Camilleri e la poesia

Lo scorso 30 aprile, su Raitre, è andata in onda una puntata speciale di Che tempo che fa interamente dedicata ad Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano, intervistato da Fabio Fazio nella propria abitazione, ha raccontato di sé e della propria scrittura. Parlando dei suoi esordi, ha ricordato che tuttora  l’emozione più grande per lui  rimane quella provata quando scoprì che alcuni suoi testi erano stati pubblicati sulla rivista Mercurio, diretta da Alba De Céspedes.

Racconta Camilleri:

“Questa è la rivista importantissima del dopoguerra Mercurio: la dirigeva Alba De Céspedes. Questa è del maggio 1945. Dalla Sicilia mandavo poesie a tutti. Un giorno ero venuto a Roma, ero in Via Veneto e vidi che nelle edicole era esposto il nuovo numero di Mercurio. Cominciai a leggere i nomi importantissimi che c’erano: Carlo Sforza, Corrado Alvaro, Ignazio Silone, Natalia Ginzburg, poi c’era il mio nome, Camilleri. Beh, mi sentii stroncare le gambe. Mi sedetti, lì vicino c’era il Café De Paris o qualcosa di simile. Venne il cameriere e disse: ‘Si sta sentendo male?’ ‘Sì, dissi. Mi porti un cognac.’ E sono rimasto un quarto d’ora a guardare questa rivista e dicevo: no, è un’omonimia. Poi mi sono deciso che invece ero io e la comprai.

Camilleri descrive così la sua poesia:

“E’ una poesia che ha un solo pregio. Non è come eravamo tutti allora, montaliana, non lo è per niente. È una poesia che scrissi a 19 anni, infatti l’unica cosa che sanno di me è: Andrea Camilleri, nato a Fonte Bello il 6 settembre del 1925. Si chiama ‘Solo per noi’ e risente del clima della guerra.”

Quindi lo scrittore siciliano recita la sua poesia:

Solo per noi

 Un giorno si alzeranno neri morti

dalle case bruciate

che il vento ancora sgretola

e avranno occhi per noi.

Nessuno parlerà, mute labbra

daranno la condanna

ai nostri volti

e intorno sarà notte.

Dove arse la terra ai nostri passi

e fu fango di lacrime e sangue

è ancora lutto e grida.

Ancora spine e sassi, solo per noi.

 

Fabio Fazio chiede poi a Camilleri se in quel periodo, a guerra appena finita, avesse già idea di diventare scrittore ed egli così risponde:

“Non avevo idea di diventare uno scrittore. Volevo diventare un poeta, mai uno scrittore. Pensavo alla poesia in quanto tale: la poesia è femmina di per sé. In quel periodo ebbi delle belle soddisfazioni. Ungaretti mi mise in una sua antologia di giovani poeti, poi ci fu un episodio straordinario che forse ho già raccontato: quello del Premio Lugano, dove concorsi nel 1947 con un gruppo di poesie. Dopo cinque mesi mi mandarono un fogliettino di carta. La giuria era presieduta da Gianfranco Contini e poi c’erano Carlo Bo, Giansiro Ferrata insomma un po’ di questi nometti. È singolare quel foglietto: contiene 25 nomi in cui c’era tutta la letteratura a venire dell’Italia che verrà. Siamo i finalisti del Premio: Pier Paolo Pasolini, Danilo Dolci, Andrea Zanzotto, Padre David Maria Turoldo. Impressionante, io scompaio, loro vanno avanti. Io anni dopo, faticosamente, arrancando, li raggiungo.”

 

A questo punto Fazio domanda: “La poesia è un mezzo di comunicazione scomparso?”

E Camilleri risponde:

“No, è come un fiume carsico, quelli che scompaiono e poi ricompaiono un po’ più a valle. Invece credo che ci sia una grandissima diffusione della poesia oggi. Cioè: la poesia non è sacra, diceva Eluard, ma è alla portata di tutti. Allora tanti ‘tutti’ poverelli non pubblicheranno mai la loro poesia, in altri tempi non sarebbero mai stati conosciuti. Oggi con Internet per fortuna…credo che la soddisfazione al di là del valore, a prescindere dal valore della poesia, del sentimento poetico di una persona che venga conosciuto anche dagli altri, beh, credo che sia importante.”

 

Soltanto alcune considerazioni: dalle parole di Andrea Camilleri traspaiono umanità e semplicità: la semplicità tipica dei grandi, intendiamoci. Lui, scrittore amato e venerato, tradotto in ben 35 lingue, riconosce anche all’ultimo dei poeti il diritto di poter pubblicare i propri versi e di vivere la soddisfazione di vederli riconosciuti e condivisi da altri. Chapeau.

La simpatia e l’umanità di Camilleri lo fanno apparire lontano anni luce da certi piccoli uomini che si credono grandi, forti solo della loro stronzaggine (mi si perdoni la licenza poetica) con la quale pontificano dall’alto del loro piedistallo su cui si sono issati da soli.

E a costoro verrebbe da dire, alla maniera di Montalbano: non mi rompere i cabbasisi.

 

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