#Poesiaespressa e non solo: un’intervista a Luca Gamberini

Olivetti Lettera 22 - Marcello Nizzoli (1950)
Olivetti Lettera 22 – Marcello Nizzoli (1950)

Capita sempre più spesso d’incontrarlo, in una libreria oppure in un caffè o anche in un museo, seduto davanti alla sua Olivetti Lettera 22 a scrivere poesie all’istante.
Lui è Luca Gamberini: bolognese, amante della poesia, della cucina e dei colori rosso e blu (quelli del BFC, naturalmente).
Domani, in occasione di San Valentino, sarà alla fermata Tper di Via Rizzoli a scrivere poesie d’amore: un’altra iniziativa legata a #Poesiaespressa, che è un po’ il marchio di fabbrica che l’ha finora contraddistinto.
Luca ha due libri all’attivo e soprattutto uno di prossima uscita, per un’importante casa editrice.
Tragico Alverman ha voluto intervistarlo ed ecco che cosa ne è venuto fuori.

Prima di tutto, caro Luca, la domanda più ovvia: come e quando nasce il progetto #Poesiaespressa?

Nasce a fine febbraio 2019 alla Confraternita dell’uva, proprio qui sotto le Due Torri. Una lettrice aveva appena acquistato una copia di “Un etto d’amore (Lascio?)” ed era rimasta colpita da alcune poesie che avevo letto durante la serata. Erano scritte a macchina (ebbene sì, scrivo ancora a macchina, Olivetti Lettera 22, e non per vezzo ma per il profondo rispetto che ho per la parola, per “sentirla” sotto le dita) e si capiva ne avrebbe desiderata avere una copia; gliela regalai. Alcune amiche (Chiara e Silvia, per la cronaca) lì presenti mi provocarono: “certo che se l’avessi scritta proprio per lei, sarebbe un’altra cosa”. Così improvvisai e scrissi una poesia a mano libera sulla copia del libro. Ma ormai l’idea era nata e con lei il nome, tanto la poesia mi era venuta di getto, espressa. Dopo qualche giorno, in occasione dell’8 Marzo, per la prima volta proposi al pubblico #PoesiaEspressa proprio lì dov’era nata, tra commensali, lettori e ragazzi sotto i portici.

cover

Non credi che esista il rischio che questa tua forma espressiva possa essere scambiata per qualcos’altro, per esempio una goliardata o un astuto espediente per farsi conoscere e che quindi possano essere travisati il senso della tua operazione e le motivazioni da cui sei partito?

Hai perfettamente ragione: corro a piedi scalzi sul filo del rasoio, ma voglio assumermi questa responsabilità. Il rischio più grande che vedo è quello della banalizzazione. Ridurre la poesia a qualcosa di impulsivo e non ragionato. Eppure io credo che #PoesiaEspressa abbia proprio bisogno di essere slegata dalla poesia come la intendiamo: è prima di tutto una performance artistica, che certo ha punti di contatto con la poesia, ma va oltre la forma poetica. E’ il laboratorio dove come chimico sperimento la resa degli elementi poetici. E’ estrapolare l’atto poetico e mostrarlo nella sua genuina naturalezza. La poesia viene spesso vista come forma espressiva elitaria. Ecco allora che uscire, stare fisicamente in mezzo alla gente, per scrivere e dedicare loro alcuni versi (un po’ come i pittori di Montmartre a Parigi) credo che possa avvicinare lettori e non lettori al mondo della poesia e fare bene (una volta si sarebbe detto così) a tutto il movimento poetico che altrimenti verrebbe visto sempre più come per pochi addetti ai lavori. E invece poesia è appunto condivisione. E poi la dico tutta: per me è ispirazione, ascolto storie di vita, quotidianità, incontro tanta umanità: e credimi, è la cosa più bella.

Conversando con te, ho avuto modo di constatare la tua grande curiosità e la tua grande voglia di conoscenza che ti fanno spaziare molto, da fruitore, sia nella musica che nella letteratura. Immagino però che ci siano, per te, autori e artisti imprescindibili, magari modelli a cui ispirarsi. Se sì, quali sono?

Credo che ciascuno di noi sia il prodotto di quanto più riesca ad assorbire in termini di cultura, di bellezza. Ecco perché amo spaziare. In termini letterari potrei farti i nomi tradizionali, i “classici”. Ma voglio guardare oltre. E allora Fabio Pusterla e Chandra Livia Candiani. Per la musica toccatemi tutto, ma non Lucio Dalla e Wolfgang Amadeus Mozart. Poi appunto: potrei dirti che un certo gusto per la brevità di tanti testi mi viene dalla lettura di Seneca e delle sue sententiae, non nascondo un certo gusto aforistico tipico di Nietzsche e infine ammetto di aver ricevuto come una seconda educazione sentimentale dal Pasolini più giovane, intimista e friulano. In ambito musicale ho spesso bisogno di tuffarmi nell’indie dello Stato Sociale, di Coez e Gazzelle. Ma poi ci sarebbero anche Emis Killa e Cesare Cremonini la cui “Poetica” ascoltata in loop mi ha ispirato il mio (ormai penultimo) libro; aggiungi poi che in tante poesie faccio espliciti riferimenti a Bach e alla lirica come alla Callas. Diciamo che spazio abbastanza, ma questi sono certo i nomi ai quali sono più legato.

#Poesiaespressa è anche un marchio registrato: hai intenzione quindi di sviluppare ulteriormente questo tuo progetto?

A gennaio, durante Paratissima Art Fair, per la prima volta #PoesiaEspressa è stata accolta quale installazione in un contesto puramente artistico e per nulla letterario. Era un po’ di tempo che grazie a performance presso musei (Mambo, Macro Museo di Roma, Medievale e Civico Archeologico di Bologna) stavo tentando questa mutazione. Avevo bisogno di mettermi alla prova. Non c’era nessun libro accanto a me. Ero lì come performer e non più come poeta. Più prossimo a Marina Abramovich che a Montale. E per la prima volta ho scelto di farmi ispirare dalla musica: cuffie bluetooth, chiedevo a chi mi si sedesse davanti il titolo di una canzone; aprivo poi Spotify e YouTube, mi isolavo dal contesto e riuscivo a sentire l’ispirazione giusta. Era la prima volta che lo facevo. E ora penso che continuerò a proporla così la performance. #PoesiaEspressa non è materia finita. E’ un canovaccio continuo. Ecco perché la sfida sarà vedere fin dove potrà arrivare e come potrà trasformarsi: sarebbe la sua nemesi se volessi regolamentarla troppo, la sfida sarà farla crescere anche di pari passo con i progetti editoriali che ho in cantiere.

Luca Gamberini a Paratissima 2020 (foto di Giulia Trimarchi)
Luca Gamberini a Paratissima Art Fair 2020 (foto di Giulia Trimarchi)

Che rapporto hai con i social e che importanza dai ai social per la diffusione della tua poesia?

I social sono lo strumento più citato dei nostri giorni. Amati e odiati. Io credo che bisogna imparare a conviverci. La loro negazione ti autoesclude. L’esaltazione di un like può fare danni incommensurabili. Bisogna usarli con intelligenza. La poesia può benissimo viaggiare sui social: ne discutevo tempo fa con un grande della nostra poesia, Davide Rondoni. Il tema non è se social sì o social no; il tema è proporre un prodotto ben confezionato, strutturato, curato, sia in termini estetici che linguistici. Su Instagram non potrò certo postare una poesia da quaranta versi. Magari su Facebook è già diverso. L’importante è dare una forma che sia anche sostanza. Mostrare il lavoro “da retrobottega” che sta dietro ogni post. Non buttare lì parole o video in libertà. Anche perché vuoi mettere il potenziale di lettori ai quali puoi rivolgerti? Questo non significa mortificare la parola, anzi occorre averne sempre più rispetto. Scegliendole con cura: una story di Instagram dura 15’, bisogna saper cogliere e scegliere i contenuti e lavorare davvero di lima e sintesi. Essere immediati e insieme rispettosi del testo. Però lasciami anche concludere con un motto che, per chi mi segue sui canali social, è diventato ormai un ritornello: “dal social al sociale”. Conosciamoci sul social, scambiamo commenti e opinioni sul social, ma appena possiamo, davanti un caffè, vediamoci, e sarà sicuramente più bello. Ricordiamoci però che senza quel social, forse, quell’incontro non ci sarebbe stato…

So che uscirà a breve un tuo nuovo libro con un’importante casa editrice: ce ne puoi (e ce ne vuoi) parlare?

Quando ho raccontato alle prime persone che avrei pubblicato con Mondadori, credo che il mio tono di voce tradisse più paura che incredulità. Come se fin qui mi fossi allenato e in qualche modo la partita vera iniziasse ora. Essere ritenuto degno di un editore di tale livello credo sia un sogno che pochi, pochissimi, possano realizzare. Avrò certo sudato e faticato, e quindi del merito credo ve ne sia, ma anche la fortuna. Ecco perché mi sento un privilegiato ad avere questa opportunità. Ecco perché voglio viverla al meglio, con serenità e umiltà. Come sai amo il calcio: è come arrivare al Real Madrid e cercare di ritagliarsi uno spazio in una squadra di tale livello. Sarà sfidante: non c’è social che tenga, nemmeno #PoesiaEspressa che regga: bisogna tirar fuori tutta la qualità poetica di cui si sia in possesso e vedere che succede. E affidarsi al pubblico, ai lettori, ai followers, a chiunque voglia condividere con me quest’avventura. In parte ho approfittato di questa possibilità per rivoluzionare il mio stile. Che in un certo senso è ritornare alle origini ma con occhio più maturo: tentare il dialogo tra la narrazione e l’ermetismo. Sarà un progetto che ruoterà intorno al tema dell’amore con una costante: Bologna. La nostra città sarà sfondo quasi costante, apparirà in diversi momenti. Vorrei farla emergere senza raccontarla direttamente: in qualche modo è la prima dei non-protagonisti. Perché la vera protagonista è la vita che ho provato a raccontare con gli occhi di un adulto che non si rassegna ad aver perso l’incanto per la bellezza, ma che deve fare i conti con il reale e allora trova nell’ironia e in un certo romantico sarcastico una possibile via di salvezza.

Come ti piacerebbe essere descritto, o definito, da chi ti legge?

Amo poco le etichette: rinchiudono. Parlo spesso di poesia inclusiva. Ecco allora che più che una descrizione, vorrei essere abbinato ad una parola, ad un gesto che oggi va sempre meno di moda, ma del quale abbiamo tanto bisogno: un abbraccio. Un po’ come la nostra città, che è un abbraccio, che include, che non fa distinzioni e che pensa che più delle differenze possono i punti in comune, e quindi viva la condivisione, non tanto e solo social, quanto reale. Un abbraccio in forma di poesia: vieni qui, lascia che ti racconti qualcosa, qualcosa di umano perché se c’è una cosa certa è che poeti e lettori, tutti noi, siamo appartenenti allo stesso genere: umano. Ecco la bellezza vera, la nostra umanità.

Infine, un testo inedito di Luca Gamberini, apparso di recente sulla Bottega di Poesia – Repubblica Napoli:

Ho avuto solo figli unici
senza
mai partorire
di casa
né uscire
di utero,
senza seme solo anima
abusata da abiure
congestioni di ieri.

Sono come il padre
che svezza i figli
dando corallo
per il colore dei gigli.

(Luca Gamberini)

Luca Gamberini è nato nel 1986 a Bologna, dove vive.
Ha partecipato a varie letture con il Gruppo 77 diretto da Alessandro Dall’Olio.
Ha pubblicato le raccolte poetiche NeoKlassico (Il Mio Libro, 2014) e Un etto d’amore (Lascio?) (Ensemble, 2018). A breve uscirà il suo nuovo libro, pubblicato da Mondadori.

 

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