I 90 anni di Andrea Zanzotto

Compiere 90 anni è un grande traguardo.  Andrea Zanzotto, uno dei maggiori poeti italiani del ‘900, raggiunge oggi questo traguardo, essendo nato il 10 ottobre 1921 a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso. Non so se a lui, personaggio schivo e silenzioso, farebbe piacere sentirsi chiamare Maestro. Se avessi l’occasione di trovarmelo davanti, io azzarderei comunque un “Tanti auguri, Maestro!”

Alcuni versi di Andrea Zanzotto:

ESISTERE PSICHICAMENTE

Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
– soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli –
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu primavera non luglio non autunno ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia. Chiarore acido che tessi
i bruciori d’inferno
degli atomi e il conato

torbido d’alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.

(da Vocativo)

ELEGIA

Pullula invano la sera di dolente
verde e di tardi monti,
la tua terra si vela di amori profondi,
fiumi e vallate divengono memoria;
sta la mia sorte con te, con la tua
che già di grigie note punge i capelli stanchi,
e fervono i pianeti dal colore d’arancio
oltre mozze rovine pei cieli invernali,
celebra il vuoto dei cortili scoperti
le ardue nozze delle colonne e dei colli.
Questo è il talamo tuo che precorre la selva
quello è il vitreo giaciglio delle brina,
e Vespero, natura umana,
e una stella di pace e di volontà buona
tocca i primi terrori, soggiace
alla fosca vigilia che in sé già ci distrae.

Tu stai, né più cura hai dell’umile
palpito ovino che ha la tua strada
se da notte a notte la guardi languire,
la tua nuca non cura
me e l’oriente ove vibra
l’illusorio vigore del frumento;
le tue spalle cui preme l’oblio
la tua mente che infrange altra legge
già da tanto giacquero, e trema e s’abbassa
l’oro natalizio della stella
di Vespero tra i capelli
tuoi che nota furtiva la morte.

Non puoi dirmi la ruvida pioggia
che di sé ci stordiva
e che improvvisi spazi e primavere
ci rovesciò vive negli occhi,
non puoi dirmi la grandine fresca
che in fuga volò dalla nube
a pettinare paesi frettolosi,
né l’erba grande nei giardini
né i grandi pomi dell’agosto,
nulla puoi dirmi nulla so nulla vedo;
ma di quel cibo ora il seme perduto
lungo cieche ansie notturne ricerco
nel campo dissestato e le ore anno e nera
sarà più l’alba che i grumi dei monti,
l’alba nera con acide palpebre
ci secernerà nella valle del mondo.

E da ghiacci orgogliosi a iride levando
Spoglierà il vento le nari,
le viscere stente, la tosse,
e tra poco lo stretto petroso
focolare che ignora la fiamma
rabbrividirà di lumache e id crete
cerule all’orlo della solitudine,
gemerà di stanchezza la campana
che offesa trapela dal cielo,
l’iride irrisa tremerà
tremerà nell’inverno
su chine e chine avide di paesi.

Ho coinvolto sole e luna nella mia sorte,
ho seguito le aperte promesse dei fiori
e la stagione che tutto presume, la bocca
rossa, gli occhi e il profilo che stimola e schiara
il mutevole margine delle radure
ed il pesco boschivo,
ho seguito la tua
piccola casa dall’ombra
riconosciuta familiare
anche tra i denti raggianti impetuosi
delle estati che saranno,
tra i pensieri implacati
tra le moltitudini e i giorni. Ma stanche
ora le mani sul parapetto a luci
di logge s’esalano, inverno
senza requie logora presagi
e moti d’alberi tristi lungi affila.

(da Elegia e altri versi)

COLLOQUIO

«Ora il sereno è ritornato le campane suonano
Per il vespero ed io le ascolto con grande dolcezza.
Gli uccelli cantano festosi nel cielo perché? Tra poco
è primavera i prati meteranno il suo manto verde, ed io come un fiore appasito guardo tutte queste meraviglie»
SCRITTO SU UN MURO DI CAMPAGNA

Per il deluso autunno,
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d’acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno
sola sarai in che duri il letargo
o s’ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri

inebetì nel muro.

(da Vocativo)

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