Fabrizio Bregoli – Zero al quoto

Sam Francis - Bright Nothing-1963
Sam Francis – Bright Nothing (1963)

“Se i punti di riferimento, per chi scrive, sono importanti e illuminanti, quelli di Fabrizio Bregoli non lasciano dubbi in quanto a spessore. L’ultima raccolta di Bregoli si apre infatti con tre citazioni, rispettivamente di Giorgio Caproni, Luigi Di Ruscio ed Edoardo Sanguineti. Non sono le uniche presenti nel libro: più avanti infatti troviamo richiamati autori del calibro di Luzi, Pavese, ma soprattutto Zanzotto e Sereni, in una diffusa disseminazione di versi, eserghi e dediche, come scrive giustamente Vincenzo Guarracino nella sua nota iniziale, quasi che Bregoli abbia voluto mettere dei punti fermi, dei veri e propri segnali indicativi ad accompagnare il lettore durante l’attraversamento del percorso.
Proprio il percorso è irto di insidie (piacevoli insidie, aggiungerei), che a mio avviso non devono mai mancare nella scrittura poetica: a cominciare dal titolo, oscuro e difficile da decifrare.
Zero al quoto indica, nel gergo matematico, un’operazione che dà come resto zero, ma è anche espressione gergale per dire: niente, non se ne fa nulla.
Ed è proprio il nulla a fungere da fulcro di questa intensa raccolta: Bregoli si chiede quali possano essere le vie d’uscita per scappare da questo vuoto che ci opprime e che sembra caratterizzare il momento storico che viviamo. Un vuoto esistenziale, ideologico, sentimentale, ma non solo.
Scrive Bregoli in una delle prime poesie della raccolta (Qui il mondo è un esitare) che il tempo è un orizzonte da colmare e già qui si avverte la necessità di riempire il vuoto temporale, poi il concetto di nulla ritorna prepotente, in modo tranchant, qualche verso dopo: La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile.”
Questo è un estratto della nota da me scritta sulla raccolta poetica di Fabrizio Bregoli Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018) e che è stata pubblicata sulla rivista online Versante Ripido nel numero di Luglio 2018.
Di seguito il link con la nota completa:
Zero al quoto di Fabrizio Bregoli, nota di lettura di Enea Roversi

Di seguito una breve selezione di testi tratti dalla raccolta stessa.

Detto? Taciuto appena

Detto? Taciuto appena, Mario, il gorgo
di passi e di pensieri, la matassa
rifratta in oro sui tetti piovosi,
l’ingrigirsi rapido dello specchio
che fu scena, cielo o solo suo accenno
o frammento lastricato di nubi.
Versi. Foggia o marchio per la memoria.
Così inseguo le orme umide dei giorni
ne delibo il fumigare sottile
l’astio, lo sfrigolio al fuoco fatuo
delle foglie martoriate dal vento.
Sei tu nello spigare della luce
che scosti dai vetri vapori opachi
apri ciglia, detergi la conca arida
dove gli iridi giacciono irredenti
tu a schiudere questa greve siberia
gettare germogli sul fondo nero
di arsi crateri, di ghiacci perenni
spezzare il rigore di antichi nodi
aggrovigliati alla scorza dei tempi
fare di me l’alveo alla corrente
salùbre e perigliosa delle mani,
molarne il fiato a filo delle labbra.

Eterno quest’istante?
Eterno. Fragile ed eterno.

* * *
Dalla sezione Gli uomini (o la loro ipotesi)

Acciaio

Vi indugia ancora, icona prigioniera
nell’intarsio d’oro della sua tavola,
dita indiscrete a gravare la soma
d’imposta immobilità. È sempre lui,
quel mondo già dato troppo per certo
quell’emanazione d’un sé corporeo
in cui accorta od incosciente intridersi.
Quella miscela spuria di ioni ed atomi
l’aria, più di tutto le manca,
lei che da anni nel polmone d’acciaio
ne inala ne esala quel lavorio
di vento sulla pelle
fino a farne afflato, alea di respiro.

Giardino di silenzio
si fa eco del mondo, sua cassa armonica
in cui raduna frantumi esperiti
subìti o solo immaginati,
si fa senso chiaro, s’accorda al cosmo
ne ascende ogni scala, assente al suo ritmo.
Brulichio di formiche, ronzio
di lampade o tremolio di vetri,
scalpicciare di passi o risa d’uomini.
Poco importa distinguerli.
Rumore di fondo, scorie d’universo.

* * *
Dalla sezione Iconoclastie

Pietà Rondanini
(Michelangelo, 1552-1564)

L’approdo d’una vita è la cesura
che spezza la fierezza di quel braccio,
il suo farsi ostacolo, finta breccia
che svolta nel suo vuoto, si dà assenza.
È quel nitore che preme alle gambe
lo scivolo di luce su quel bianco
che non sa regger l’urto, si fa grezzo
tradisce la fatica, lo scalpello.
I volti che si sbozzano dall’alto
si scavano un profilo, creano spazio
di sé nell’aria che s’accuccia, spare.
Pienezza che si colma, l’incompiuto.

E non sai dire chi si regga, è retto
la mano che si porge, che l’accoglie,
la curva che purifica, s’assolve
riunisce in cerchio il senso, dà ragione
e del dolore fa testimonianza.
La madre che ne è cardine, corteccia
reclina a lato il capo, ora gli è figlia
diviene peso lene, scacco d’ombra.
La luce si ritrae per riverenza
nell’inchinarsi altero delle spalle
scantona fuori campo, dà evidenza
all’ossessione antica del suo grembo.

Così li colsi al bivio dei bastioni
sguardi brulli, respiro di cristallo
protendersi a un bivacco di cartoni.
Guaiva un tram. Poco più in là il Castello.

* * *
Dalla sezione Memorie (da un futuro)

Mururoa

Scrutava come bottoni strappati
gli atolli, il baleno degli astri.
Da un intruglio di schegge di vetro
e occhi di pesce guariva l’indocile
gorgo del sangue. Fiutava nell’aria
il tuono, avvisaglie di terremoti
le impronte dei diavoli di Tasmania.
Portava il suo silenzio come un dono
un alambicco d’echi senza voce.

Quando s’inabissò
come in un sudario brillò d’un fiato.
Dopo s’estinsero alghe
larve, i pesci lucerna.
Per ultimi svanirono
anche i terremoti. Secondi agli uomini
prima che esistesse Dio.

* * *
Dalla sezione Diversa densità degli infiniti

(Leni Riefensthal)

Quelle braccia, prone nel loro torcersi
a misura di un’altra umanità.
Ed i corpi, quella loro morfina
buona. Assoluta la luce, ad adempiere
lo scatto micidiale del secondo.

Ma in ogni loro ansimo pulsa un battito
notturno, una crepa obliqua sul volto
di terra, impronunciata nel suo sguardo
sbagliato. E dice fango

il mondo – suo fantoccio l’arte.
E bestia il cuore. Nulla credimi

si sconta vivendo, nulla redime.
Nemmeno la bellezza.

* * *
Dalla sezione Per una poesia possibile

I limoni del Garda

Il tarlo dell’addio t’accompagna
nel diseguale incedere fra vicoli
di sassi, muretti di pietra e malta,
fra pergolati ed orti nella roccia.
Qui Ecate leggera s’incammina
più breve d’un sospiro, fra le foglie
i rami ammanta in reticoli d’ombra,
beve il silenzio assorto della luce
quando si screzia all’ultimo sussulto
e il sole scivola, secchio di rame
nell’ingordo pozzo del lago,
vi scioglie la lingua infuocata
sul catino riverberante d’acque.
E muore il giorno.

Ma ne ha raccolto la messe di luce
la scabra scorza dei limoni
fulgide calamite, curvi lampioni
sui tralci della sera,
come l’esile filo d’oro cerchia
l’algida, nera pupilla d’un merlo.
E dura il giorno.

Così s’impara a morire
sopravvivendo alla consuetudine
dell’ora, del non detto
qui, nella disequazione di parole
e senso, se solo nella provvisorietà
del tempo è commiato.

(Fabrizio Bregoli, Zero al quoto, Puntoacapo Editrice, 2018)

Fabrizio Bregoli, nato nella bassa bresciana, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni.
Da sempre interessato alla poesia, all’epistemologia e alla storia contemporanea, ha pubblicato solo in anni recenti.
Ha all’attivo diversi percorsi poetici fra cui la plaquette Grandi poeti (Pulcinoelefante, 2012) e le sillogi Cronache Provvisorie (VJ Edizioni, 2015, Finalista al Premio Caproni), Il senso della neve (puntoacapo, 2016 – Premio Rodolfo Valentino 2016 e Premio Biennale di Poesia Campagnola 2017, Premio della Critica al Dino Campana 2017, Terzina del Premio Caput Gauri), Zero al quoto (puntoacapo, 2018 – Premio Città di Arcore 2018) ed il poemetto ENIAC incluso in iPoet 2017 (Lietocolle, 2018).
È stato inoltre più volte finalista e segnalato ai Premi Guido Gozzano e Lorenzo Montano. È incluso in numerose antologie e presente con i suoi testi sui principali blog di poesia.
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2 pensieri su “Fabrizio Bregoli – Zero al quoto

  1. Il corteo degli endecasillabi ha una sonorità levigata e plastica, che elude il rischio di una eleganza un po’ manierata grazie al varietà prosodica con cui il verso é scandito, con non rara accentazione anche sulla quinta sillaba; tanto smalto musicale mira probabilmente a dissimulare un bilancio dell’esistenza che per ognuno si conclude in perdita, data la sproporzione insanabile tra il vuoto che ci portiamo dentro e il poco a cui siamo condannati…

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