Martina Campi – Quasi radiante

James Turrell - Rayzor (1982)
James Turrell – Rayzor (1982)

Uscito qualche mese fa per la casa editrice romagnola Tempo al Libro, Quasi radiante è la più recente raccolta poetica pubblicata da Martina Campi.
È un nuovo tassello inserito nella costruzione poetica di Martina e ne conferma il talento puro e nel contempo carico di complessità.
Ho avuto il piacere di condividere, la settimana scorsa, con Martina e con Mario Sboarina (suo compagno nella vita e nella produzione artistica) una bella serata di presentazione dei nostri ultimi libri e ne ho apprezzato una volta di più la forza espressiva e interpretativa che mette nelle sue letture.
Già, perché la poesia di Martina Campi la si può apprezzare certamente leggendola sulla pagina, ma per poter godere appieno di tutte le sue sfumature e sfaccettature occorre ascoltarla dal vivo, nell’interpretazione della sua autrice.
Ed è a quel punto che la scrittura si fa graffio, che la parola di Martina arriva come un’eco distorta attraverso l’effetto del microfono, in perfetta simbiosi con i suoni elaborati da Mario.
Quasi radiante possiede tutta la forza che possiamo ritrovare nell’intero percorso poetico di Martina Campi, la quale si serve di questa forza usata per raffigurare la debolezza (dell’essere umano, dell’anima, del pensiero).
Troviamo nei versi di questa raccolta la difficoltà di farsi largo nella giungla della vita quotidiana, la fatica di comunicare e di comprendere il significato di ciò che viene detto, come è descritto esemplarmente in questi versi:
Comunicare se ne va da noi,
qui ci fermiamo con le bandiere abbassate
alla chiarificazione arida come le sponde
all’indietro su bicchieri tenuti
con i gesti antichi dell’abitudine.
Scrive Fabio Michieli nella prefazione: “Una consapevolezza di quanto possa essere fragile l’io in questa contemporaneità che tutto travolge nel suo uniformare, dove pure la dimensione onirica porta in sé il dubbio di un vivere anestetizzato, di un risveglio post operatorio con la sconcertante scoperta di essere una pallida immagine di sé.”
E a proposito della difficoltà a ritrovarsi, della fragilità che pervade l’io, ecco che cosa rimarca Sonia Caporossi nella sua postfazione intitolata La trasparenza oltre il velo delle cose nella poesia di Martina Campi: “L’esperienza descritta da Campi, insomma, è quella di un Io che ricerca sé stesso e nella ricerca si perde proprio in funzione del ritrovarsi un Io che è una sorta di entità rabbassata a passione e sensazione, completamente deprivato dalle scorie quantiche di una razionalità esteriore a determinarlo una volta per tutte.
Di seguito una breve selezione di testi da Quasi radiante, tratti dalla sezione intitolata Consuetudine al segno di una città.

I

La città fitta di polvere
si apriva al niente,
attendevo la luce
il sole piantarle sul ventre
raggi sbiaditi.

II

I raggi li soffiava il vento rotolando
vetri per la via, sollevava
la polvere e accarezzava
dall’ombra fredda di un riflesso
solitario sulle spalle.

III

Quante battaglie per tanto nulla
c’erano mucchi di resti a vagare
come i tronchi nel fiume,
arcipelaghi di disperazione
ribelle all’abbandono dei vuoti.

* * *

dei tanti manuali ne manca sempre uno: come saldare il legame col corpo, senza l’intervenire della danza, all’ombra dell’inceneritore, dove non si può cantare, e non si può che cantare; non parlare poi altra lingua, se non quella delle foglie

* * *

I

Le strade più sicure
erano i sentieri segnati
dal tempo, ora insabbiati
tra luci e ombre
e resti abbandonati
lasciati ignari in balìa
del non ritorno.

II

Le vie sembravano dissolversi
nel pulviscolo tra città e pomeriggio
divenire un miraggio metropolitano
intessuto nell’indistinto
cielo dischiuso appena in vertici
cerulei, sporgevano luci
in solitario movimento.

III

All’occhio sgomento lo sgranarsi
era membrana sottile inganno
della memoria gli edifici del centro,
diramazioni in attesa di passi le strade,
un mostrarsi muto alla malinconia.

* * *

i Mietitori del sorriso danzano come le spighe al vento quando ondeggiavano sulla terra ormai secca le sere d’agosto, nel silenzio abitato da un frinire ininterrotto che precedeva soltanto i canti e le danze nella notte di San Giovanni; ma la danza dei Mietitori è quella dei Dervisci, non segna calendari né i più antichi tragitti del sole, sola come un vento s’alza altrove, avanza silente aperta intorno al paese delle vacanze, incurante delle cicale e degli ululati dei cani

(Martina Campi, Quasi radiante, Tempo al Libro, 2019)

Martina Campi è nata a Verona nel 1978 e vive a Bologna, dove ha studiato e si è laureata in Scienze della Comunicazione.
Autrice e performer, ha pubblicato le raccolte poetiche Estensioni del tempo (Le Voci della Luna Poesia, 2012 – Vincitore Premio Giorgi), Cotone (Buonesiepi Libri 2014), La saggezza dei corpi (L’arcolaio, 2015), Quasi radiante (Tempo al libro 2019) e la plaquette È così l’addio di ogni giorno (Corraini Edizioni 2015), con il poeta V. Masciullo e opere grafiche di C. Pozzati.
Curatrice, con A. Brusa e V. Grutt, di Centrale di Transito (Perrone Editore 2016).
Vincitrice del Premio Renato Giorgi 2012 con Estensioni del tempo (Edizioni Le Voci della Luna Poesia, 2012). Tra gli autori finalisti al Premio Lorenzo Montano 2014, con la raccolta inedita Manuale d’estinzione, tra segnalati nel 2012 con La saggezza dei corpi (L’arcolaio, 2016) al medesimo premio e menzione d’onore, l’anno successivo, con la raccolta Le metamorfosi della gioia, ora divenuta Cotone (Buonesiepi Libri 2014) e nel 2015 con la silloge Quasi radiante.
È stata giurata per alcuni concorsi e membro di redazione della rivista Le Voci della Luna, fa parte del Comitato Bologna in Lettere B.I.L dalla prima edizione.
Co-fondatrice, con il compositore e musicista Mario Sboarina, del progetto Memorie dal SottoSuono – The poetry music experience, nel quale si fondono reading poetico, elettronica, jazz/ambient, contaminazioni afro e accenni di musica popolare; di Marzo 2016 l’omonimo album. Del 2010 il cd Mani e qualcos’altro. Il progetto Memorie dal SottoSuono è oggi un vero e proprio collettivo di artisti di diversa formazione.

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In copertina: immagine di Francesco Balsamo

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