Gian Giacomo Menon e la “decisione di assenza”

richards-ruben-reflection-of-absence-1990
Richards Ruben – Reflection Of Absence – 1990

Il nome di Gian Giacomo Menon tornò improvvisamente alla ribalta due anni fa, quando la rivista Anterem gli dedicò ampio spazio nel n.89 (dicembre 2014), pubblicandone le Poesie per James Dashow, con una nota di Cesare Sartori, che di Menon fu allievo e che si occupa in maniera appassionata di diffondere la sua poesia.

Scrive Sartori: “La scheda biografica di Gian Gia­como Menon (Gorizia 1910 – Udine 2000) potrebbe limitarsi a un tele­gramma: studiò, insegnò, scrisse poesia. Menon, infatti, per gran parte della sua lunga vita praticamente non ha fatto altro: la mattina a scuola a in­segnare storia e filosofia al liceo classi­co Jacopo Stellini; per il resto chiuso in casa a scrivere versi e a inseguire i suoi fantasmi interiori. Per lui scri­vere poesia era la ragione di vita.”

Non a caso, nel 1966, sulla rivista La Fiera Letteraria apparvero le seguenti parole: «Di Gian Giacomo Menon non sappiamo quasi nulla. Sappiamo solo che è un poeta, un vero poeta, ed è questa forse l’unica cosa che conti».

Scrisse molto Menon, in maniera febbrile, compulsiva: oltre centomila poesie, pari a più di un milione di versi, per la maggior parte tuttora inediti.

Nacque a Medea, in provincia di Gorizia e si laureò a Bologna, dapprima in giurisprudenza (1934) ed in seguito in filosofia (1937). Aderì giovanissimo al Futurismo e pubblicò nel 1930 a proprie spese il libretto il nottivago – versi liberi. Nel 1937 si trasferì a Udine, dove visse svolgendo la carriera di insegnante.

Scrive ancora Sartori: “Individualista, solipsista, pragmatico, sostenitore dell’isostenia dei logoi, i suoi «segnali di vita» furono: casualità, nudità, paura. Brillante conversatore, fece vita sociale e mondana fino alla soglia dei cinquant’anni. Poi prese una «decisione di assenza» dal mondo perseguita con ostinata e sofferta determinazione trascorrendo più della metà della vita chiuso in casa (a parte che per insegnare e inseguire giovani amori) a «consumare l’amara invenzione» (cioè scrivere poesia). La poesia fu per lui «ferita e farmaco insieme», baluardo e sollievo dal mondo; eppure, alla fine, scacco e impotenza.”

La decisione di assenza è indubbiamente il fatto (o meglio, il non-fatto) che rende ancora più affascinante e misteriosa la scrittura di Gian Giacomo Menon, poeta enigmatico e solitario di cui resta ancora tanto da scoprire.

 

Da Poesie per James Dashaw (Anterem n.89, dicembre 2014, a cura di Cesare Sartori)

 

gli dice di parlare gli chiede perché non vuole e non sa cosa pensa ed è teso come il vento sotto la porta un rumore senza ricordi se non è niente nella sua testa ed è una novità essergli a fianco e gli dice di non evitare le parole e la risposta non cade nell’ombra più lontano di una stella la raccoglie

*

pei piani e le scale e le case della città e la notte e non piuttosto l’una ch’era l’eternità dei risvegli e ognuno della casa e i vetri senza vedere e il candore verbale sul da farsi che non sapeva un altro più del vicino ed isolato e sterile non volendo se non restituire il suo nome ricevuto fino agli ultimi anni e la terra coi servi e combinato di arnesi e di paure e penetrare anche di schiena che aveva anche lì gli indirizzi e gli eredi la proprietà dei fondi e si fregava le mani e il resto dopo i divieti per vivere con lui e il leo e il trùdere ch’era la sua stessa vita riconosciuta prima dei fantasmi girando a lume di candela e altrove pelle fughe non cambiando neppure una lettera che si meritava e la roba muraria e da dozzina e su su colle uccellande sportive colle allegre cince dove sono in fiore le acacie cioè sui colli aprichi e apriti cielo per riguardo di lui che lo aspetta in compagnia delle belle speranze come pei fiumi della patria e sono le bandiere e l’arma in mano e non per perdonare per perdere figlio d’un prete ch’era stato l’insolenza di un attimo come diceva e la razza che si ripete e lo richiama in vita dopo gli sciacqui e i destini e non lascia che scivoli via a onta delle misure e tu eroe di cavalli ahi ch’era in ritardo sui tempi di ieri quando poteva e le svelte gambe il bastone alzato e i prati e il bosco che lo nasconde

*

come poté l’errore della terra lo scinchi la sussurrata bestemmia il gallo strozzato alla nascita e l’alba sguarnita e i caduchi banausi che vanno con rotti carretti e i cani azzoppati che trotterellano intorno un guaire flebile la balorda menzogna quei banausi padroni di topi mercati del pelo ed ahi l’incantesimo vati filosofi suonatori di piffero ahi che erano parole vaganti adamo del ponte sguarnito ed ahi tucio del narr tu che incantavi il tuo piccolo topo

*

i lungi i zoppi i cellofanici le invenzioni dei nori germi declinati insidie di notti lunari ed ohi la morta speranza boschi squassati dal vento e la pioggia sopra i sentieri pozzanghere di essi ohi ch’era la fine ninetta un trepidare breve un breve respiro affannato e tutto tornava nell’abbandono come quando sono le proli inquiete polveri di sabbie pulviscoli di morte memorie

*

 

Da Poesie inedite (1968-1969) (Nino Aragno Editore, 2013)

Sproporzione dell’arco
più sicuro di zampa
un passero ride sul ramo

*

Io sorrido per te
non spina amore
corolla che tu mi inventi
per la tua ape e il sole

*

L’oroscopo dentro la palpebra
ognuno ha il suo dado
le partite perdute
e chi tenta i tavoli neri
stupidità sbilanciata nel dubbio
conta l’intervallo dei giorni
le notti mancate
e insegue nei libri un altro se stesso

*

Contropartita dell’acqua
la forbice sui girasoli
sospetti del fondo
la nuvola delle meduse
e tu distanziata nelle cinture
la fatica di un giorno
non gli anni liturgici
un paraclèto su ali di tortora
la dinastia delle parole
e appostarsi dietro le foglie
miopia di ore mancate
il solstizio a bruciare le orine

*

La casa e l’essenza
l’altra parete mi rimanda
figura dopo figura
l’amicizia non rivelata
scandalo e deiezione
un luogo per la pace
e l’oblio

*

Il campo umano
il vento le pietre scavate
l’insicuro essere dentro di te
non la sapienza delle piogge
tempo breve di rimozioni
e cassiopea nascosta
più ebra di luce nei ritorni
e noi si ritornava
ebri di fieno e di cicale
ed era la sapienza
tana di formica nella scorza
i canali segreti
l’inverno previsto
la tua parola è nel vento
ferma sul grande ramo
ma sbandano i quadranti di novembre
e non c’è difesa di speranza
la foglia si distacca
e non sa dove

menon-poesieinedite-aragno_600

gian-giacomo-menon
Gian Giacomo Menon

Di seguito il link per il sito di Anterem:
anteremedizioni.it/numero_89_dicembre_2014

Per saperne di più su Gian Giacomo Menon, il link del sito:
giangiacomomenon.it

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...