Il linguaggio del Partito dell’Amore

Il leader del Partito dell'Amore

Se il capo del governo di un paese occidentale qualsiasi, mettiamo la Francia oppure la Germania o il Regno Unito definisse la magistratura come un’associazione a delinquere che cosa succederebbe?

Di sicuro dovrebbe assumersi le proprie responsabilità per una simile affermazione e altrettanto di sicuro ci sarebbero conseguenze a livello politico.

Ma se succede in Italia, dove sappiamo come funzionano le cose, la frase scivola via dolcemente. Dopo un primo, inevitabile accenno di scandalo e le giuste e indignate repliche da parte degli esponenti dell’Anm, tutto viene ridimensionato a boutade.

Ripetiamo: il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha definito i magistrati “un’associazione a delinquere” ed ha invocato l’istituzione di una commissione d’inchiesta per accertare eventuali “fini eversivi nella magistratura.”

Non c’è nulla da meravigliarsi, quindi, se a Milano sono apparsi manifesti con la scritta “Via le BR dalle Procure” oppure “Toghe rosse ingiustizia per tutti”.

Nulla da meravigliarsi perché l’esempio viene dall’alto: chi ha affisso quei manifesti non ha pensato ad Emilio Alessandrini e neppure a Vittorio Bachelet, magistrati uccisi  per mano dei terroristi e non ci ha pensato semplicemente perché non è in grado di pensare.

È il linguaggio dei partiti al governo e della stampa che è loro amica. Esemplare il titolo di Libero su Vittorio Arrigoni: Lasciatelo là. Il titolo si riferisce al corpo del volontario italiano ucciso: la madre (di certo volendo rispettare una volontà del figlio) vorrebbe che la salma, nel suo viaggio di ritorno in Italia, non passasse attraverso il suolo israeliano.

Ecco quindi il titolone con la frase ad effetto, che richiama alla mente quell’altra pagina di Libero apparsa dopo il rapimento di un altro italiano morto in zona di guerra: Enzo Baldoni. Anche lui, come Arrigoni, non era andato per combattere e anche lui fu ucciso, in Iraq. Libero titolò in modo truce Vacanze intelligenti e più sotto: In un video l’italiano rapito in Iraq. Aveva detto: “Cerco ferie col brivido.” È stato accontentato. Ora rischia di essere ucciso.

Disprezzare, denigrare, offendere, infangare: eccolo, il linguaggio di chi maneggia le parole come armi. Eccola la volgarità farsi slogan. Questo è il verbo del Partito dell’Amore.

Niente paura, comunque: fra qualche giorno qualcuno dirà di essere stato frainteso.

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7 pensieri su “Il linguaggio del Partito dell’Amore

  1. ke bellissimi kommenti, molto dottrinali,
    patetici e ridicoli quando si sforzano di meravigliarsi,
    gia’ il nostro sarebbe un paese normalizzato dai nostri kompagnuccy che tutto permettono tranne quando ci si okkupa delle loro di nefandezze, ma siccome nessun giudice oserà mai e poi mai a sfiorarli di alcunchè, eccoli che passano per santi, onorati e quant’altro.

    quindi – parliamo di mormalità varie, quelle alla Enzo Tortora da non confondresi con quelle alla dippietro storico peones dell’ineguagianza dell’aggiustizia!

    Dal momento in cui Berlusconi annunciò il suo ingresso nell’arena politica siamo stati infatti testimoni della più massiccia operazione giudiziaria mai intentata contro una persona, nemmeno i fascisti del passato regime riuscirono a tanto:

    * 90 processi,
    * 2500 udienze,
    * 500 magistrati impegnati,
    * 470 perquisizioni,
    oltre all’ episodio gravissimo come quelli avvenuti nel 1994 con la violazione del segreto istruttorio sul Corriere della Sera e nel 1996 con il caso Ariosto alla vigilia delle elezioni… ecc, ecc. dati al 2008!

    ad oggi si dovranno aggiungere un centinaio di ulteriori procedimenti …
    e c’è chi dice che i magistrati non farebbero un ca@so!

    1. Che bello questo commento o forse dovrei scrivere: ke bello kuesto kommento? I kompagnuccy? Chi sarebbero? Tutti quelli che hanno qualcosa da dire su Berlusconi e non la pensano come lui? I famosi comunisti (anzi komunisti)? Davvero una visione del mondo piuttosto ristretta oppure un’ossessione. Pensare che lui si è circondato di ex comunisti, vedi Ferrara e Bondi. Per non parlare dell’amicizia che lo lega a Putin. I guai giudiziari, poi, sono iniziati prima della sua famosa discesa in campo, anzi la discesa gli è servita proprio ad evitare questi guai. Ha in ogni caso la possibilità di difendersi come ogni cittadino: lo faccia, dimostri la sua innocenza e sputtanerà tutti i colpevolisti che lo vorrebbero in manette. Invece di bloccare il Parlamento con un manipolo di avvocati pronti a legiferare leggi ad personam. In ogni caso, chi occupa la carica di Presidente del Consiglio non può permettersi di definire criminali i magistrati e deve essere rispettoso delle istituzioni. E poi che c’entra Enzo Tortora?

  2. prima che appaia qualche saccentissima replica,
    meglio riportare alla mente cosa sia esattamente l’aggiustitia,
    quasi vent’anni fa un certo Cagliari si suicidò in carcere, uno dei suicidati nell’era dell’offensiva delle toghe-br che nessuno preferisce ricordare, scrisse una lettera alla sua famiglia che divennne documento (e prova morale) da portare come eredità politica ai posteri, in particolar modo a coloro che tutt’ora praticano l’arte delle tre scimmiette, documento che mi auguro venga utilizzato quando verrà istituita la giornata della memoria dei nostri ras dell’aggiustitia anche per dar voce all’altra parte, documento che lustri fa provocò le ire di Sgarbi che denunciò attraverso i media i signori responsabili di tale condotte, signori dell’aggiustitia che con una raffica di querele-condanne di mirabolanti velocità portarono al silenzio lo Sgarbi (e quasi alla rovina economica) in che dovrebbe— tutte cose di un paese essere

    1. E perchè le repliche a quello che dici dovrebbero essere saccentissime? Forse chi non la pensa come te è saccente a prescindere?
      Credimi, non mi piacciono i saccenti, ma neppure gli arroganti.
      Sgarbi ridotto al silenzio? Non mi pare: sono anni che urla alla televisione (Mediaset e Rai indifferentemente) e gli è sempre stato permesso di dire quello che voleva, persino di offendere, a volte.
      In quanto a Gabriele Cagliari credo che la sua morte meriti rispetto, indipendentemente dalle sue vicende personali, così come lo meritano le morti di Enzo Baldoni e Vittorio Arrigoni.
      Quel rispetto che evidentemente qualcuno non conosce, preferendo usare (e insisto) un linguaggio violento e denigratorio.

  3. %%%%
    Sgarbi (e quasi alla sua rovina economica)
    questo dovrebbe farci meditare in che paese NORMALIZZATO viviamo!

    eccovi il testo della lettera — lettera che per natura mi sento di affiancare ed equiparare ad un altro morto-ammazzato – l’on. Moro, con una sostanziale differenza, le br hanno pagato per la morte dello statista, i signori dell’aggiustitia NOOO!!
    ============================================================
    Gabriele Cagliari fu un manager di Stato, quotato in area socialista. Il 3 novembre 1989 divenne Presidente dell’Eni. Nel 1993 venne arrestato per ordine dei Pubblici Ministeri Fabio de Pasquale ed Antonio Di Pietro della Procura della Repubblica di Milano. Cagliari fu arrestato per la maxi tangente che la stessa Eni versò a quasi tutti i partiti politici per estromettere, anche in virtù di un accordo con la SAI di Ligresti, L’Ina-Assitalia per l’acquisto di Montedison. Reato gravissimo, ma la colpevolezza di Cagliari non fu mai provata perchè il processo che lo riguardava non si potè celebrare a causa della sua morte, avvenuta per quello che fu considerato suicidio il 20 luglio del 1993.

    Oggi che Di Pietro manifesta ancora una volta il suo carattere ruspante e la sua scarsa educazione, riuscendo a passare per un uomo rozzo anche quando ha ragione accusando Berlusconi di immoralità, è bene ricordare cosa scriveva del “Pool Mani Pulite” Gabriele Cagliari poche ore prima di morire in una lettera alla sua famiglia. Ricordiamolo perchè i pericoli per la democrazia e la libertà non vengono solo ed esclusivamente da Berlusconi, come dice l’ex PM molisano: vengono anche da una magistratura esagitata, che deborda dal suo ruolo istituzionale, che si accanisce contro uomini che hanno corrotto, concusso ed abusato del proprio ufficio per profitto personale e partitico, ma che sempre uomini restano.

    Lettera di Gabriele Cagliari alla sua famiglia del 10 luglio 1993

    “Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna.
    La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.
    Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.
    Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto.
    Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare
    Per di più ho sessantasette anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti.
    Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare.
    L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro “ambiente”.
    La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani.
    Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti.
    Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.
    La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente.
    Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima.
    Qui dentro ciascuno è abbandonato a stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.
    Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima.
    Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia.
    Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.
    Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica.
    Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio.
    Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori burocrati e ne calpestano continuamente i diritti.
    L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso, non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione.
    Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. E’ una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta.
    La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta.
    Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo.
    Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.
    Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a Bruna, alla quale devo tutto. Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui.
    Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro?
    Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio.
    Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri futuri, mi chiude la gola.
    Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro.
    Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo Silvano.
    Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo, secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi, scrivendoci lettere affettuose.
    Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa.
    Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena che vi lascio per lui.
    Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine, con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella, a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho trovato altra soluzione.
    Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia, l’amicizia.
    A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione.
    Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte. Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e compagna, Bruna, addio per sempre.
    Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio.
    Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta.
    Il vostro sposo, papà, nonno, fratello”

    Gabriele

    1. Su Gabriele Cagliari ripeto quanto ho detto sopra. La sua tragica morte merita rispetto, indipendentemente da quelle che possono essere state le sue vicende private. Il paragone con Aldo Moro mi sembra in ogni modo azzardato.
      Comunque tu sei libero di pensare che i magistrati siano come le BR, ma chi occupa cariche istituzionali no, non può farlo. Si innesca un gioco molto pericoloso e poi non servirà più che qualcuno dica : abbassiamo i toni.

  4. ma se il concetto d’ammore che il premier coltiva equivale al commercio ed alla svendita della propria persona, del proprio corpo e della propria dignità, cosa ci aspettiamo dal suo seguito in libro paga?
    solo vergogna.
    la cosa peggiore è che gl italiani ormai sognano di svendere la propria dignità pur di essere in quel libro paga, in fondo una marchetta ben pagata costa meno di un mese di fabbrica e sudore.
    questo rivoltamento etico e morale è la rivoluzione del berlusconismo, iniziata, ad onor del vero, all’epoca del craxismo ed ora giunta all’apice del voltastomaco.

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