Silvia Secco – Otto Poesie

Immagine

Emilio Vedova – Cosiddetti carnevali ’77-’83 n.24 – Assemblage, pittura su carta

Silvia Secco

Otto Poesie

 

I.

Avrei scommesso sarebbe arrivata.

C’era odore d’erba

appena tagliata

nell’aria. In folata. E scie di rondini

in volata. Era lei:

litania del verso,

un grano fra le dita/perla/pepita…

Sgra-na-ta. Aveomaria

pian piano invocata,

la spina nella mano e giusto un pianto

un vagito. Era lei,

l’ho sentita: Anita,

che suona una foglia a doglia finita

e il suono si rima

alla vita e al nome

come se il soffio quietasse il bruciore.

II.

Non ha la mia età abito bianco

gigli di campo per la chiesa

la spesa del Sabato, attesa

del domani. (Mi tieni le mani tu?

Sono nude. Bucate. Vuote.)

Non ha figli la mia età, non ha

pareti ne’ porte. Qualcuno

è entrato nella notte. L’oro

era nello scrigno. L’han portato via:

l’oro, il lavoro, sogno, fede.

In balia della frode non ha

scuse la mia età: sonnecchiava…

Al festare astuto dei giostrai

s’è distratta. Non gener’azione ormai,

genera soste.  Soprassiede.

Ha riempito i fogli di neve.

Quaderni e quaderni di niente.

Li disferà il solleone o il viavai

dei coetanei. (Al mattino il vuoto in bocca.)

L’età nella bolla. L’inutilità.

III.

Santa distanza. Salvifica strada

il salto, la di-men-ti-can-za. Falsa

speranza finalmente denudata

riapparsa. Verità ora cruda e Santa.

Santa bambina. Scabrosa rovina

rimossa, tolta, mai stata, negata.

Compostamente spostata (murata)

al sicuro (ma ne fiorisce il muro,

il salso. Ammuffisce, riaffiora, macchia,

piaga, spiga, spina, ostia, rosa). Santa

muta omertà che nessuno indovina

santamente. Santa l’altrui cecità.

Santa altalena. Conchiglia di pena,

luogo, cancrena, sgomento, impurità.

Santo-Santissimo comandamento.

Undicesimo: tacere. Far finta

di niente. Santo il tormento presente.

Ora. Consapevolmente: “Solo lei?

E altri mai? Prima? Dopo? Accadrà? Sarà

accaduto?” Santa furia. Impotenza.

Santa pazienza. Perduto perdono.

La Violainfanzia (non colta, violata)

eppure sbocciata. Sopravvivenza.

Santa la sorte che l’Orco coglierà.

Al letto di morte. Santa coscienza.

IV.

“Forse del vero

Esiste un punto dove il sogno passa

Al nostro cielo, nudo di mistero”

(A. Caramella, Scissura Sagittale da Murales Lunares)

Sale. Il giorno scioglie i nodi ai capelli

ai tuoi rosari, Iris. Di-sfà i cristalli

sgela a saliva e ti ci bagni il dito.

Lo porti alle labbra e bevi. E’ piovuto

ieri. E’ nato tuo figlio. Ha un diamante

a fine del ciglio. E dentro un istante

di perfetta compassione. Un tutt’uno

(a pelle a pelle a ventre a labbra a seno),

d’unione. Come se rive, brandelli,

derive… Se avessero soluzione

in un punto, un ponte arca-arcobaleno

d’assoluzione che è lì! Nel compiuto

e primo nominarsi d’occhi e tocchi

latte e sale a solvere il male. In niente.

V.

“Lenta l’armonia dei grilli

tenta i cieli opachi”

(N. Gelamonte, “Notte Estiva”da Vento dell’Orsa)

 

Sublime la speranza dei soffioni

nelle eroiche dispersioni dei semi

sui campi, i lampi semantici estremi

di lucciole al bivio / delle opinioni

derise dai bravi (gli ignavi) e assenti.

Sublimi i perdenti in partenza. Eppure

partiti, l’audacia delle radure

nel folto, i vuoti inattesi-insolenti

di memoria, il maltolto: da aquiloni

a dito (il filo sfinito che stenti

a vedere ma tieni), le abrasioni

sulle mani (ci entra il mondo) che tremi:

paure per cui ti sublimi, fessure,

fondo. Lì germina il grano. In diademi.

VI.

“Il sonno pacifico delle alghe”

(A. Merini)

Tu sia il benvenuto , principio

del giorno. Germoglio, bambino.

Puntino di biro nel seno,

un pieno in un cavo di mano.

Un pulsare segreto e intorno

il mare: respiro di alghe al fondo,

(somiglia al respiro del sonno)

riposo. La buona stagione

attesa. Bolla di sapone…

E la previsione del tempo

e il significato del nome

e almeno un timore, e una voglia

(al dato finale di storia).

Rossore, scompiglio, occhiolino.

Che sia il caporiga e il seguente.

La nota dileguadolore.

VII.

Almaluce,

Al tuo nome sognato

Che ancora era inverno.

Gheriglio di noce, segreto

Giardino: si tace di te, adorata.

Che ancora era estate

E sei nata, oro dal grano,

Mosto già al naso e neri

Gli acini, capelli e pensieri.

E ogni cosa al suo

Posto e la conta delle dita

E tutto un lunghissimo ieri

Ed ora il presente.

Come prima più niente

Come fino al tuo nome, l’Oriente

Negli occhi, dove l’alba schiude

Calma, e sporpora e scuce.

Almaluce.

VIII.

Esco. Nella notte

mi scopro. Mi spoglio.

E lei è mia sorella

sonnambula e scalza.

Si avanza raminghe,

vicine. Sul limo

ingordo del mondo:

un passo e un affondo,

mi incaglio, m’infango

i piedi. Mi sveglio.

Ed ho mani vuote.

Ed ho braccia vuote.

Ed ho labbra secche.

Ed ho ventre vuoto.

Nel vuoto dell’assenza

contemplo un niente tra le mani:

il tuo belniente abbandonato

al punto di partenza.

Pazienza. Allargo i palmi.

Lo lascio cadere giù.

Inspiro e soffio:

niente più.

Silvia Secco

Nata nell’Alto Vicentino nel 1978, dove risiede la sua famiglia, dopo la maturità si trasferisce a Bologna dove tutt’ora risiede. Ha una formazione artistica e letteraria. Alcune delle sue poesie in italiano ed in dialetto vicentino, non ancora edite, sono pubblicate in rete ed alcune sono state segnalate in diversi concorsi nazionali, tra i quali il Premio Iris di Firenze, il Premio Renato Fucini, il Premio Tapirulan Poesia, ed il Premio Vigonza.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...