2014)

Rodolfo Cernilogar è nato a Pisa nel 1975 ed è cresciuto in Maremma. Attualmente vive a Ferrara. Ha pubblicato le raccolte poetiche Argento di lumaca (LietoColle, 2006) e Parlando d’altro (Cicorivolta Edizioni, 2014), con le quali ha vinto numerosi premi.

(*) (dalla postfazione L’arte della gioia di Rodolfo Cernilogar, di Francesca Del Moro).

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In copertina, “Parlando d’altro”, illustrazione originale di
Ilaria Grimaldi

 

Scommessa

Odilon Redon - Le Joueur - 1879
Odilon Redon – Le Joueur (1879)

Vicino a dove abito c’è una tabaccheria, una come tante. Lo spazio all’interno è quasi interamente dedicato al gioco: è un microcosmo chiassoso e falsamente luccicante, meta continua di varia umanità alle prese con i gratta e vinci, le slot machine, il lotto in tutte le sue declinazioni. Ci sono capitato qualche giorno per ritirare un pacco (le tabaccherie oggi fungono anche da surrogato delle poste) e nell’attesa osservavo questa piccola folla di uomini e donne, impegnati nella loro ricerca della fortuna. Alcuni si attaccano alle macchinette come ipnotizzati, altri allungano una schedina sul bancone e attendono speranzosi il responso. Che arriva in pochi secondi: “Niente, mi dispiace.” dice il tabaccaio e sotto con un altro, un’altra schedina, un’altra speranza vana. Spendono così, moneta dopo moneta, parte del loro stipendio o della loro pensione. Cercano di svoltare con un gratta e vinci, tentano il colpaccio scommettendo sulla vittoria del Frosinone contro la Juventus, sono certi di avere il cavallo vincente su cui puntare. Prima o poi la vittoria arriverà, non si può sempre perdere. O no?
L’Italia stampa un quinto dei gratta e vinci di tutto il mondo.
In Italia ogni mese si perde quasi un miliardo di euro in slot machine e videolottery.
Almeno 900 mila persone, in Italia, sono giocatori d’azzardo patologici.

scommessa

la vittoria è da scartare meglio puntare
sul pareggio giocano fuori casa
è un risultato che può andar bene
anche a loro del resto (dice il primo)
e poi hanno il centravanti infortunato
(dice il secondo) e squalificato
il centrale di difesa (interviene poi il terzo)
ma l’azzardo allora cade la quota è bassa
giochiamo allora il due così sbanchiamo
si guardano in silenzio tutti e tre annuiscono
sabato scorso è andata bene in fondo
dopo la vittoria hanno brindato
con vino tristo e rancide patatine
oggi ci riprovano con la stessa finta allegria
a scommettere sul campionato
per vendicarsi delle piccole sconfitte
quelle quotidiane che alla fine pesano
come punti persi in classifica
si guardano e sorridono e puntano
la pagina del sito ha colori sgargianti
il gioco può causare dipendenza, dice l’avviso

(Enea Roversi, 2018, dalla raccolta inedita Coleoptera)

 

Giulio Maffii – Angina d’amour

Francisco Goya - El amor y la muerte - 1799
Francisco Goya – El amor y la muerte (1799)

Vorrei iniziare dalla fine e non si tratta di una velleitaria stramberia. Alla fine del libro Angina d’amour di Giulio Maffii, dopo le ironiche e personalissime note biografiche, dopo l’indice, insomma proprio alla fine c’è una dedica che recita: Il libro è dedicato a Paola senza alcuna angina. È il preludio a una delle più belle poesie d’amore lette negli ultimi anni e lo dico senza timore di incappare in eccessi o iperboli. Versi quali Nessun amore è un amore / se non ha almeno un’intercapedine oppure Ci siamo amati una volta sola / in questa vita e forse in un’altra / sopra l’abito della domenica / ci siamo indossati divorati / baciati e sparati in bocca / un alfabeto intero sono lì a parlarci della disperata e disperante bellezza dell’amore, dei ricordi che lo stesso evoca, della vita condivisa, assaporando e divorando i sentimenti. E l’intero alfabeto poetico usato da Maffii diventa strumento d’indagine della materia amorosa, analizzandone gli aspetti esteriori e quelli reconditi, si fa corpo e anima, dà voce all’amore e dall’amore prende voce. La scrittura di Giulio Maffii è ricercata: il poeta sceglie e calibra con minuziosa attenzione ogni parola, fin dai titoli delle sezioni che compongono la raccolta. Basta scorrerli per rendersene conto: ognuno di essi potrebbe essere un verso che vive di luce propria: Venti angine d’amore, Una coazione disperata, La mimica del legno, Momentanea abiura, Il fallimento del lutto, La direzione del sangue. L’indagine di Maffii si muove lungo un percorso che privilegia le emozioni ai fatti, senza per questo rinunciare all’osservazione degli oggetti, delle piccole cose quotidiane: 20 centesimi il cartone del latte / le carabattole sotto il lavabo. Lo sguardo sul quotidiano rivela il lato ironico di Maffii: Ci si offre come stuzzicadenti reciproci /ma il legno è fatto in Cina / una riproduzione seriale, anche se ci sono versi che sembrano andare in direzione contraria (Non c’è posto per l’ironia / tra i versi non è serietà). Sta in questa capacità di miscelare ironia e dramma, a mio avviso, la forza stilistica ed espressiva di Maffii. La memoria fa apparire ricordi dolorosi: Non ho mai sentito un vuoto / perché un padre non l’ho mai avuto / niente da riempire o maledire. Il ricordo si unisce al presente ed è la passione a fare da collante:Bruciamoci come ceralacca / che di questa vita non rimane niente.  Con Angina d’amour Maffii descrive il dolore dell’anima, il male di vivere che è poi lo stesso sofferto da Mr. Prufrock, il personaggio eliotiano a cui è dedicato il poemetto Mr. Prufrock non canta più d’amore, all’interno della sezione intitolata Una coazione disperata. La poesia di Maffii abita in stanze spoglie, i cui muri trasudano ricordi dolorosi e amplessi gioiosi. Il poeta è lì: osserva, trascrive e, come dicono le note biografiche, dorme abitualmente dal lato della porta, ma non disdegna il lato opposto.
Questa è la nota da me dedicata a Giulio Maffii nell’ambito del Premio Bologna in Lettere 2018, in cui la raccolta Angina d’amour ha ricevuto una segnalazione nella sezione Poesia edita.
Di seguito una breve selezione di testi tratti dalla raccolta.

Dalla sezione Venti angine d’amore:

Al crepuscolo mancano le dita
20 centesimi il cartone del latte
le carabattole sotto il lavabo
il peltro della sedia per non far scivolare niente
Che pena i rantolii notturni
-ti manca il respiroportati
qualcosa dentro i sogni
Ci si offre come stuzzicadenti reciproci
ma il legno è fatto in Cina
una produzione seriale
Riponi le uova i depositi di materie
le briciole di ieri sotto la tovaglia
Quattro mura che rinchiudono il vuoto
meglio di un corpo
Questa fitta dolorosissima
che sfugge agli ultrarossi ma non alla luce
nascosta nelle mani
È domani
È un battito di gocce in bottiglia
il suono delle ciglia tormenta l’aria
e tutti gli orchestrali
Poi alla fine ci si ama lo stesso
non è quello il problema
Sono le suola sporche
le parole nel taschino
la tazza con lo zucchero incrostato
una camicia di una taglia più grande
il verso della tortora d’estate
Poi alla fine te lo ripeto
ci si ama lo stesso

* * *
Non ho mai sentito un vuoto
perché un padre non l’ho mai avuto
niente da riempire o maledire
Il gelo fa più male dell’assenza
e si apprende la consuetudine
di essere imperfetti
e siamo in molti
nessuno è da solo
nelle forme del dolore
Parole molto simili dondolano
tra l’abisso e la nuca
spalancano e spaccano le vertebre
Viviamo di così poco
che anche un fiammifero
ci divora

* * *
Mi chiudi con le mani il cappotto
non avevo mai visto tanto amore
luccicarmi in fronte o nei paraggi
Poi lo abbiamo fatto davvero l’amore
un amore lungo uno scalpiccio ventricolare
quello dei resuscitati degli eccitati vinti
Non possediamo niente a parte il nome
e la carne fossile di qualche ricordo
Questa poesia non l’ho scritta io
l’ho trovata per caso e decifrata
sopra il tuo petto

* * *
Dalla sezione Momentanea abiura:

Adesso e voglio dire adesso
un’interruzione momentanea
diaspora di ogni cronologia
rinnego la filogenesi
il verso che deflora
Immagina di non sapere chi sei
ritratta il silenzio che unisce
i vivi alle cose inanimate
Penetra il sasso il fango
quello per cui sarai dimenticato

L’ironia della lontananza senza luoghi
i roghi disidratati della pelle
la memoria smarrita nella memoria
Di tanto in tanto partecipare
alla liturgia delle voci
piegare il capo nudo
fino a mordersi il petto
Placarsi nei rammendi di stagione

La partenza è un fatto naturale
Le ossa scendono nel piatto di miseria
che ognuno ha
La momentanea abiura di noi
si contrappone al pianto
che genera il fiume
la riva il controcanto

* * *
Dalla sezione Il fallimento del lutto:

Sono corpi avariati
in men che non si dica
a tratti ad alternanze
a zuppe di cereali della sera
Qui non c’è più posto
ho l’addome pieno
di rigurgiti e luce
nonostante l’ombra divori
il mondo intero sotto
la sedia e universi di polvere
di sorrisi e catrame
Fossi io il dolore stesso
divaricherei le gambe
partorendo con piacere
a grumi a guizzi
a sbalzi di orgasmo d’animale

* * *
La tua assenza è diventata una presenza
tutti i giorni un passo
nel lavoro della memoria
per liberarci dalla malattia
dei nomi che non si dimenticano
Le bocche sono l’ambiente perfetto

per una solitudine
dove custodire gli anni
le caramelle d’anice
le braccia perdute

* * *
Dalla sezione La direzione del sangue:

Dividimi il cuore come una bisettrice
entrami negli atomi
scopami ogni respiro
bucami lo sterno
mescola i dolori
perché il senso delle parole
è lasciare un corpo che si contrae
dentro un letto accanto a un altro corpo

(Giulio Maffii, Angina d’amour, Arcipelago Itaca, 2018)

Giulio Maffii dorme abitualmente dal lato della porta, ma non disdegna il lato opposto. Osserva il mondo dagli zigomi delle finestre, dai balconi, dai finestrini d’auto. Spesso ci scappa un porticato. Adora attraversare corridoi. Vive e scrive. Studia e narra. Si può trovare di frequente sul web. Incentiva la piccola editoria, però quella seria e appassionata: qui pubblica volentieri. Ogni tanto accetta di buon grado premi, passeggiando tra l’odore amaro delle felci o incontrando sul cammino le mucche che
non leggono Montale. Prova ad essere saggio preferibilmente a giorni alterni. *

*Notizia bio-bibliografica riportata fedelmente così come appare in appendice al libro.

E questa è la poesia d’amore che chiude Angina d’amour:

Nessun amore è un amore
se non ha almeno un’intercapedine
Ci persegue una domanda
-ma come fare
come fare a riconoscere l’amore?-
Poi alla fine succede un fulmine
dietro resta il coro dei paurosi
Ci siamo amati una volta sola
in questa vita e forse in un’altra
sopra l’abito della domenica
ci siamo indossati divorati
baciati e sparati in bocca
un alfabeto intero
Non toccare più niente
neanche lo scalmo che ci sorregge

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Daniela Pericone – Distratte le mani

Moise Kisling - Les Mains
Moise Kisling – Les mains (ca. 1948)

Arrivo da uno sproposito / da crude frasi e voci / che tempo distingue e imploro / d’amore animale – adagio / di natura senza cifrari inizia così, con questi versi di lucida e intensa complessità, la raccolta Distratte le mani di Daniela Pericone. Si rimane, inevitabilmente, colpiti fin da subito dalla capacità di scrittura dell’autrice, la quale costruisce i propri testi come fossero impalcature complesse, che si reggono su equilibri delicati, ma che allo stesso tempo esibiscono una grande solidità. Fa piacere leggere un libro di poesia in cui appare a prima vista, come elemento fondante e imprescindibile, l’amore per la lingua italiana, che viene qui scavata, studiata, analizzata e reinventata. Lontana da certa (ahimè, purtroppo frequente) autoreferenzialità poetica, così come pure da certo esibizionismo narcisistico, Pericone dimostra che è possibile, in poesia, coniugare ricerca ed emozione, forma e spirito, tecnica ed inventiva. La prima delle tre sezioni che compongono la raccolta s’intitola Furori e in essa troviamo riferimenti alle durezze della vita, alla difficoltà dell’essere umano di trovarvi il proprio spazio (Arrivo da un quando / ch’è subito tardi), i versi evocano immagini potenti: un rosso di ferocia oppure scorta abrasa del suo sangue, fino al gioco di allitterazioni della poesia che conclude la sezione: fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori / fuori di me fuori. Nella seconda sezione, intitolata Lucori, s’alternano luci e ombre, come in un album fotografico in bianco e nero:  lontana chiarità di un verso o Luce che tua ho lasciato partisse o anche Il buio / è tempio eremita ove riposare. La sezione conclusiva della raccolta ha come titolo Disertori e se per la prima (Furori) il pensiero correva a Steinbeck, qui vengono in mente Boris Vian e la sua canzone/inno contro la guerra, ma la chiave di lettura va verso un altro orientamento. Compaiono parole come vertigine, frastuono, abbandono, scoppio, a fotografare il dubbio, la sorpresa e lo smarrimento di chi scrive, di chi non smette mai di (ri)cercare e scandagliare il linguaggio. Ecco perciò che una riga / è musica che disordina, l’atto della scrittura necessita di violenza (Imbracciare la baionetta / e crivellare il petto al foglio), ma anche di precisione (disporre con perizia calligrafa / blocchi d’alfabeto esplosivo). La poesia è amata e detestata, si è in perenne guerra con essa, ma Daniela Pericone non compie certo atto di diserzione nei suoi confronti. La scrittura si mantiene potente, fino alla fine, fino agli ultimi versi, questi: sul cuore, avanza d’alta ebbrezza / l’agire, l’eresia.
Questo è la nota da me dedicata a Daniela Pericone nell’ambito del Premio Bologna in Lettere 2018, in cui la raccolta Distratte le mani ha ricevuto una segnalazione nella sezione Poesia edita.
Di seguito una breve selezione di testi tratti dalla raccolta.

Dalla sezione Furori:

I.
Arrivo da uno sproposito
da crude frasi e voci
che tempo distingue e imploro
d’amore animale – adagio
di natura senza cifrari.
Perpetuo esercizio
di filatura a inseguire
la forma d’uovo più prossima,
o meno ostile, al pensiero
che la genera.
Mi inclino da un lato
a cogliere per minimi fulgori
come si traluce come
si vorrebbe. Arrivo da un quando
ch’è subito tardi – slabbro
dell’ora che tutto posa
in contorno.

* * *
3.
Ai fantasmi in assetto
di pace consegni
sguardi obliqui, tempie
immote ai venti
lasci che ognuno
avvolga la sua benda.
Non cedere a lusinghe
di paesaggi,
sciogliere nodi
è mestiere da penelopi
la tentazione è nelle forbici.

* * *
18.
ora vado a sparire, vi lascio dire fare
parlare, mi lascio stordire, voi lasciatemi
stare, io per me non sono niente, né voi
siete niente niente per me – un treno
m’è caduto ai piedi, no sono io caduta
da un treno, io ho deragliato, ho tirato
su il fiato, su l’ho tirato, giù mi tiro
giù, fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori
fuori di me fuori

* * *
Dalla sezione Lucori:

1.
Più non incalzo
anche quando apparenze
del tempo trascinano rallento, quasi m’intesto.
L’immagine in corsa sui vetri non sa
di che vive, vorrebbe un vibrare quieto
di mare. Sarebbe il tempo di un settembre
ancora stento – storce un cappio d’afa
incostante. Pure invadono strade, si tracciano
malgré nous vie di legami che a trepide pause
rinviano un riflesso di gote che non s’attendeva
come di gratitudine o amorosa
considerazione.

* * *
3.
Come un tacersi accanto
se dal bianco viene un bene
che forse non sai
– piove di foglia e cielo
un lume verticale
e la rosa del deserto resiste
alla notte intenerita –
lontana chiarità di un verso
a pelo d’acqua.

* * *
Dalla sezione Disertori:

1.
Nessuno
che al mio nome
dia nascita di latte
– sola dolcissima
inflessione figliamadre –
risalire solitudini
e contrade
in un riserbo d’isola
legarsi a questo esiguo
d’esistere
in tenacia e silenzio,
e pure conciliarsi
a un flatus – dono
e pronunciamento
di chi ti disse
solennemente
in vita.

* * *
4.
È ora che suono
si plachi a scuotere via
ogni eccesso un gesto
in levare un lavare le scorie
osso d’un tempo a scucire
vertigine di varianti.

(Daniela Pericone,  Distratte le mani, Coup d’idée Edizioni d’arte di Enrica Dorna, 2017)

Daniela Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia Passo di giaguaro (Edizioni Il Gabbiano, 2000, con una nota di Adele Cambria),
Aria di ventura (Book Editore, 2005, prefazione di Giusi Verbaro), Il caso e la ragione (Book Editore, 2010), L’inciampo (L’arcolaio, 2015, prefazione di Gianluca D’Andrea e
nota di Elio Grasso). Cura, con enti e associazioni, eventi e incontri culturali. È autrice e interprete di letture sceniche e reading (tra cui Orfeo ed Euridice lo sguardo sull’ombra, Caravaggio). Suoi testi di critica letteraria, poesie, prose brevi sono presenti in volumi antologici, riviste culturali, siti e blog letterari. Sue poesie sono tradotte in romeno. È stata redattore della rivista online “Carteggi Letterari – critica e dintorni”.

Daniela Pericone cover

 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Zanzotto – (Anticicloni, inverni) (I-III)

John Constable - Cloud Study - 1821
John Constable – Cloud Study (1821)

Giorni di pioggia e devastazione, di boschi decimati e fiumi esondati.
Giorni di morte e rabbia, di tristezza e silenzio.
La tutela dell’ambiente è dovere di tutti, nessuno escluso.
Tragico Alverman sceglie la voce di Andrea Zanzotto, poeta legato al territorio e sensibile alle tematiche ambientali, perché dai suoi versi possa nascere un momento di riflessione.

(ANTICICLONI, INVERNI)

I

Vedi tutto che – viola e oro e molle –

direi quasi rigurgita rigurgita

non si trattiene è contento è maturo

nel dar figure strappare figure              altre figure

in viola e ori            A spuntare ori considera, poni mano,

affàcciati, prendi nota, a cuore, a carico,

sii una qualche violenza per tenere a cuore

 

Sii nel prossimo a-tu-per-tu col remoto del viola

sì, violenza in questa gola

ascolto nuotando tutta questa violenza

così prima e increata da essere innocente

ma non meno assassina – nell’oro e nel viola

C’è il vocìo o il tocco o lo sfascio

viola di no no no      lo scampanìo del predicente

Viola è il mio carpire interleggere

fa carico fa massa va in massa oro e viola

tutta per te questa trasparente

mania di destrutturazione    ma issi là sopra la tavola

il sopravvissi

 

e la macchia di sangue Gewalt

mi allevava come letame viola

mi torceva in sé, mi aveva perso a sé, letame.

 

II

E tu nell’intimo del mio oro mi attendi

e io nell’intimo del mio oro mi vagheggio

è troppo lieve, ambrosiacamente versato com’etere

per essere oro        è troppo lontano per essere nostro

eppure nulla è più nido di questo infinito

perfuso in oro, zappettato via per il campo d’ozono

(anticicloni, inverni)

sostanza in cui eternità circolerebbe

godrebbe farebbe

tutt’uno con lo spaventapasseri

solo ma ma abilitato abitante del colle

in tutti gli ori gli azzurri,

le incistate astinenze                                           viola

l’incontinenza senza pari              viola

le erratiche verità gli sgranocchianti e le rampicanti

Attento a chi impugna il tomahawk

a chi s’arresta a malapena sul guado

e – senza pari – a turbazioni

scadute dai lunari terreni

di gola in gola.

 

III

Raccolgo, è certo, nel bello dello stordimento,

col più granulato impetrare

quanto v’è di silenzio – ed è tanto

Dove si forma l’intorno e s’acclima

ad altri sottili doveri e diritti

 

O nelle sperperate del greto tesaurizzazioni

cui vitreocupo s’avvena

quanto v’è d’acqua – ed è tanto

 

Orientata da folli fierezze e deficienze

e cupi idiomi

precipitata entro l’idioma

a moltiplicarne le spine i ghiaccioli

 

Pare che rarità fischi tra i vischi del vento e

staffilano, tutti quei vinchi piegati nel greto,

ma misteriosissimamente ribelli

 

Qualunque e dovunque cosa in vecchiezze s’allevia

davanti a ciò che vecchio non sarà mai né mai,

è meno insecchita di quel che tutto all’intorno si creda;

sterile, non perde brio

feconda, in esempli si stempera

 

E la luna facella frine e galaverna

nell’abbassarsi del sì

di passata                inopinata

con opposizione come facendosi animo

da dove più digiuna è la montagna

sorti guadagna

immobile scia sul pendio

[più addio]

da Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori Editore, 2011

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Andrea Zanzotto (1921-2011)