6,6,6

Il diavolo non c’entra nulla, o forse c’entra moltissimo. Ieri era il giorno 6 di giugno, il 6/6  e ci sono stati 6 morti per incidenti sul lavoro. Per trovare la notizia bisogna scavare nei siti del web, così come si scava nei siti archeologici alla ricerca di reperti di civiltà remote. Cercare sull’informazione mainstream è inutile: il vertice di Arcore, le liti a sinistra, il divorzio di Santoro dalla Rai e il nuovo scandalo scommesse del calcio hanno tolto spazio all’ennesima tragedia del lavoro. Dei sei uomini morti, la metà era di nazionalità romena.  Cinque erano operai, uno faceva il pescatore. Uno è precipitato dal tetto di un capannone vicino a Latina, due lavoravano alla manutenzione di un pozzo nero a Vipiteno, uno è rimasto folgorato per aver urtato i fili dell’alta tensione con l’autogru che guidava, in provincia de L’Aquila, il quinto è stato travolto da un camion che stava riparando, a Marina di Carrara. Nel mare di Chioggia invece la sesta vittima: un pescatore rimasto intrappolato nel peschereccio che stava affondando. Come quasi sempre accade in questi casi, la scarna cronaca riporta che le circostanze sono ancora da chiarire. Ed ogni volta si aggiorna il conto, si aggiungono parole di indignazione, si dice: ora basta! Ma la conta continua, tragicamente inesorabile. L’indignazione e la rabbia  non bastano più: ormai è evidente. Qualcosa deve veramente cambiare nella società del lavoro e cambierà quando finalmente l’essere umano tornerà a contare qualcosa.

 

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