Chiara Baldini, poesia e alchimia

Joseph Wright - L'alchimista in cerca della pietra filosofale (1771)
Joseph Wright – L’alchimista in cerca della pietra filosofale (1771)

“Volevo far l’artista, e invece, senz’accorgermi, divenni un’alchimista”.
Per presentarsi, Chiara ama questo verso di Alberto Cavaliere, tratto da “Chimica in versi (Rime distillate)”.
Chiara Baldini, in una nota scritta per una recente lettura tenutasi a Bologna, si presenta così e racconta la propria evoluzione che l’ha portata a scrivere poesie.
La bambina che ama la pittura e la musica, l’adolescente che sposta la sua attenzione sulle scienze, la ragazza che dopo il liceo si iscrive a Chimica.
Eccola, di nuovo, la chimica: nei suoi versi ce n’è assai, distillata con abilità. Ci sono riferimenti a luoghi, persone, oggetti, tenuti insieme dal filo del ricordo. Leggendo le sue poesie ho a volte l’impressione di salire lungo una scala a chiocciola, che porta magari ad una soffitta piene di cose vere e di cose immaginate.
Dice ancora di sé Chiara:
Crede nel potere curativo della parola, e la poesia è il suo modo per abbandonare il peso. Crede nella poesia come atto sociale, come forma non solo di espressione ma anche di ritrovo. In questo, ha trovato una buona casa nel Gruppo 77.
Alcune poesie tratte dalle sue prime due sillogi sono comparse su diverse riviste, sia cartacee che in rete, e hanno ricevuto menzioni ad alcuni premi nazionali.
Non c’è ancora una pubblicazione tutta sua, ma non ha fretta. Come bambina, non si cura del tempo, come chimico, si arma di pazienza.”
Per adesso, possiamo trovare qualcosa di lei sul suo sito http://www.chiarabi.it.
Da segnalare l’antologia “Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi” , a cura di Laura Liberale, Ratio & Revelatio Editore, in cui Chiara Baldini è presente insieme ad altri 22 autori.
Ecco di seguito alcune poesie di Chiara Baldini:

 

Quattro

Sono tutta intagliata in me stessa.
Dentro. In quattro piccole me stessa
bamboline fatte a fagiolo e lacca
primaria per quelle poche pupille.

Una eretta lavora a goniometro
acuta-ottusa, ma sempre precisa.
Una si spettina coi polpastrelli
timidi e ne gode, priva d’appretto.

Una fa del suo cubico essere
familiare un solo dado rullato.
Una – la lucciola – è ciò che coccolo
corpo tondo in palmo, il mio gheriglio.

Lei è ragione su carta a quadretti
l’altra è venticello salvifico.
Lei è geometria matriarcale
l’altra quasi giù dal ventre m’è figlia.

 

 

Tu non sai papà

Tu non sai papà.
Non l’ho mai schiuso
dalle labbra in perché io
faccio la farfallina come tu mi dici
curioso a guardarmi riempire l’aria
del tinello tiepida di pipa e legno.
Non l’ho mai spremuto
al di là dei pori ma era
dolore adulto nel corpo baccello.
Fitta d’essere compressa, pastiglia
tonta e rotonda. Forse, crescerò.
Non l’ho mai schiuso
dalle labbra il perché ma
sapevi prima, guardandomi le lune
di me tanta la pena e la pazienza
Fitta d’essere compressa, pastiglia
tonta e rotonda. Si farà, la donna.
Pena e pazienza per l’avvento
e l’avventore che di me vorrà
farsi come io di te son fatta
e tu in fondo di me.

 

Brucomela

È successo oggi, di corvée a Torino
(città che poi non ha del nostro)
che il Brucomela girando al Valentino
mi sia passato addosso, nel ricordo
di quell’altro sulla passeggiata estense
tra la gramigna e i papaveri assolati
che in testa mi scampanellano sempre
a Primavera. E con Lei di noi il ricordo.
È successo oggi: pensare a quanto fosse
forte in corpo il caldo. Io bozzolo, tu gigante.
È successo oggi: provare solo un attimo
la mancanza (prova, forse, di quel male
che scongiuro ancora) e destarmi nell’ora
dove siamo invertiti. Io gigante e tu bambino.

E sapere che la pena è tanta come
per il corpo che da più in alto cade.

 

Scafetta*
(per Elena)

Mi mandi a chiamare da un ranocchia
di pezza che ammicca, anima stretta
tra letto e pigiama. Pare di pizzo
il tuo corpo – farfalla, nel mio petto
le ali. O forse è l’aria d’agosto
che spazza gli scuri e s’intaglia tra noi.

Di ombra e di raggio il tuo sorriso:
Madonna d’amore – olio su tela
pur senza cornice. Preziosa di te
stessa sei, come non mai, come sempre.
Come quel giorno in navata, del figlio
tuo festa – conferma, di chi credeva

e non sapeva: quando la forbice
chiude la bocca, la fede si gela.
Così qui non fiata l’estate. Ora
che m’inginocchio davanti una croce
fatta di un materasso e di te. Bella,
come quel giorno in navata. Tu mi hai

di bene segnata, madri le dita:
scafetta – la chiami – sulla mia guancia.
“Posso?” – mi chiedi – ed io da te pendo:
mela. Tu, albero immenso. Poi dici
“Sei carina” (i tuoi zigomi sinceri).
Lo sono rimasta d’allora ad oggi

ché musica, cibo, strada, andarmene
dalla nostra città è stato il passo
del pomo che cade quando è maturo.
Ma io che vivo di “avrei” oggi brucio:
averti avuta solo di voce in filo.
M’avessero detto prima, in atto

quanto tempo qualificato, a te
adatto … Potrei recuperarlo se
riavvolgessi tutto in un rocchetto.
Così, quasi un gioco. Dirti scusa
e ricominciare. Restando, anche
se sempre ci sono stata, laddove

si sta quando s’ama. Ognuno di noi
ha una nicchia sicura a cui tornare
col senno nel male. Conservo la mia
sulla pelle – fossetta: è dove tu
m’hai accolta (la chiamavi scafetta),
figliata. Qui resti. Col mio sorriso.

* In dialetto romano la “scafetta” è il pizzicotto sulla guancia che si dà con tono simpatico, ad esempio ai bambini.

 

Rimmel

La notte è olio di ricino
e la solitudine mi brucia l’esofago
se mastico coperte con le unghie
puttanelle bordeaux
o rigo di rimmel la guancia del clown.
Tu-non-più.
E nelle narici il mio filtrato dice
che mai posso ancora essere un sarò.

 

Luna

Luna emivolto lugubre
con quel tondo stupore
di bambola gonfiabile
di donna messa in parte
a mio rispecchio fatta
per smozzicar la sorte.
Perché ti ostini allora
a zoppicarmi in faccia
sul manto della sera?
Lo vedi son io stolta
condensa che t’appanna
coprendo la ribalta.
Accetta dunque il pianto:
per una volta tua.

Enea Roversi - Cartolina poetica n.16 (2014)
Enea Roversi – Cartolina poetica n.16 (2014)

 

 

 

 

 

 

 

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