Roberto Minardi – Concerto per l’inizio del secolo

Laszlo Moholy-Nagy – City Lights (1926)

udiamo il picchio che martella a ritmo e io è qui che metto il punto: sono i versi con i quali termina L’uccisione del gallo, uno dei testi contenuti nella raccolta di Roberto Minardi Concerto per l’inizio del secolo (Arcipelago Itaca, 2020) e oltre a questa del picchio, l’intera raccolta è fittamente popolata di immagini di animali.
Minardi dedica particolare attenzione al rapporto tra uomo e natura, con una scrittura visionaria, a tratti davvero torrenziale, che non manca di suscitare sorprese nel lettore.
Come risalta dalla dedica e dai versi di Mario Luzi citati in esergo, figura importante della raccolta è il figlio del poeta, che ricorre in più testi e che viene raccontato attraverso vari momenti, a partire da quello delle doglie della moglie.
Nella sua analitica prefazione (quasi un saggio breve) intitolata Per un’epica emancipatoria: sulla poesia del Concerto, scrive Davide Castiglione: “Il fatto che questo Concerto per l’inizio del secolo sia tematicamente sostanzioso non deve oscurare la consapevolezza che la validità di un’opera passa anche, e primariamente, per il campo estetico-letterario, e cioè per lo stile e la struttura macrotestuale. Cominciamo dalla seconda, poiché del primo si sono già dati rapidi assaggi nelle citazioni precedenti. Il Concerto non è disciplinato in sezioni discrete come la maggior parte dei libri di poesia italiana: i testi sembrano susseguirsi in un flusso continuo, come se anche nella dispositio sopravvivesse un gesto informale e anti-gerarchico – di rifiuto, cioè, nei confronti di categorizzazioni imposte dall’alto. Questa decisione, che replica in grande l’assunzione di quei rischi di “sbavatura” ed “eccesso” assunti dai testi singoli e di cui ho già parlato, è stata lungamente meditata. È, anzitutto, fedele all’idea di imbastire un “concerto” in almeno due sensi: quello, letterale, di “accordo, intesa”, e uno dei possibili sensi musicali, “complesso di cantori o strumentisti, o gli uni e gli altri insieme, riuniti per l’esecuzione di musica” (Treccani.it). Perché ci sia un complesso unitario, e anche un’intesa fra le parti, è necessario che testi di ispirazione e respiro diversi (dall’epico-narrativo all’onirico-aneddotico, dall’intimo-confessionale all’invettivo-monologante) siano messi in dialogo per giustapposizione rapsodica, abolendo le pareti divisorie fra sezione e sezione.”
Di seguito una breve selezione di testi tratti da Concerto per l’inizio del secolo:

Motivo per una nuova vita n.1

In qualità di roditore chiese alla noce di dargli del tempo,
perché sarebbe riuscito nell’impresa di forarla.
Data la tecnica balorda vennero a galla le fantasme,
si presentarono quasi in fila, spudorate, quasi in danza.
E non è come patire le pene degli inferi, ma viene
turbato da fitte vulcaniche e qualcosa va a perdere –
e una cosa dolcissima, una sola dolcissima punzione,
una veduta che esalti e la circolazione e il corpo,
che rubi corpo e elevi il tutto dalle bave, solo uno spunto,
date, date il la che condanni all’aperto amore, alare…
Sua moglie avvertì le prime doglie, le numerò, contraeva.
La vita stava per prendere nuovamente il moto magmatico
ed era questa la maniera di scoprire ognuno dei perché –
incrocio ottico di faggio, ciliegio a grappoli e sicomoro,
forse un cipresso, con spazio aperto per l’interpretazione,
dite papale chi sono e se tutti i sognati socialismi
permetteranno ai sé e medesimi di mettersi da parte…
E sogno non è ma una fragranza che si profila a tempo:
prima d’amare o durante bisogna giacere nei limbi.

* * *

Contrappunto n.1

Ispirato da un no, senza avere perso il sì,
è il momento di un pianto prolungato, un’erezione,
un salto, ma la signora ha ragione, non proprio,
le piastrelle sono ancora a Calais dentro il cassone.
La temperatura si alza, i meno abbienti si industriano,
trovano modo di erigere dal niente dei tetti.
Porteranno figli, che siano in carne ed ossa
o acqua, vento, disturbo della quiete, della fretta.
Intanto la rima è presa di mira dalle réclame.
Più chiaramente ritraggo il perimetro del male:
pingue, respiro affannato, spinge salsicce in bocca;
se ne fotte, ribadisce, degli animali, altamente.
Finirà, tutto sbiadisce, il cervello si ingozza.
Che cosa affetta e sparge il carnezziere, se non
il risultato scontato di plurimi omicidi?
Talmente irresponsabile accende il carillon;
predilige la musichina, il bicchiere metà pieno,
la camicia a fantasia, il marito che incolonna.

* * *

L’uccisione del gallo

danaroso proprietario di porcili e punti vendita, inghiotti
l’astice di cui spacchi le chele con delicatezza e a tua figlia
imbocchi un segmento di polpa affinché ne succhi la crudezza
nei palmi miei è il pane integrale, cosicché niente può distinguerci
entrambi impegnati a saziarci, è a me che tocca sottoscrivere l’invidia
per l’involontario equilibrista che deambula sulla cornice del muro
per la foglia puntellata di giallo e di rosso, molto prossima al suolo
per la forgia della sedia sulla quale ristoro le articolazioni
il fumo è assente in giardino, l’aria è guastata dal puzzo di assassinio
dentro la bacinella azzurra il sangue gocciola e scurisce
e ancora pietre divise d’amore e d’accordo con le esigenze
e ramoscelli a forma di onde, decapitati tronchi dal sole riarsi
serba i tuoi auguri, la sconcezza del tuo affermare, per altra occasione
udiamo il picchio che martella a ritmo e io è qui che metto il punto.

* * *

Mare

cuore di spadaccino che mai trafiggerebbe
perlustra la battigia con amore, a mani vuote
raccoglie un flacone ammaccato
così forte è la luce che l’azzurro della plastica sbiadisce
ogni tinta scolora, ogni ragionamento scioglie

con le orme dei suoi più che bianchi piedi prosegue
così facendo trae in salvo il mare, la terra
è la mobile arena che l’andamento storce
affossa le caviglie dell’uomo dell’urbe
lascia la ferocia dei raggi fare il corso che deve

oltre la storia uno scafo compie un mezzo cerchio
le sue pernacchie al largo spadroneggiano
per credere nei secoli c’è il mare, un galleggiante rosso
si affaccia da un triangolo di luce che scoppietta
non resta che tacere, in controluce squaglia ogni certezza

– la barchetta nel lavandino colmo dell’infanzia
pescava pesantissimi tonni il lupo di mare –
sognarsi isola e non robot, eliminare la rissa dal petto
così rimette i sandali, mormora un ritornello
sull’orlo della tana, un granchio attende che lui se ne vada.

* * *

Il debole di John

quanti colori i baffi hanno cambiato
come le foglie che bloccano i tombini
la direttrice lo invita a spazzare
davanti al portone, aveva
la casa, piccola, la moglie
un puzzo lo perseguita, ora
tranne il dottore nessuno ci crede
la sala mensa è il momento più bello
il quotidiano, le zollette
per tenersi lontano dall’alcol
morde la copertina della Bibbia
saltuariamente prende forma un capolavoro
inciso sulla materia spugnosa
spugna che traspare da qualche forellino
nel dormitorio è impossibile
nascondere il catalogo con le indossatrici
questa non è la landa di Satana
non sono le guance violacee a fare paura
ma l’azzurro degli occhi che scema
le palpebre a mezz’occhio, non rimane
che parte della somma mendicata
la bottiglietta vuota da lanciare

* * *

L’ordine del sud

Eri malvagio col cane stupido, in compagnia,
però non orinasti nella vaschetta limacciosa
dove ogni pulce pomeridiana era una stella.
Per essere creduto meglio facevi un verso strano.
Le calze grosse, il latte caldo, uno schiaffo sulla guancia,
davano la misura di tua madre e del suo strigliare.
La natura si fonde alle infrastrutture dalla macchina;
tuo padre mai a corto di sentenze e il vento sui peli…
Apprendesti la violenza dai roveti e qualche pietra:
una volta, non a lungo, rotolasti nella polvere con uno,
con il pugno che non è facile dare e i mancamenti.
La volta sul ciglione in cui piangesti, nessuno vide,
sentivi fresco e gli abitanti della terra non c’erano.

(Roberto Minardi, Concerto per l’inizio del secolo, Arcipelago Itaca, 2020)

Roberto Minardi (Ragusa, 1977). Nel 1999 si è trasferito in Inghilterra, a Londra, dove risiede tuttora lavorando come insegnante di lingue. Dal 2005 al 2006 ha vissuto a Panama, dove ha tradotto poeti locali e pubblicato la sua prima plaquette in versione bilingue. Nel 2007 la Archilibri di Comiso (RG) ha pubblicato Note dallo sterno. Nel 2014 viene premiato con la pubblicazione della silloge Il bello del presente dalla casa editrice Tapirulan. Nel 2015 esce La città che c’entra (Zona Contemporanea), silloge che è stata segnalata all’edizione del 2016 del Premio “Montano”. A questa raccolta è liberamente ispirato il mediometraggio The city within, realizzato in collaborazione con il regista Tomaso Aramini. È autore egli stesso di alcuni video sperimentali. Oltre che in volume, suoi testi sono apparsi su riviste letterarie (“Tratti”, “Semicerchio”, “La Mosca di Milano”, “deSidera”), online (“Atti impuri”, “Poesia 2.0”, “Carteggi Letterari”, “Atelier”), su antologie di concorsi (Poesie al mondo, Tapirulan, Premio Anna Osti) e sull’archivio multimediale “Phonodia” dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e turco. È stato co-fondatore del progetto poetico “dopotutto [d|t] (una poesia italiana fuori)”.

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