Paola Nasti – Cronache dell’Antiterra

Anselm Kiefer - Interior (1981)
Anselm Kiefer – Interior (1981)

Nella sua raccolta Cronache dell’Antiterra (Oèdipus, 2018) Paola Nasti fa convivere la scrittura in versi con la scrittura in prosa. Il mondo che descrive in queste sue Cronache è un mondo dissolto, o in via di dissoluzione. Fine della civiltà, dopobomba, universo parallelo, distopia, nuova preistoria, fantascienza, fiaba, apologo: sono tanti i rimandi che suscita la lettura di questa raccolta.
Scrive Giulia Niccolai nella sua postfazione: “Già al secondo blocco di versi di questo bellissimo poema che è anche in prosa: nessuno si poneva le domande / che oggi irrompono e ci spezzano i vetri il lettore diviene consapevole che queste “Cronache dell’Antiterra” lo riguardano personalmente. Le metafore delle quali il testo è intessuto, con la loro segreta tecnica di espansione, gli fanno capire come la geografia descritta e raccontata (che ci fa viaggiare col pensiero) non è solo luogo fisico, ma può tramutarsi in condizione mentale di incredulità e disagio: deserto e sabbia che «tra i denti strideva con grande fastidio di tanti» (anche la bocca del lettore si è riempita di abbondante saliva d’ansia, nel tentativo di difendersi da questa immagine). Si tratta dunque di una scrittura profondamente convincente, quasi ipnotica, per la sicurezza con cui Paola Nasti riesce a vedere e a presagire le situazioni alle quali andremo incontro.”.
Di seguito una breve selezione di testi dalla raccolta.

Dalla sezione Dell’Antiterra:

Finiti per sempre i giorni dell’Impero, della grandezza ostentata con vigore e sconsideratezza, senza ombra di esitazione, per i quattro angoli dell’universo. Un nuovo rito, che qualcuno aveva pomposamente denominato: nostalgia delle origini, li teneva raccolti dalle prime luci del giorno nelle chiese, che del resto avevano soppresso ogni forma di culto in nome di una nuova religione, atta a fornire un conforto calibrato su nuovi bisogni, sulle nuove e nuovissime necessità di speranza e di attesa. Ciascuno avrebbe aspettato il suo turno per accedere, in file ordinate per uno, alle piccole cabine del diorama. Lì sarebbe stato possibile, per pochi spiccioli, entrare e guardare, per un
tempo variabile dai dieci minuti all’ora. Distese di foglie d’erba, riprese sotto forma di video da telecamere appoggiate al suolo, in modo da rendere ogni minimo movimento dei fili verdi, ogni luminescenza riflessa, ogni apparire d’insetto o di umori atmosferici. Oppure lo spettacolo delle dune, del loro meticoloso disfarsi sotto l’alito del vento, vicenda di smottamenti lentissimi e misurati dal rigore inflessibile della forza eolica. Potevano decidere. Nessuno avrebbe mai potuto eliminare, nemmeno a viva forza, la libertà di scegliere lo spettacolo da godersi senza fretta e senza considerazione degli altri in coda ad aspettare. Faceva parte del rito. Qualcuno poi trascorreva molte ore della giornata guardando in alto, seduto su una panchina tra i palazzi, il cielo bianco puntellato dallo stridio degli uccelli che, altissimi, continuavano a volare su quello schermo d’aria delimitato dai cornicioni. La mattina presto, soprattutto, il suono della grande suoneria risultava a tratti vicinissimo, a tratti silenziato, e questo saliscendi rendeva bello l’ascolto. Si trattava, infatti, di una musica involontaria. Anche questa era una possibilità.

* * *
laggiù sceglievano le maniere più improprie
per consegnarsi, svendere la pelle
come se il comando fosse stato diverso
o come se qualcosa si fosse inceppato
nell’atto dell’ascolto

si slanciavano fuori dalle finestre aperte
attraversando quel canale d’aria
si facevano tramite dolente
tra il dentro della stanza
e il fuori impietoso dei selciati

o furtive si cucivano pietre nelle tasche
àncore per i fondi limacciosi
con gli aerei a spaccare i cieli inglesi

o sceglievano le cucine dell’alba
il ghiaccio dell’inverno e i bambini
a dormire, quieti nella stanza

pur di non morire sotto quelle maschere
di brave figlie, coraggiose e grate

* * *
Dalla sezione Migrazione:

il grido che non puoi fabbricare
se non ti erompe dai visceri

(senza necessità non c’è alcun suono)

le bocche si richiudono
cucite le rime
niente più bacia

non sponde, non rime, non baci

la partenza soltanto

* * *
tempo di andare

i teli già sui mobili
le tende tirate, la luce le attraversa

la gabbia degli uccelli, volati via
gli specchi che riflettono poltrone

il parato antiquato, sollevato in più punti
non nasconde più il muro, lo mostra e non è male

il nuovo ospite già per le scale, presenza discreta
prima di bussare alla porta

adesso consegna le chiavi

illustra gli angoli migliori della casa
i servizi resi fedelmente negli anni; nasconde le magagne
il gelo degli inverni, le macchie di muffa alle pareti

gli insetti che vi alloggiano, che non accetteranno facilmente
di cedere il passo, i vicini di casa rumorosi
che forse resteranno per sempre

mostra il contatore dell’acqua
tira qualcosa fuori dal nascondiglio
perché si prepari a nuova vita

finalmente l’uscita

* * *
Dalla sezione Ospiti:

mi chiede dove, gli rispondo: quando

mi chiede di mostrargli dove sono le tracce

non so indicare tracce, ma minuti

gli indico le ore, scolpite sul pianeta
i tempi delle maree, la prossima vicenda dei moti ondosi
ben visibili per l’infima distanza
per l’enormità della massa rotante

l’orizzonte è un occhio
con l’iride che invade la sclera
il colore non è più circoscritto
l’attrazione è massima

si esercita la forza dell’indistinto

* * *
Dalla sezione L’onda gelata di Nantucket:

il paese è di ghiaccio. dentro le paratie
si infiltrano gli umori, le emozioni rapprese che producono
un rumore di chiodi

la distanza è la norma; eppure era possibile
riconoscere il limite, l’intercalare di alberi
tra un punto e un altro

* * *

Dalla sezione La zona:

lo vedi? il cielo adesso è diventato
un coperchio calcato sull’orizzonte
nemmeno li puoi levare gli occhi
che il ferro li respinge

non lo so tu da quale parte – quale
sia il dentro e il fuori
se c’è una differenza

(Paola Nasti, Cronache dell’Antiterra, Oèdipus Edizioni 2018)

Paola Nasti vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1965. Dopo la laurea in filosofia politica, conseguita nel 1989, matura varie esperienze lavorative e di studio, tra cui un dottorato e due anni come addetto stampa a Roma. Dal 1992 si dedica all’insegnamento, attività che tuttora svolge. Si occupa, oltre che di scrittura, anche di arti figurative e illustrazione. E’ pubblicata in antologie, riviste, blog letterari, libri d’artista. E’ redattrice della rivista di poesia Levania, fin dalla sua fondazione.

cover
in copertina:
Paola Nasti, Distanze, tecnica mista su carta, 2018

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