Alessandro Assiri, il cantore delle rivoluzioni mancate

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Jiro Yoshihara – White Line On Black (1968)

“Ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione”
(Antonio Gramsci)

Il cantore delle rivoluzioni mancate: non so se Alessandro Assiri sarà contento di questa definizione, ma leggendo e rileggendo i suoi versi mi è venuta naturale e gliela dedico con sfrontatezza, assumendomene i rischi.
Al centro del mondo assiriano c’è l’uomo deluso, il rivoluzionario sconfitto che ricorda il passato con ironia e osserva il presente con disincanto. Sono frequenti le immagini che rimandano a questo senso di sconfitta: “Ci sono i treni che potrebbero subire variazioni  / e un po’ anche noi che portiamo ritardo”, “Ci siamo tirati a sorte / come una generazione recente / di possibili rinunce / il nostro pubblico non è diverso /dal niente che ascolta”, “ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni”, “gli invertiti ruoli di essersi venduti da soli / di capire in un istante che non mi saresti d’aiuto / più di qualunque sogno demolito” . 
La rabbia di un tempo non si è affatto dissolta, ma è soltanto messa da parte: forse capiterà l’occasione buona per tirarla fuori di nuovo, forse verrà prima o poi la rivoluzione giusta che ci vedrà protagonisti e non lontani spettatori.
Scrive Assiri nella nota che introduce la sua ultima raccolta Lettere A D. (LietoColle, 2016): “Tutte le volte che mi capita di ripensare a D., sento che – a forza di aspettare – le rivoluzioni accadono sempre senza di noi; forse è per questa ragione che ho provato a fermare ‘quella’ energia vitale, perché non andasse dispersa nell’astratto delle figure che attraversano l’incompiuto del ‘mio/nostro’ tempo comune.”
Ed è così che prende forma e si dipana questa raccolta di poesie a D. (dove la lettera D rappresenta tutti i Destinatari): versi epistolari nei quali si alternano la coniugazione al presente con quella all’imperfetto, quasi a legare a filo doppio il passato con l’attualità.
In queste Lettere le stagioni si susseguono inesorabilmente: nel paesaggio quotidiano uomini e donne si incontrano, si rincorrono, si lasciano, attraversano il loro tempo  e i loro/nostri tempi.
Ci sono i sogni, le ribellioni, le sconfitte, le bandiere sventolate e ripiegate.
Ci sono le parole gridate e le poesie scritte.
Ci sono gli autori letti: “come ospite malato o come / sradicato soccombente alla Bernhard / (di cui ti vanti sempre di possedere quasi tutto)”, “e come Pound scrivevo paradiso ma non succedeva niente”, “Ti prestavo libri / travestiti da pietre che non hai mai imparato a tirare”.
Assiri celebra il dubbio del poeta (dell’uomo), che assiste alle lacerazioni del mondo chiedendosi se e fino a quando avrà ancora voglia di gridare la propria rabbia.
Diceva Charles Bukowski: “Scrivere poesie non è difficile, è difficile viverle.”
E se fosse questa la vera rivoluzione che ci aspetta?

 

Da Lo sciancato e Caterina (Edizioni CFR, 2014)

per una poesia espropriabile, ma non ancora per molto

La verità è l’esilio di un soggetto travestito
del mondo per cui vorrei essere vertigine.

Ci sono i treni che potrebbero subire variazioni
e un po’ anche noi che portiamo ritardo
ci allontaniamo dalla linea gialla per seguirne subito un’altra
ma è vietato attraversare i binari
aprire le porte prima che il treno sia completamente fermo
c’è il lato passeggero e il personale autorizzato
Vado a Cervia via Ravenna fermo in tutte le stazioni eccetto Cotignola

Accondiscendo alla discesa
prima classe in testa al treno.

Bruciavi e lettere
delle scritture non doveva restare che il battito.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

poesia dello tsunami a rischio parte 2 la città fraintende

Mia madre con gli scarti ci faceva le polpette
presenze inquietanti delle sillogi sul cibo.
Ogni polpetta è una struttura inadeguata di un riciclo
il tentativo di ripristinare una parola crollata
una forma letteraria disorientata dal sugo.

Ci siamo tirati a sorte
come una generazione recente
di possibili rinunce
il nostro pubblico non è diverso
dal niente che ascolta.

Panorama irregolare del prozac
quante colpe in compagnia.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Da Lettere A.D. (LietoColle, 2016)

A. D. Che gioca con le biglie

in fondo mi accudisci un mondo che sarebbe piaciuto
a uno qualunque dei tuoi cani
nutrivi il mio piacere in modo articolato
con bocconi e carezze mi sfamavi
da un angolo con una ciotola di avanzi di te.
Travestivi da aiuto le occasioni mancate e credo sia questo
che non ti ho mai perdonato
che ho sentito più grave dell’abbandono della casa
di sabbia e di fogli.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A. D. Che sovrappone le caviglie

ascoltavo il nostro silenzio
il rumore dei gesti ripetuti e della tua stanchezza
ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni
lo sciogliersi lento della schiuma della birra.
Ti guardavo bellissimo e falso
zona mediana del grigio
fingevi argomenti e diventavi aggressivo acchiappando
un pensiero di carne e di pelle.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A D. Che somiglia a un re

per un momento lungo mi sei sembrato il risarcimento
di un universo negato
costruivamo mondi e figure atlanti e portolani
valanghe di luoghi e cartoline dove è più difficile ripetere cieli
che inventare mari dove quattro fogli sparsi possono regalare
un attimo perfetto invece di questa casa di ninnoli e forfora.
Forse eravamo solo vigilia di un malinconico Natale
o tutti gli anni ad arrivare anneriti proprio dietro la curva.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A. D. Che non mette zucchero nel the

ti utilizzavo ancora nel reiterarsi dell’insonnia
nascosto neanche bene dentro qualche verso
nelle stronzate di facile ironia che accompagnano sovente gli aperitivi delle sei.
Lottavo ancora con i tuoi esempi che ritenevi illuminanti
coi talloni d’Achille sempre pronti
e come Pound scrivevo paradiso ma non succedeva niente
e continuavo ad amarti adagio nella suola delle clarks
che dava ancora ai passi quell’aria militante di rivoluzionario da strapazzo.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

A D. Che si azzuffa facilmente

nei nostri giorni di ematomi di mandibole e morsi
di colpi di stivale
gambe allargate facce al muro e mani alzate
con la gola arsa dalle parole della resa
gli invertiti ruoli di essersi venduti da soli
di capire in un istante che non mi saresti d’aiuto
più di qualunque sogno demolito.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

Alessandro Assiri, nato a Bologna nel 1962, vive e lavora tra Trento e Parigi dove si occupa a vario titolo di letteratura e promozione culturale, collaborando con riviste sia cartacee che telematiche. Scrive da anni opere in versi. Tra le sue pubblicazioni: La stanza delle poche righe (Manni Editore), Cronache della città parallela, Poemetto in versi insieme a Serse Cardellini (Thauma Edizioni), In tempi ormai vicini (CFR Edizioni), Lo sciancato e Caterina (CFR Edizioni), Lettere A.D. (LietoColle).

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Alessandro Assiri

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