La Padania esiste: ora sappiamo perché

La Padania esiste: ne avevamo avuto sentore la scorsa estate quando si è corso il Giro della Padania, gara ciclistica a tappe sponsorizzata da Renzo Bossi detto Il Trota. La gara si è corsa nonostante le molte proteste anche plateali, come per esempio il versamento di letame sulla strada.

Abbiamo riso un po’  tutti di questa manifestazione, immaginandone altre analoghe come la Sei Giorni di Topolinia o il Gran Premio di Paperopoli, ma si è trattato in verità di risate a denti stretti, perché avevamo davanti agli occhi l’ennesimo segno dell’imbarbarimento dell’Italia.

La Padania però esiste, come esistono Topolinia, Paperopoli, Macondo, Lilliput, Brobdingnag e Atlantide.

Ora ne abbiamo la certezza e sappiamo il perché. A chiarirci le idee è stato nei giorni scorsi Gianluca Buonanno, deputato leghista e sindaco di Varallo, in Piemonte. Buonanno, nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara, in onda su Radio 24 ha dichiarato: “Perché il Grana padano si chiama così e perché esiste il Gazzettino padano? Se c’è questa terminologia significa che la Padania esiste”.

Gianluca Buonanno


Lineare come ragionamento, non c’è che dire e stiamo attenti a definire queste parole come una boutade da bar. Sono rigurgiti, certo non pericolosi e aberranti come i conati xenofobi di Borghezio, ma sempre di rigurgiti si tratta.

Le parole della Lega e dei propri ideologi sono state troppo a lungo sottovalutate ed hanno potuto scavare solchi profondi e melmosi nella società italiana.

Quella stessa società e quella stessa Repubblica che i leghisti disprezzano, ma nella quale continuano a sguazzare.

 

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Di Pietro e Dracula

“Ma lo volete capire che Berlusconi non si muove da lì? Non si può chiedere a Dracula di andarsene dal Pronto soccorso”
(Antonio Di Pietro, Ballarò)

I vampiri, si sa, sono tornati di moda: le librerie e le sale cinematografiche pullulano di queste creature con le loro bocche che grondano sangue.

Chissà se ha pensato a loro Antonio Di Pietro quando ha pronunciato questa frase. Chissà se nelle sue parole c’era l’intenzione di paragonare B. a Dracula riferendosi alla finanziaria “lacrime e sangue” che il governo ha partorito.

Come dimenticare, poi, che lo stesso B. aveva dichiarato al momento di presentare la manovra che il suo cuore grondava sangue.

Più semplicemente, il truculento ma in certo senso efficace paragone che l’On. Di Pietro ha coniato nel corso di Ballarò dà l’idea della stanchezza e del logorìo in cui si trascina la politica italiana.

Un governo debole e sempre più indebolito, un presidente del consiglio delegittimato dalla Chiesa, dalle banche, persino da Confindustria e alle prese con le fronde interne al proprio partito: in uno scenario siffatto, ci si aspetterebbe che il diretto interessato fosse pronto a dare le dimissioni.

Invece ci si trascina, stancamente, in un clima surreale e irreale, con la finta opposizione che gioca il suo ruolo nella commedia.

Noi cittadini, che siamo al di fuori del Palazzo, assistiamo alla farsa sempre più stanchi e schifati.

Incapaci di reagire (ancora per quanto?) , ma pronti a sorridere all’ ennesima boutade di Antonio Di Pietro.

Mentre l’idea del baratro si fa sempre più concreta, Dracula non lascia il Pronto Soccorso.

 

 

 

 

 
 

Italia paese di merda (e se lo dice lui…)

Piero Manzoni - Merda d'artista

“Io sono così trasparente, così pulito nelle mie cose, che non c’è nulla che mi possa dare fastidio, capito? Io sono uno che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato, quindi io sono assolutamente tranquillo. A me possono dire che scopo. È l’unica cosa che possono dire di me, è chiaro? Quindi io… mi mettono le spie dove vogliono, mi controllano le telefonate… non me ne fotte niente, io tra qualche mese me ne vado per i c… miei, da un’altra parte, e quindi… vado via da questo paese di m…, di cui sono nauseato, punto e basta.”  (Silvio Berlusconi, nel corso di una telefonata del 13 luglio tra lui e Valter Lavitola, intercettata dalla Procura di Napoli).

La telefonata non lascia dubbi: B. è stanco, amareggiato e vuole lasciare l’Italia.  Sembra passato un secolo da quando inondò i teleschermi italiani con il videomessaggio che iniziava con la storica frase “L’Italia è il paese che amo.”  Sembra passato un secolo e invece sono passati 17 anni. Era il 1994 e dopo Tangentopoli iniziava la Seconda Repubblica.  E adesso siamo qui, a leccarci le ferite. L’Italia è ormai un paese allo sbando, governato da un manipolo di avventurieri che giocano con le finanziarie come fossero giocatori d’azzardo. Un giorno annunciano che toccheranno le pensioni e il giorno dopo lo negano, un giorno parlano di abolizione delle province e il giorno dopo è tutto dimenticato. Manovre annunciate, poi via via discusse, corrette, stravolte: il tutto con il contorno di una sbandierata quanto inesistente lotta all’evasione.


Oggi sappiamo che il capo di governo più ricattato e ricattabile della storia recente stava pensando di lasciare l’Italia. Un po’ come il capitano che abbandona la nave che affonda. Hammamet deve avergli insegnato qualcosa, evidentemente. Quale sarà la meta? Forse Antigua o le Isole Bermuda? O, come qualcuno ipotizza sul web, Panama?

Il copricapo adatto per Panama lo avrebbe già, come si vede.

Dice che l’Italia è un paese di merda e per una volta ci sentiamo d’accordo con lui. Gli ultimi mesi hanno visto un’escalation di vergognose cazzate che sembrano fatte apposta per rafforzare questa sensazione.

Intanto siamo a settembre e tra pochi giorni la finanziaria dovrà essere presentata in Parlamento: cosa farà il governo e che cosa non farà l’opposizione? Una cosa è certa: questa classe politica è ormai agonizzante, ma l’agonia si trascina e la fine non si vede. Quando arriverà, sarà rovinosa e piena di macerie.

 

 

 


 

Lotto Continuo o Le Cinque Giornate di Tomat

Frasi memorabili se ne sono sentite tante negli ultimi tempi, ma questa merita uno spazio particolare.

A pronunciarla è stato, nel corso di un’intervista al quotidiano Il Gazzettino, l’industriale veneto Andrea Tomat, Presidente della Lotto Sport Italia Spa, nonchè Presidente di Confindustria per il Veneto.

Tomat ha rivelato a chi lo intervistava la sua ricetta anti-crisi: “Gli operai lavorino gratis cinque giorni all’anno per un periodo limitato, dicamo cinque anni.”  Perchè dovrebbero farlo? E’ presto detto: per aumentare la produttività.  Tomat ha precisato che “le cinque giornate andrebbero devolute all’impresa per cui lavorano,  ma si può decidere di mettere qualcosa in un fondo.”  L’unico fondo che mi viene in mente è quello del barile, che certi personaggi stanno raschiando sempre di più.  Secondo Tomat queste cinque giornate porterebbero all’aumento della produttività e della competitività per le imprese, farebbero calare i costi e aumentare le possibilità di nuove assunzioni. Dice anche che è pronto a discuterne con i sindacati e alla luce di quanto questi ultimi hanno combinato recentemente, non c’è da dubitare che saranno pronti ad aprire un tavolo per la discussione. Il presidente della Lotto può contare comunque sulla preziosa collaborazione del governo, che sta lavorando nella direzione di colpire i pù deboli in modo sempre più violento.

A quando il ritorno delle Ordalie e dello Ius primae noctis?

 

 

La prima classe costa mille lire, la seconda cento

“Il debito ci divora. E’ come sul Titanic: non si salvano nenache i passeggeri in prima classe.”  (Giulio Tremonti, Ministro dell’ Economia).

“La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento.” (da Titanic di Francesco De Gregori).

Secondo il Ministro Tremonti siamo dunque sul Titanic (ma la crisi non era passata?) e non si  salveranno neppure i passeggeri della prima classe. Sappiamo tutti come andò realmente circa cento anni fa sul vero Titanic:  a rimetterci furono soprattutto i disgraziati della terza classe che occupavanoo i ponti più bassi.

E Francesco De Gregori, da genio qual è, riuscì a descrivere con grande lesggerezza quell’ immane tragedia in una delle sue canzoni più belle. Una canzone facile e molto orecchiabile che racchiude nel testo la terribile sintesi di una società nella quale i più poveri hanno sempre, inevitabilmente, la peggio.

E vedendo come sono andate le cose in passato e come continuano ad andare, viene purtroppo da credere più al Principe che al Ministro.

Il giorno delle locuste

“Sarebbe folle rimettere tutto in discussione con una crisi al buio. Le locuste della speculazione aspettano le prossime prede per colpire.”  (Silvio Berlusconi: un passaggio del suo discorso al Senato, 21 giugno 2011.)

Il Cavaliere incassa la fiducia e ribadisce che non ci sono alternative possibili al suo governo. Nonostante le sconfitte alle ultime amministrative, nonostante i referendum e soprattutto nonostante la Lega, che a Pontida ha dato l’impressione di essersi un po’ stufata di B.

Ed ora quindi si va avanti, navigando a vista, con puntati addosso gli occhi di Moody’s e delle altre agenzie di rating, pronte ad abbassare i loro giudizi sull’Italia.

Le locuste evocate oggi sarebbero dunque insetti famelici pronte a divorarci?

Troveranno spazio in un paese popolato da piovre e squali di ogni genere?

 

Forse abbiamo frainteso

“Abbiamo presentato una riforma della giustizia che per noi è fondamentale. In Italia abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra.” (Silvio Berlusconi, rivolto a Barack Obama, Deauville 26/05/2011).

Nel corso del vertice G8 che si tiene a Deauville, in Francia, il Presidente del Consiglio ha ritenuto necessario avvicinare il Presidente americano Barack Obama per dirgli quanto sopra. Non esistono problemi più importanti, evidentemente, per lui. Non esistono la crisi economica, il precariato, le tensioni sociali, il rischio default della Grecia, la tenuta dell’Euro, i rapporti tra Cina e Occidente, la situazione del Giappone, le rivolte maghrebine, la guerra in Libia ed altre cose di cui probabilmente Obama, Merkel, Sarkozy e gli altri vorrebbero discutere. No, per lui esiste soltanto l’ossessione dei giudici comunisti. E basta, per favore. Mr. Obama, lo scusi: l’uomo è molto provato ultimamente.

Ma forse non è vero, abbiamo solo sognato e questa frase non l’ha mai detta.

O forse ha detto sì qualcosa, ma come al solito noi tutti abbiamo frainteso.