Camparisoda

fortunato depero - campari soda (1926)
Fortunato Depero – Bitter Campari Soda (1926)

Primo post di Tragico Alverman del 2019: alcuni testi tratti da una breve silloge datata 2016 e intitolata Camparisoda, tuttora inedita.

Quale uguaglianza

E poi si dice l’uguaglianza
del genere umano per esempio
quel sillabario di domande e risposte
sulla razza sui modi di essere
il fucile brandito per tradizione
la casacca dello sciacallo
quello strano odore oh certo
puoi chiamarlo fetore
odore dei soldi che bruciano
che scoppiano e intasano le fogne
ne risente il traffico e pure la Borsa
si propaga la nuvola oltranzista
e gli uccelli migrano verso Nord
a invertire la rotta dei destini incrociati
sul mare volteggiano pioggia e bitume
le navi strisciano occhieggiando
coste paleocristiane in attesa degli eventi
e nuovi cristi scarnificati da adorare
nuove desolazioni da benedire affranti
e fotografie filtrate da inserire nel portfolio
primo piano sul moccio che cola dal naso
sullo scarpone infangato e il fazzoletto tirato
in nome dell’uguaglianza del mondo diseguale
in nome di qualche dio che neppure vede
la collera che si trasforma in vento
e le bufere che scombinano le stagioni
la tracimazione delle anime prosegue
inesorabile cammino che nessuno può fermare.

* * *
Camparisoda

Per favore lasciate libero il passaggio
fate strada al corteo delle nubi inesplose
volgete loro lo sguardo felice e inebetito
gonfio del vostro ottimismo da camparisoda
le inquietudini moriranno annaspando
tra i cubetti di ghiaccio e le fette d’arancia
le paure si trasformeranno in affari
trionfo dell’impero logica imperante
spessore che cresce e s’irrobustisce
un’aria nuova percorrerà le strade
gli elettroencefalografi non daranno più
fastidio alcuno nel silenzio reale
della radura urbana trasformata.

* * *
Miscredenza

Sul tavolo della cucina un coltello
osservo la sua forma e la lama seghettata
osservo la mela rotonda e verdastra
chiedo al mio cervello un momento di pausa
chiedo alla mia coscienza di riposare
ho respiri affannati in questi giorni
ho vecchi pensieri e rigurgiti nuovi
dalla finestra strade grigie e muri gialli
che cosa manca a questo cuore codardo
per essere un cuore che vale qualcosa
che cosa manca a questa vita sfilacciata
per essere non so per non essere cosa
sono alla ricerca di una miscredenza
una forma di fiore di ordine di voto
cerco la chiave che non ho mai posseduto
allineo verbi soggetti nomi senza carne
muovo il dito sul mappamondo in rilievo
laggiù ci sono io mi dico e mi raggela
questa inconfutabile microcosmica verità
sapessi almeno il motivo della mia presenza.

* * *
Fiori appassiti

Erano così scontate certe cose che più nulla
e poi ormai che senso può avere dire che
non li vedi quei fiori appassiti
non capisci quale tormento mi sta lacerando
dentro di me una gastrica inquietudine
puoi sorriderne ma il dolore è mio
mia la rabbia mia la desolazione
l’orecchio di Van Gogh uno scoop d’altri tempi
le immagini le scelgo con cura come vedi
puoi ridere forte ma la follia mi appartiene
e mi appartengono la solitudine del mattino
e la scivolosa malinconia della notte
tendo a dimenticare molto sai ultimamente
e non uso più la punteggiatura
bel gesto rivoluzionario da poeta fallito
puoi compatirmi e ti comprendo lo so
anch’io che la rivoluzione non la farò mai
la Bastiglia è soltanto una piazza
le immagini le scelgo a caso come vedi.

* * *
E poi la vergogna

Asfittico questo viale senza tramonto
senza parole ma con statue di sale
con incombenze mal sopportate
un oggi che sgomenta e tormenta
carte sparse vuoti a non rendere
un uomo si gratta la barba bianca
una donna asciuga una lacrima
i panni stesi sono bandiere stanche
in questo tempo di astronavi e gatti randagi
di infime immagini ad alta definizione
qualcuno scava la terra con le mani
la sera ci ritroviamo a parlare del nulla
le solite sbilenche argomentazioni
gli schiaffi verbali gli sputi le carezze
e poi la vergogna per guerre lontane
paesi di cui non ricordiamo neppure il nome
perché dovremmo la memoria è labile
si sa l’universo così funziona ci siamo dentro.

* * *
Sciopero dei trasporti

Rispetto per la forma per le cose per
le persone menti sconnesse scatolame
non vediamo cosa succede là davanti
la fila è interminabile serpe malinconica
sciopero dei trasporti lo ha detto la tivù
rispetto per le cose per i nomi per
le forme deformanti del progresso
religioni un tanto al chilo ostia e prozac
la fila per la comunione per la spesa
per il mare rigonfio di atomi malati
un’unica fila lo stesso destino stop.

(Enea Roversi, dalla silloge inedita Camparisoda)

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Bottiglia del Campari Soda

 

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Latte ghiacciato

John Henry Twachtman - Frozen Brook (c.1893)
John Henry Twachtman – Frozen Brook (c.1893)

L’ultimo post dell’anno è una poesia invernale: poche strofe in cui c’è il ghiaccio, c’è la brina e ci sono persino le stelle (wow!).
Che se ne vada e sparisca, questo 2018 e speriamo in un 2019 sereno: per tutti.

Latte ghiacciato

Sul marciapiede una macchia, con bianche striature
di liquido rovesciato o di bagnato indecifrabile
si diramano stelle in ambo i sensi sull’asfalto
sembra latte ghiacciato, forse brina dicembrina rappresa
cerco di evitarla, non mi chiedo il perché di questa
mia azione, ma poi è calpestata ormai, la brina
di latte ghiacciato che supera il pensiero
che oltrepassa la volontà di delimitare
il raggio d’azione un raggio di sole che infine
scioglierà la macchia con scontata dolce efferatezza.

(Enea Roversi, 2018, dalla raccolta inedita Coleoptera)

 

Buon Natale

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Dan Aykroyd, Una poltrona per due

Puntuale, immancabile, eccolo: è il Natale. Carico di simboli, di parole, di gesti. La corsa ai regali e il relativo disturbo ossessivo-compulsivo. La strenua difesa contro l’impetuosa avanzata del colesterolo. Tutto il buono e tutto il falso del Natale. Albero o presepe? Pandoro o panettone? Il cinepattone o il cartoon della Disney? Comunque sia, Buon Natale da Tragico Alverman, con una selezione (quasi) ragionata di citazioni a tema natalizio.

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
(Giuseppe Ungaretti, Natale)

Ci sono soltanto i fiori del gelo
Sui vetri che mi nascondono il cielo.
L’albero die poveri sui vetri è fiorito:
io lo cancello con un dito.
(Gianni Rodari. L’albero dei poveri)

Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.
(Marino Moretti, Il vecchio Natale)

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
(Salvatore Quasimodo, Il presepe)

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
(Gabriele D’Annunzio, I Magi)

E vattènne, perché in questa casa si fanno i presepi.
(Eduardo De Filippo, Natale in casa Cupiello)

I’m dreaming of a white Christmas
Just like the ones I used to know
(Bing Crosby, White Christmas)

A very Merry Xmas
And a happy New Year
Let’s hope it’s a good one
Without any fear
[John Lennon – Happy Xmas (War Is Over)]

Last Christmas, I gave you my heart
But the very next day you gave it away
(Wham!, Last Christmas)

ci scommetto che nevica, tra due giorni è Natale
ci scommetto dal freddo che fa
(Francesco De Gregori, Natale)

come in un libro scritto male lui s’era ucciso per Natale
(Francesco Guccini, Incontro)

Non mi stupisce che il tasso di suicidi vada alle stelle a Natale.
[Jim Parsons (Sheldon Cooper), The Big Bang Theory)]

Pronto sorveglianza? Buon Natale a tutti!
(Eddie Murphy, Una poltrona per due)

Il tacchino va bene per il Natale, ma il Natale non va bene per il tacchino.
(Achille Campanile)

Se quest’anno nessuno ha intenzione di mandarmi dei regali per Natale, non vi preoccupate. Ditemi solo dove abitate e io verro’ a prenderli da solo.
(Henny Youngman)

Eravamo così poveri che a Natale il mio vecchio usciva di casa, sparava un colpo di pistola in aria, poi rientrava in casa e diceva: spiacente ma Babbo Natale si è suicidato.
(Jake La Motta)

Mamma a Natale faceva il tacchino. Un’imitazione di merda.
(Mario Zucca)

Anche questo Natale se lo semo levato dalle palle.
(Riccardo Garrone, Vacanze di Natale)

Bing Crosby – White Christmas (1942) Original Version

Bing Crosby

 

 

 

 

Tre amiche, la poesia e tre libri (anzi, quattro)

Edvard Munch - Three Girls on the Jetty - 1903
Edvard Munch – Three Girls on the Jetty (1903)

 

Questo articolo non è una recensione, non è neppure una nota di lettura, ma vuole essere semplicemente un piccolo gesto d’affetto nei confronti di tre care amiche, alle quali voglio bene e con le quali ho condiviso (e spero di condividere ancora per molto tempo) numerosi momenti di poesia.
L’occasione è data dalla pubblicazione, avvenuta nei mesi scorsi a poca distanza uno dall’altro, di tre piccoli libri: diversi tra loro per tematica, stile e costruzione, eppure simili per l’aspetto emozionale che affiora dalle pagine di ognuno di essi.
Le tre amiche in questione sono (in rigoroso ordine alfabetico): Francesca Del Moro, Silvia Secco e Claudia Zironi e i loro tre libri sono, rispettivamente: Una piccolissima morte, Amarene Variazioni sul tema del tempo.
Una piccolissima morte di Francesca Del Moro è da poco uscito in versione e-book su LaRecherche.it, con la preziosa e professionale regìa di Roberto Maggiani, nella collana di Versante Ripido che ho il piacere di curare. È la riproposizione, ampliata con alcuni nuovi testi, dell’edizione cartacea in 100 copie numerate e firmate, uscita nel dicembre 2017 per edizionifolli, a cura di Silvia Secco. Sono poesie d’amore (ma non solo), laddove si parla di un amore finito, del dolore provato, ma anche della gioia dell’amplesso.
Amarene è l’ultimo libro fatto da Silvia Secco: non ho usato a caso il termine fatto, anziché scritto, perché Silvia i libri li fa proprio materialmente. Stampa, taglia, incolla e cuce a mano ogni piccolo libro, che diventa così un oggetto di artigianato e poesia. In Amarene c’è tutta la poetica di Silvia: la terra, la natura, il paesaggio, il ricordo. La nota di lettura che conclude il libro è a cura di Alberto Bertoni.
Di Claudia Zironi è uscito invece Variazioni sul tema del tempo, per la collana di poesia di Versante Ripido. Si tratta della seconda pubblicazione uscita in questa collana, che nel frattempo si è arricchita di altri titoli. Claudia viaggia attraverso il tempo, ne indaga il mistero, intrecciando la poesia con la filosofia, con un occhio sempre attento al mondo della tecnologia. Il libro contiene una postfazione di Paolo Polvani.
Tre amiche, la poesia, tre libri (anzi, quattro). Già, perché c’è un quarto libro da segnalare: Ursprüngliches Leben, titolo piuttosto ostico (significa vita primordiale, in tedesco) per un’opera scritta a quattro mani da Silvia Secco e Claudia Zironi, illustrata dalle opere di Martina Dalla Stella e pubblicata per Edizionifolli.
Sono quattro libri che meritano di essere segnalati e conosciuti : lo dico da lettore e non da amico (sarebbe fin troppo facile…).
Di seguito, per ogni libro, una breve selezione di testi e il relativo link per saperne di più.

* * *
Da Una piccolissima morte di Francesca Del Moro:

Dentro le chiese vuote
l’aria è così ferma e la luce,
anche la fiamma che trema,
sembra prigioniera.
In belle terrecotte ammiro
la passione di Cristo
ma la mia piccola passione
mi fa perdere il filo.
Non credo in niente
ma accendo una candela
e per poterti ritrovare qui
dico perfino una preghiera.
* * *
Era così bello
quell’io-e-te che mi hai detto
nel verde buio della notte di foglie,
ti ho sfiorato la guancia tra due dita
stringendo le labbra e no, non ci ho creduto.
Mi consolerò con altre carezze, nel giorno
che mi spetta e per adesso aspetto.
Lui guardando il tramonto si domanda
se ci sentiamo tutti svanire così,
come il sole nel mare, anche quelli
sposati coi figli la casa e il lavoro giusto,
quelli che hanno inserito tutti i tasselli della vita.
Io nell’ultimo giorno di ferie su un foglio mi appunto
i tasselli da mettere a posto nei mesi a venire,
poi lo metto da parte, rinuncio all’idea
di fare qualunque cosa e calmo con la musica
la solita persistente sottile paura.
* * *
A te stella salivo
salivo a te sogno a te angelo custode
a te dio incarnato per me atea salivo
col corpo spalancato, col cuore impazzito,
un incendio negli occhi, al ceppo sull’altare salivo
– ché di sangue si nutre ogni amore divino –
in attesa di sentire la tua mano sul viso.

Una piccolissima morte, il link per scaricare l’e-book

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In copertina: “Prima del nido” di Nina Nasilli

 

Da Amarene di Silvia Secco:

Mi hai detto – rinomina il mondo
come il primo uomo, pronuncia il gusto
all’infinito, dì il nome del frutto.
Io ogni cosa chiamo ognuna genero
e sono dio nel mio chiuso giardino
e questo è il mio figlio prediletto
che ho dato in cibo al lupo. E questo
che ne rimane lo impasto di nuovo
io, qualche decina di amarene
mi covo nel grembo. Per voi preparo
un pane in dono, minuscolo e agro.
* * *
Guarda, le schiene nude dei campi
ora ci vengono offerte, amore
perché le graffiamo. Le traiettorie
delle escoriazioni sono
la tana di intere colonie di piccoli
roditori. Sotto, sottocutanea vive
l’erosione. Si riproduce
stagione dopo stagione, nei giorni
delle ricorrenze. Dove mentivamo,
dopo, arrivava sempre la notte,
si posava: bruno corpo di donna,
il ventre inabitato – che era benedetto
perché sapevamo prevedere il futuro –
Guarda come dalla tua bocca si scuce,
dalla tua bocca la fine.
Amarene, il link per acquistare il libro

Amarene
Fotografia di copertina di Anna Brian

Da Variazioni sul tema del tempo di Claudia Zironi:

Mi manca la misura del reale
non so quanti centimetri di filo rosso occorrono
per tenere insieme
due lembi di bandiera
i passi che fa una coccinella nella vita
quale volume d’aria
fa volare un dirigibile
quanti decibel sono ammessi per strada per legge
dopo le ventidue e trenta e neppure
conosco l’ingombro
del tuo corpo oltre lo schermo.
* * *
Ci sono cose che capitano.
Accade di nascere comete
o solo di nascere, come di morire
cadendo in un fiume.
Capitano strambi incontri
dove i silenzi non sono
contemplati, accade di traversare
il deserto e il mare.
Può capitare di imbattersi
in un astronauta per strada
e non saperlo. Può essere
che quando si aprono le mani
per sentire il vento freddo
della notte qualcuno le stringa
e si parli dell’amore.
Variazioni sul tema del tempo, il link per acquistare il libro

Variazioni sul tema del tempo
In copertina: “You are so strange” di Katarìna Vavrovà

Da Ursprüngliches Leben – poesia e pittura in dialogo di Martina Dalla Stella, Silvia Secco, Claudia Zironi:

Senti come vengo a chiedere. Come
ti chiamo: mani e nome. Che sai
montare alta, marea e piena, allagare.
Guarda come mi riduci, fradicia e
bellissima, come mai sono stata.
Toccami lì dov’è la ferita e lì
entra, slabbra e straziami che sai
dei brividi in agguato sulle scale
dei lividi che poi dovrò coprire
quando te ne andrai e dovrò sorriderne.
Scavami e trova. Le dita di chi ama
si sfiorano sui libri e sotto ai tavoli
e tu lo sai che sono scalza e nuda
davanti a te come davanti al mare.
(Silvia Secco)
* * *
Il tempo scorre più lento nella dovizia
dei racconti delle altre città delle vacanze
ricordate. Piazze lente, una meteorologia
cristallizzata, la relatività dell’orologio
della torre nell’attesa del rintocco, lente
le nuvole di vento: mi dicevi che forse
si potrebbe lavorare, vivere lontano
come rondini scampate dalla guerra. Avere
una diversa percezione della colpa, lasciare
indietro tutti i sassi nei disegni della pioggia
tutte le soglie e i tetti disattesi, ogni lento
mutamento del racconto.
(Claudia Zironi)

Ursprüngliches Leben, il link per acquistare il libro

ursprungliches leben cover
In copertina: “In attesa” di Martina Dalla Stella

Eppure, un video da una poesia

Eppure
Nel mare sconfinato dei concorsi letterari, mosso spesso da acque agitate, avvengono a volte dei piccoli, ma significativi eventi che rimangono nella memoria.
Ecco quindi che mi piace ricordare qui, con affetto e piacere, il Primo Concorso Letterario Nazionale “Oubliette” promosso dalla web-magazine Oubliette Magazine e da Faster Keaton Produzioni, che si svolse nel 2011.
La mia poesia Eppure si aggiudicò la prima posizione nella sezione C (Poesia inedita): il premio consisteva nella realizzazione di un video della poesia da parte di Faster Keaton Produzioni.
Lo ripropongo ora, a sette anni di distanza.

Eppure, di Enea Roversi – Oubliette Magazine

Questa fu la motivazione del premio da parte della Faster Keaton Produzioni:
“Per l’eleganza dello stile con cui il Roversi ci rende partecipi di una situazione di completo e rassegnato intimismo, qui espresso nella figura di un inconsolabile che percorre lentamente uno spazio angusto, riflesso della sua interiorità. La scelta letteraria lascia al lettore una certa apertura per quanto riguarda la rintracciabilità delle figure, ma allo stesso tempo suggerisce un ambiente desolato e prossimo alla fine. Una presa di coscienza della condanna all’inerme finitudine di un’entità ormai confinata in spazi metafisici.”

Di seguito il link alla pagina di Oubliette Magazine:

“Eppure” di Enea Roversi, prima posizione della sezione C del Primo Concorso Oubliette

eppure

eppure mi ritrovo
spossato e muto
in terre di crisalidi
ignorando il volo
la tempesta di luce
lo schianto azzurro
cado sulla pietra
mi rialzo incolume
colmo di piaghe
poi a stento riparto
invocando le stelle
differite ferite
colano in tumulto
riabbraccio il mondo
sulla rampa di lancio
consapevole ora
di non andare lontano.
(Enea Roversi, 2011)

Come allora, grazie a Oubliette Magazine e a Faster Keaton Produzioni.

Fabrizio Bregoli – Zero al quoto

Sam Francis - Bright Nothing-1963
Sam Francis – Bright Nothing (1963)

“Se i punti di riferimento, per chi scrive, sono importanti e illuminanti, quelli di Fabrizio Bregoli non lasciano dubbi in quanto a spessore. L’ultima raccolta di Bregoli si apre infatti con tre citazioni, rispettivamente di Giorgio Caproni, Luigi Di Ruscio ed Edoardo Sanguineti. Non sono le uniche presenti nel libro: più avanti infatti troviamo richiamati autori del calibro di Luzi, Pavese, ma soprattutto Zanzotto e Sereni, in una diffusa disseminazione di versi, eserghi e dediche, come scrive giustamente Vincenzo Guarracino nella sua nota iniziale, quasi che Bregoli abbia voluto mettere dei punti fermi, dei veri e propri segnali indicativi ad accompagnare il lettore durante l’attraversamento del percorso.
Proprio il percorso è irto di insidie (piacevoli insidie, aggiungerei), che a mio avviso non devono mai mancare nella scrittura poetica: a cominciare dal titolo, oscuro e difficile da decifrare.
Zero al quoto indica, nel gergo matematico, un’operazione che dà come resto zero, ma è anche espressione gergale per dire: niente, non se ne fa nulla.
Ed è proprio il nulla a fungere da fulcro di questa intensa raccolta: Bregoli si chiede quali possano essere le vie d’uscita per scappare da questo vuoto che ci opprime e che sembra caratterizzare il momento storico che viviamo. Un vuoto esistenziale, ideologico, sentimentale, ma non solo.
Scrive Bregoli in una delle prime poesie della raccolta (Qui il mondo è un esitare) che il tempo è un orizzonte da colmare e già qui si avverte la necessità di riempire il vuoto temporale, poi il concetto di nulla ritorna prepotente, in modo tranchant, qualche verso dopo: La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile.”
Questo è un estratto della nota da me scritta sulla raccolta poetica di Fabrizio Bregoli Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018) e che è stata pubblicata sulla rivista online Versante Ripido nel numero di Luglio 2018.
Di seguito il link con la nota completa:
Zero al quoto di Fabrizio Bregoli, nota di lettura di Enea Roversi

Di seguito una breve selezione di testi tratti dalla raccolta stessa.

Detto? Taciuto appena

Detto? Taciuto appena, Mario, il gorgo
di passi e di pensieri, la matassa
rifratta in oro sui tetti piovosi,
l’ingrigirsi rapido dello specchio
che fu scena, cielo o solo suo accenno
o frammento lastricato di nubi.
Versi. Foggia o marchio per la memoria.
Così inseguo le orme umide dei giorni
ne delibo il fumigare sottile
l’astio, lo sfrigolio al fuoco fatuo
delle foglie martoriate dal vento.
Sei tu nello spigare della luce
che scosti dai vetri vapori opachi
apri ciglia, detergi la conca arida
dove gli iridi giacciono irredenti
tu a schiudere questa greve siberia
gettare germogli sul fondo nero
di arsi crateri, di ghiacci perenni
spezzare il rigore di antichi nodi
aggrovigliati alla scorza dei tempi
fare di me l’alveo alla corrente
salùbre e perigliosa delle mani,
molarne il fiato a filo delle labbra.

Eterno quest’istante?
Eterno. Fragile ed eterno.

* * *
Dalla sezione Gli uomini (o la loro ipotesi)

Acciaio

Vi indugia ancora, icona prigioniera
nell’intarsio d’oro della sua tavola,
dita indiscrete a gravare la soma
d’imposta immobilità. È sempre lui,
quel mondo già dato troppo per certo
quell’emanazione d’un sé corporeo
in cui accorta od incosciente intridersi.
Quella miscela spuria di ioni ed atomi
l’aria, più di tutto le manca,
lei che da anni nel polmone d’acciaio
ne inala ne esala quel lavorio
di vento sulla pelle
fino a farne afflato, alea di respiro.

Giardino di silenzio
si fa eco del mondo, sua cassa armonica
in cui raduna frantumi esperiti
subìti o solo immaginati,
si fa senso chiaro, s’accorda al cosmo
ne ascende ogni scala, assente al suo ritmo.
Brulichio di formiche, ronzio
di lampade o tremolio di vetri,
scalpicciare di passi o risa d’uomini.
Poco importa distinguerli.
Rumore di fondo, scorie d’universo.

* * *
Dalla sezione Iconoclastie

Pietà Rondanini
(Michelangelo, 1552-1564)

L’approdo d’una vita è la cesura
che spezza la fierezza di quel braccio,
il suo farsi ostacolo, finta breccia
che svolta nel suo vuoto, si dà assenza.
È quel nitore che preme alle gambe
lo scivolo di luce su quel bianco
che non sa regger l’urto, si fa grezzo
tradisce la fatica, lo scalpello.
I volti che si sbozzano dall’alto
si scavano un profilo, creano spazio
di sé nell’aria che s’accuccia, spare.
Pienezza che si colma, l’incompiuto.

E non sai dire chi si regga, è retto
la mano che si porge, che l’accoglie,
la curva che purifica, s’assolve
riunisce in cerchio il senso, dà ragione
e del dolore fa testimonianza.
La madre che ne è cardine, corteccia
reclina a lato il capo, ora gli è figlia
diviene peso lene, scacco d’ombra.
La luce si ritrae per riverenza
nell’inchinarsi altero delle spalle
scantona fuori campo, dà evidenza
all’ossessione antica del suo grembo.

Così li colsi al bivio dei bastioni
sguardi brulli, respiro di cristallo
protendersi a un bivacco di cartoni.
Guaiva un tram. Poco più in là il Castello.

* * *
Dalla sezione Memorie (da un futuro)

Mururoa

Scrutava come bottoni strappati
gli atolli, il baleno degli astri.
Da un intruglio di schegge di vetro
e occhi di pesce guariva l’indocile
gorgo del sangue. Fiutava nell’aria
il tuono, avvisaglie di terremoti
le impronte dei diavoli di Tasmania.
Portava il suo silenzio come un dono
un alambicco d’echi senza voce.

Quando s’inabissò
come in un sudario brillò d’un fiato.
Dopo s’estinsero alghe
larve, i pesci lucerna.
Per ultimi svanirono
anche i terremoti. Secondi agli uomini
prima che esistesse Dio.

* * *
Dalla sezione Diversa densità degli infiniti

(Leni Riefensthal)

Quelle braccia, prone nel loro torcersi
a misura di un’altra umanità.
Ed i corpi, quella loro morfina
buona. Assoluta la luce, ad adempiere
lo scatto micidiale del secondo.

Ma in ogni loro ansimo pulsa un battito
notturno, una crepa obliqua sul volto
di terra, impronunciata nel suo sguardo
sbagliato. E dice fango

il mondo – suo fantoccio l’arte.
E bestia il cuore. Nulla credimi

si sconta vivendo, nulla redime.
Nemmeno la bellezza.

* * *
Dalla sezione Per una poesia possibile

I limoni del Garda

Il tarlo dell’addio t’accompagna
nel diseguale incedere fra vicoli
di sassi, muretti di pietra e malta,
fra pergolati ed orti nella roccia.
Qui Ecate leggera s’incammina
più breve d’un sospiro, fra le foglie
i rami ammanta in reticoli d’ombra,
beve il silenzio assorto della luce
quando si screzia all’ultimo sussulto
e il sole scivola, secchio di rame
nell’ingordo pozzo del lago,
vi scioglie la lingua infuocata
sul catino riverberante d’acque.
E muore il giorno.

Ma ne ha raccolto la messe di luce
la scabra scorza dei limoni
fulgide calamite, curvi lampioni
sui tralci della sera,
come l’esile filo d’oro cerchia
l’algida, nera pupilla d’un merlo.
E dura il giorno.

Così s’impara a morire
sopravvivendo alla consuetudine
dell’ora, del non detto
qui, nella disequazione di parole
e senso, se solo nella provvisorietà
del tempo è commiato.

(Fabrizio Bregoli, Zero al quoto, Puntoacapo Editrice, 2018)

Fabrizio Bregoli, nato nella bassa bresciana, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni.
Da sempre interessato alla poesia, all’epistemologia e alla storia contemporanea, ha pubblicato solo in anni recenti.
Ha all’attivo diversi percorsi poetici fra cui la plaquette Grandi poeti (Pulcinoelefante, 2012) e le sillogi Cronache Provvisorie (VJ Edizioni, 2015, Finalista al Premio Caproni), Il senso della neve (puntoacapo, 2016 – Premio Rodolfo Valentino 2016 e Premio Biennale di Poesia Campagnola 2017, Premio della Critica al Dino Campana 2017, Terzina del Premio Caput Gauri), Zero al quoto (puntoacapo, 2018 – Premio Città di Arcore 2018) ed il poemetto ENIAC incluso in iPoet 2017 (Lietocolle, 2018).
È stato inoltre più volte finalista e segnalato ai Premi Guido Gozzano e Lorenzo Montano. È incluso in numerose antologie e presente con i suoi testi sui principali blog di poesia.
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Rodolfo Cernilogar – Parlando d’altro

Giovanni Fattori - Riposo in Maremma (1875)
Giovanni Fattori – Riposo in Maremma (1875)

La dedica recita, con struggente tenerezza: Al mio babbo, che diceva di non capire Picasso.
Mettiamolo per un momento da parte, quindi, Picasso e immaginiamo piuttosto un dipinto dei Macchiaioli.
Potrebbe essere un’opera di Giovanni Fattori, o di Telemaco Signorini, oppure di Silvestro Lega a fare da sfondo ideale a questa raccolta poetica di Rodolfo Cernilogar, Parlando d’altro, pubblicata nel 2014 da Cicorivolta Edizioni e che Tragico Alverman desidera riproporre oggi.
Il luogo (terra, microcosmo, mondo) è la Maremma, con la sua natura selvaggia e al tempo stesso accogliente, fonte inesauribile d’ispirazione, baule dei ricordi da scoperchiare e con il quale giocare, cordone ombelicale impossibile da recidere.
Cernilogar dipana la propria narrazione con la vitalità del cantastorie, miscelando tocco leggero e forza romantica.
Poesia lirica, verrebbe da dire, ma che sta alla larga dal poetese che faceva imbestialire Sanguineti.
Se è vero che il poeta quando scrive si mette a nudo, Cernilogar non ha alcun timore a mostrarsi e a parlare d’amore, di passione, di ricordi, attingendo a piene mani dal quotidiano, osservando il presente e scavando nel passato.
Scrive, nella sua lucida e appassionata postfazione, Francesca Del Moro: “La poesia di Rodolfo è immediata e coinvolgente: non ha paura di usare parole semplici, rubate alle favole della buonanotte, ai diversi mestieri, o alle massime dei contadini, che conoscono le stagioni e la terra e vi attingono la propria saggezza. Le riprende e le cesella finemente per dispiegarci innanzi una mappa su cui tracciare con il dito il sorprendente itinerario della nostra esistenza. Le sue poesie sanno di pane appena sfornato, di vino invecchiato in botti pregiate: goderne è semplice, ma questa semplicità deriva dalla perizia artigiana e dalla cura amorevole di chi ha imparato a fare il pane e il vino buono.” (*)
Amore che pulsa, vita che si compie, natura che domina, paesaggio che stordisce, casa che riscalda, tempo che scorre: nella poesia di Cernilogar c’è tutto questo e, in fondo, tutto questo è poesia.

Di seguito alcuni testi tratti da Parlando d’altro.

Dalla sezione Arte e mestieri:

Trailer

La pioggia, un ombrello che riempie
l’inquadratura e ondeggia nell’aria,
il viso dell’uomo, lo sguardo che tocca
le cose come pioggia, la strada,
le ballerine, le gocce sospese alla catena,
i riflessi in bianco e nero, il viso della donna,
la pioggia che cade sul viso e sui capelli,
lo sguardo dell’uomo che dice amore,
la donna si mette il cappello, sposta
i capelli dal viso e sorride piena
di attesa e di paura, sotto la pioggia.

* * *
Violinista tzigano

Quando arrivai
i posti erano già occupati.
Mi misi a suonare all’angolo
tenendo il tempo su una gamba sola.
In attesa della grazia
cercai di farmi buoni amici,
di arrivare in piedi al gran finale.

* * *
L’amanuense

Voglio leggerti come un codice miniato
studiare i tuoi silenzi con la pazienza
di un monaco benedettino, fare note
a margine alla tua gioia con colori
caldi dei capilettera, accarezzare le sottili
venature che il tempo ha lasciato
sui tuoi passi nel silenzio di questa luce
polverosa se poi trattengo il respiro
perché l’inchiostro sia una cosa sola
con la mano che ti cerca.

* * *
Dalla sezione Terre animali piante e minerali:

La scoperta del fuoco

Proteggi
il fiore rosso.
È nato dalla furia
degli elementi, dalla natura
che si è rivelata. Tienilo in vita
con ogni mezzo. Dipingi
nell’umido della grotta,
canta alla notte, affascina
nei racconti, nei guizzi delle ombre.

* * *
Dalla sezione Distrazione:

Febbre

Potremmo parlarne per ore. Chiamare
in soccorso la scienza: odori e voci
lasciano segni. O ricordare un esempio,
tra gli altri: la linea di mercurio
che sale, in giorni diversi,
nel mio e nel tuo
corpo, quando la tenerezza
stringe il nodo
come una domanda.

* * *
Promemoria

La dispersione del tempo, il pulviscolo
dei pensieri, la luce tra gli oggetti,
l’azzurra distanza, le settimane,
le ore di sonno, le scale nottetempo,
l’intonaco sui muri, la pioggia
sulle dita. Proprio in quel punto
esatto. Non sapevamo
che era nostro. Rubalo, la prossima
volta, rubalo, tra me e me,
tagliandomi le dita.

* * *
Dalla sezione Dagherrotipi:

A mio padre

Ora che non ci sei
posso scrivere di te
del tempo e della luce
l’ossessione per la fotografia
quella tra la cucina e la sala
con gli occhiali e la carabina
appoggiata sul ginocchio sinistro
un giovane prepotente hemingway
diventato vecchio in dieci pagine
passi lenti e poche parole
sempre quelle
una tenerezza che prima non c’era.
Ora che non ci sei
sento su di me i tuoi difetti
vorrei essere un uomo migliore
sarebbe come perderti un’altra volta.

(Rodolfo Cernilogar, Parlando d’altro, Cicorivolta Edizioni, 2014)

Rodolfo Cernilogar è nato a Pisa nel 1975 ed è cresciuto in Maremma. Attualmente vive a Ferrara. Ha pubblicato le raccolte poetiche Argento di lumaca (LietoColle, 2006) e Parlando d’altro (Cicorivolta Edizioni, 2014), con le quali ha vinto numerosi premi.

(*) (dalla postfazione L’arte della gioia di Rodolfo Cernilogar, di Francesca Del Moro).

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In copertina, “Parlando d’altro”, illustrazione originale di
Ilaria Grimaldi