Emilia Barbato, poetica e impoetica

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 Enea Roversi – Senza titolo (collage formato cartolina)

Il tempo che precede la lacerazione
è una bestia docile che tira
fuori la lingua in un inverno minore
(da Inverno minore, di Emilia Barbato)

Nei versi di Emilia Barbato ricorrono spesso immagini che richiamano la natura: fiori, piante, frutti. A volte sono soltanto particolari: germogli, bulbi, gemme, muffe, tralci, quasi ad indicare un’osservazione da vicino della natura stessa.Una poesia come macrofotografia, attraverso la quale si guarda e ci si guarda dentro.
Uno dei testi qui pubblicati si intitola Impoetica ed è come una dichiarazione gridata, con versi decisi, affilati: io voglio – una morsa e un fuoco / il rigore di un assedio / un segno.
Sta in questi versi, a mio parere, la sintesi della poetica di Emilia Barbato: dopo l’osservazione si passa al sezionamento. Si passano in esame le cose della vita, con il proprio corollario di emozioni ed ecco apparire il dolore, la rabbia, ma anche la dolcezza e il disincanto.
Emilia Barbato parteciperà al reading Bande à part, che si terrà sabato 21 maggio 2016 dalle ore 18 in poi presso Cortile Café, Via Nazario Sauro 24/A, Bologna, nell’ambito del festival letterario Bologna in Lettere 2016.

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971, laureata in Economia. Ha pubblicato le raccolte di poesia Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011), Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014) e diverse antologie con Fusibilialibri, Ursini, Aletti, Fondazione Mario Luzi Editore. Di imminente uscita la raccolta Capogatto (Puntoacapo Editrice).

impoetica

Raffila lavori e parole,
pareggia dissonanze,
asseconda il bisogno
esatto di silenzio.
– le ripetizioni sono
fenomeni di erosione
che spianano il cuore-
difetti di punzone,
un’incisione seria vuole-
io voglio-una morsa e un fuoco,
il rigore di un assedio,
un segno.

 

centrale

Osserva lo stato delle cose,
le disparità con cui la forza rompe
la quiete trasformando
la resistenza in moto, risospinge
l’uomo nell’onda d’urto,
è appena percettibile il tonfo
di un corpo quanto
udibile l’azione
robusta dei pettorali di un piccione,
lo stato di grazia è un balzo,
raggiunge altezze ragguardevoli
e precipizi di contraddizione –
un corpo cade, uno vola.

 

pupa

Non alterare lo stato di quiescenza
della pupa, la stasi, l’aria calda
dell’occhio, la regione
quasi calma del ciclone,
la farfalla, le cui ali penzolavano,
espande liberandosi
dal bozzolo e in uno stadio muore,
nell’altro, improvvisa, vola.

esercizio

Affondi i denti nella polpa farinosa della mela,
la buccia liscia, lucida, si stacca, cede al morso
succoso della tua bocca, sorridi,
vivo nell’istante che ha l’odore intenso e breve del mare
e con l’umore mutevole di un eroe mi posizioni
la mutilata rotondità del frutto sulla testa
e accordi con un occhio la morte
con l’altro la precisione della balestra.

 

Inverno minore

Il tempo che precede la lacerazione
è una bestia docile che tira
fuori la lingua in un inverno minore,
il fiato corto dei minuti condensa,
schiuma paure, il cuore
non devi praticarlo,
ha sentieri irrimediabili,
carichi di mine.

 

Un piccolo terremoto, un nido

Vedi, fatti bulbo,
contieni
luce e immagini, mondi,
un piccolo terremoto, un nido.

Fatti minutissima,
una viola,
racchiudi risonanze, il timbro
intenso del silenzio.

 

in sintesi

Minima e duttile,
ogni naufragio porta con sé
lo stato di grazia necessario
per una sottrazione,
la misura esatta di una proporzione, un enunciato,
“io sto a me come il caos sta al determinismo”
seguono empirici esercizi di funambolismo, miracolosi
equilibrismi tra tetti soleggiati e carogne di piccioni.

 

Maggio

settimana 1

Per convincerti, dispiega, tra rondoni
e papaveri, tredici miti settimane,
assiepati alle spighe d’orzo,
ai silenzi dei ruderi, misura
la produttività delle tue erbe
selvatiche, le tue farine mancate,
le semine e i concimi che hai omesso,
che loro avrebbero voluto.

settimana 2

Nelle acque del tempo diluisci questi pigmenti
finemente macinati, i minuti, le ore,
i giorni inoperosi, disegna
un paesaggio di brume,
cristalli opachi di galaverna,
che sia trasparente
l’urlo di queste tredici apparenti primavere,
risolvi quest’impressione di inattualità.

settimana 3

Spargi spore sulla pietra dura,
fanne giardini, perché diventino
paesaggi ideali in miniatura,
tredici isole perfette di tempo,
contempla nella totale incapacità di cogliere
il reale, lasciati percorrere dalla dolcezza
ineffabile di maggio, dalle sue arie miti,
dalla sua tenera tristezza.

settimana 4

Prendi una fitta infiorescenza,
il suo colore pallido, un profumo intenso
nel giardino segreto di tre fanciulle,
figlie della notte, produci,
da tredici coroncine fertili,
un distillato lenitivo, un olio essenziale,
calma la confusione dei pensieri,
i disturbi d’ansia, la paura delle spose.

settimana 5

Dimentica l’esuberanza con cui i pendii
si aprono a maggio, le cime sempreverdi delle querce,
allontanati dalle spine dei prugnoli,
dall’aquilegia che fa elegante
e misterioso il sottobosco,
perdi la lentezza delle tredici gocce di veleno
nei passi, i salti cristallini delle sorgenti
da cui imbarchi acque, il tempo che ti è appartenuto.

snodo–otto settimane

Quale greto manderà a memoria
il ricordo delle acque, i profili, le portate,
su quale sponda
i miei occhi ricominceranno a scorrere
come fiumi sui ciottoli,
di quale pianura traccerò
le anse, la pericolosità
di un nuovo meandro,
sei vecchio o saggio quando
i colpi che dovrebbero piegare
insegnano bellezza,
quando desideri restituirti ai luoghi.

FOTO EMILIA BARBATO
Emilia Barbato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 pensieri su “Emilia Barbato, poetica e impoetica

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