Marco Bini – Il cane di Tokyo

Jean-Michel Basquiat - Dog (1982)
Jean-Michel Basquiat – Dog (1982)

Alcuni testi tratti dalla raccolta di Marco Bini Il cane di Tokyo (Giulio Perrone Editore, 2015), che contiene un’introduzione di Alberto Bertoni.

“Non si può dire meglio, a riassumere in formula questo libro importante di Marco Bini: dove l’io diventa infine noi, riconoscendo – a maggior ragione dentro il fuoco non purificatore delle cose dopo, a combustione ormai avvenuta – la necessità per la specie umana di ricostituirsi in comunità e di ricongiungersi ai propri compagni di strada: il padre, il tu dell’unica poesia d’amore, i libri e gli autori di una tradizione che anche – se non soprattutto – da un paesaggio di macerie continua a parlare, a esprimersi, a trasmettere frammenti di civiltà.” (dall’introduzione di Alberto Bertoni).

Da Inerzie:

Il giro del mondo con rientro preciso
sul posto infilando un intero parallelo –
arcuandosi plastico sui fianchi del pianeta
(l’andare quasi di lama in punta sulla buccia)
per sottrarsi all’imbarazzo è un colpo
da maestro dell’assenza in carne e ossa.

Ti si vede, certe sere, pronto al grande numero
quasi ventre a terra a contatto con gli umani
come in un cartoon le gambe vorticanti
per un attimo di eterno sarai sola forza
poi sarai saetta, bagliore e scia
sbordo dall’inquadratura e sparizione.

* * *

A tre quarti la luna all’incirca, un freddo che sbuccia
ogni cosa protetta da pelle e il buio fa magie
dileguando il vapore non appena sbuca tra le labbra.

Neppure quattro passi e più non conta così tanto
incontrarsi in questa notte. Trentadue gennaio
dopo cena e senza urgenza, più o meno sotto zero.

In questo contesto tra A e B non c’è una linea
e una sola, ma ciascun punto si manifesta
scaricando sulle cosce il suo voltaggio.

Dicono che in notti similari ripieghino le luci
attorno al nucleo, impazziscano le bussole,
che tra la polvere di specchio sull’asfalto

nitide appaiano stampate le tracce di orso.
Sarà per questo che affiochisce il fanale svoltando
all’incrocio, che si stringono le fughe tra i mattoni

e fa uno strano caldo all’altezza della nuca.

* * *
Da Posto unico:

GRAN TORINO

Pelle e vernice e la storia del loro amore
di domenica mattina, un fiato appena d’aria
si infila e riflette sulla scocca il torace.

Un doppio opaco come perso in una nebbia.

Si fatica ad essere fieri quando esce il peggio
a Okinawa, in Corea o a MyLai nel Vietnam,
poi gli anni ingranano la quinta e sei ancora
un uomo, la sua casa, un vecchio ferro per difenderla
ed uno per correre nel sole e fermarsi all’imbrunire
fino all’ultimo bicchiere all’ora di chiusura.

Vivere da reduce è aspettare sotto il portico la sera
preservando questo francobollo di avamposto:
la rimessa, un giro di grondaia, sul confine la bandiera.

* * *

Da Il cane di Tokyo:

V

«Shibuya». Forse non parli ma uggioli
a metà tra il respiro e il cigolio
delle anche incapaci di scattare
la festa che rimangi e butti giù
ogni volta che l’aria gracchia «casa».
È una vita che resti a bocca asciutta.
Si ritrae e alla fine si rinfodera
la mano che si attarda sempre meno
a farti pelo e contropelo, soffoca
le braci l’ambulante e il mansueto
tuo stare stinge a un grigio che non stacca
alla distanza e dice cosa sei:
sei simbolo, colonna e poi amuleto.

* * *

Da Resilienze:

A UNA CASA TUTTA SUA

“Più luce di così si muore”. Camera a sud,
concessi sono alla vista uno scorcio macchiaiolo
e una Pechino in sintesi all’ammezzato dirimpetto
non si ha voglia di spiegare tutto a tutti
se il resto è una manciata di metri calpestabili
e terra di coltura per zanzare ma d’attesa
una sala riservata per una personale Pentecoste.

Ricovero, radar, cassa di risonanza, cratere,
osso frontale che contiene, blocco di partenza.
«Contesto esclusivo» (e quale non?), trombo
raggrumato alla parete di un’arteria secondaria.
C’è il Morse di un abbaiare che occupa
lo spazio dell’ascolto e aderisce ai timpani
ai vetri come di notte i corpi alle lenzuola.

* * *

RIPENSANDO A HEANEY
Se te la senti – e fìdati, si sente –
la carta avvolta stretta sopra i muscoli
guastarti ogni guizzo quando sbatti
contro il sabato e sfarsi poi in minuscoli

sforzi gli inutili ampere in accumulo,
prendi il volante e guida a capofitto
dove ogni curva alla via cambia il nome
e sali dove il cielo è un manoscritto

per il falco e i rami dopo il pioppo
del castagno e da sponda fa il crinale
allo scrivibile che si nasconde
fino giù all’orizzonte tuo mentale.

Da lì si vede proprio bene Modena
appena effondere dal suo respiro:
ne indovini le piazze nei collassi
in superficie e l’idea del raggiro

che fanno i fiumi a stringere e riaprire
la scheggia di pianura detta Emilia.
Scendi poi verso sera dolcemente
in folle: c’è un torpore che assomiglia

al cauto soverchiarti di un custode,
spicchio di sole in tasca, e c’è una lotta
con le ortiche fra i piedi pronti al salto
come le dita nell’acqua se scotta.

Marco Bini, Il cane di Tokyo (Giulio Perrone Editore, 2015)

Marco Bini (Vignola – MO, 1984) si è laureato in Lettere Moderne all’Università di Bologna. Nel 2011 suoi testi appaiono nell’antologia La generazione entrante (Ladolfi editore) ed esce la sua prima silloge poetica Conoscenza del vento (Ladolfi editore), che consegue diversi riconoscimenti. Nel 2013 autoproduce la plaquette Posto unico e traduce poeti internazionali per la versione online della rivista «Atelier». Nel 2015 appare nell’antologia Post ’900 (Ladolfi editore).

cover cane_tokyo

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