RISCOPERTE: GIULIO TRASANNA

Giuseppe Zigaina - Ritorno dai campi (1953)
Giuseppe Zigaina – Ritorno dai campi (1953)

Giulio Trasanna nacque nel 1905 a Wattwill, in Svizzera; cresciuto a Udine, fu da giovane un campione di pugilato, attività con la quale per qualche tempo riuscì a mantenersi.

Visse a Milano, dove coltivò amicizie con pittori e scrittori e fu collaboratore de Il Giorno e dove morì, nel 1962.

Di lui e della sua scrittura, restano solo poche tracce sparse.

Non fece in tempo a realizzare i progetti che aveva in mente: la sua opera è un’incompiuta, segno della lacerazione e dell’incertezza che hanno caratterizzato la sua esistenza.

Come dice infatti Franco Loi, che curò nel 1991 per Mondadori la pubblicazione di Una camera di legno dolce «la fine l’ha colto senza compiere: lo stesso senso di precarietà e di non-finito che è stata la sua vita, il romanzo, la sua poesia, il teatro che non è mai riuscito a portare in scena».

Annate fu la sua prima raccolta di poesie, pubblicata nel 1937.

Un’altra raccolta, Pamphlet, fu pubblicata postuma e nel 2006 anni sono stati ripubblicati alcuni testi teatrali ed alcune poesie, raccolti in un volume dal titolo Quattro pali per San Sebastiano, edito dal Circolo Culturale Menocchio di Montereale Valcellina.

Rare le fonti a cui poter attingere notizie su Trasanna: tra queste l’articolo Trasanna, pugile e scrittore disperato, di Mario Turello (Messaggero Veneto, 12 novembre 2006)

Ho ritrovato alcuni testi di Trasanna all’interno di una vecchia e ingiallita copia dell’antologia Poesie e realtà ’45-’75- Secondo volume, a cura di Giancarlo Majorino, pubblicata nel 1977 da Savelli nella collana Il pane e le rose.

I testi sono tratti dalla già citata raccolta Pamphlet; mi auguro che possa essere un piccolo contributo alla riscoperta di un autore per troppo tempo dimenticato.

RIPOSO

 

Squadre operaie con pale larghe

sollevano insieme il giorno le baracche,

riparo al sonno e alle minestre,

dove i faggi scaldano caldiere

di brodo e di bitume,

le sere calano come portoni chiusi,

gli operai sui sacchi di paglia

sollevano l’arco del petto,

le costole tornano da basso,

va, torna, questa marea del riposo.

* * *

EPIGRAFE

 

Quando il fuoco urtava i monti

le nebbie tenevano i respiri delle armate,

i reggimenti si facevano pietre.

Così rimanevano centomila soldati,

con mani magre aprivano campi veneti

chiudendo morte fanterie

come fredde bandiere

coperte di legni.

* * *

 

SICCITA’


Luna di gesso vaga alta rocciosa

sul polveroso Tagliamento;

le mandrie levano corna

e sparpagliano canne di granoturco

tra concimi e sassaie.

 

Ora contadine celtiche

dimenticati i militari defunti

tra cornici in cucine azzurre,

scalze, colle falci ai magreis

tra torrenti barbarici

camminano dove la gramigna

brucia come intrichi di ferro.

 

Sui muri massicci del Veliki Krib

s’ammucchiano gli ossami dei vostri parenti,

dopo i pini rosa della Sava

sotto coltri ucraine mais camomilla

dormono i giovani sposi.

 

Sui magreis dove i fogliami

sventolano l’arresa,

le mammelle delle giornaliere

come dolci campane scure

dondano fuori sottane ai lampi delle lame

“Pane – falciano caparbie,

– dateci oggi pane”.

* * *

ISCRIZIONI

 

2.

Come un giornale bagnato

il lenzuolo ti tiene,

guance sfossate,

occhi scodelline da gioco,

e vedo la tua dentiera

mordere la sigaretta Nazionale

dal tabacco indistruttibile.

 

Perché affonderai nel tempo

senza misura d’anni, fratello,

la bocca interrata, Vienna

Vienna, mugolando la sera

sogno di gioventù.

* * *

FRAMMENTI

4.

Mi torna il nome di una ragazza

fuggita al di là dalle onde pacifiche,

verso Assuncion.

 

Saliva la luna d’agosto

tra i fusti delle pannocchie,

io legavo la tua treccia

al mio dito,

una tromba chiedeva silenzio

alle caserme di cavalleria.

 

Oh, cicala, oh, torcia, oh, cielo,

io scolo un cognac sotto il tuo ciglio,

figlia, cicuta mia.

* * *

INNO DI LODE

 

Nero il mondo nero il mare

il ventre nero delle madri che ci fecero,

nere le pietre che ci disfecero,

i padri neri e nero il padre che ci chiamò

nel ventre, il mare tuona

nei fondali schiume dei nostri amori,

neri non vedete i nostri passi?

Le lingue aprono le dolci lingue:

amore per voi, gettiamo avanti

amore per voi.

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