Ritrovamenti – Le poesie di Franco Ferreri

Ritrovare su uno scaffale della libreria di casa un vecchio numero di Anterem (n. 14-15 Agosto – Dicembre 1980), osservare per un istante la spartana copertina con la scritta nera su fondo arancio e poi cominciare a sfogliare le pagine. Non si tratta di un ritrovamento casuale, ma cercato e voluto. Quello che cercavo lo trovo subito a pagina 2, appena dopo la prima pagina introduttiva. Si tratta delle poesie di Franco Ferreri, poeta originale quanto sconosciuto. Dell’autore ho sperato invano di reperire notizie su Internet; le sole cose che so di lui si possono leggere direttamente nella pagina introduttiva prima citata. Morto suicida nel 1978 in ancor giovane età, fu poeta e collaboratore egli stesso della rivista. Di lui le Edizioni Anterem raccolsero molti inediti in un quaderno intitolato Carezzare la tartaruga, pubblicato nella collana Limina nel 1979.

Ricordo che questi versi, fin dalla prima lettura, colpirono allora la mia fantasia di giovane poeta alle prese con i suoi primi, timidi e a volte velleitari tentativi di scrittura.

La poesia di Franco Ferreri è scomoda per i contenuti, ma è anche scomoda, in senso fisico, per chi la legge. Il poeta volutamente procede sviando il lettore, infilandolo in strade che poi abbandona a metà percorso. Parole troncate all’improvviso e altre parole con cui gioca, tra assonanze e rimandi, sberleffi e pugnalate, spiazzando continuamente. La materia con cui Ferreri costruisce le proprie composizioni è materia grezza, ma vitalissima: anche a più di trent’anni di distanza.

“Lo sprezzo e il sarcasmo sono le armi adottate dalla parola. Ferreri si lascia invadere dalla materia che intende rifiutare.” (Anterem, n.14-15, Agosto – Dicembre 1980)

OH, MENTULA

il dolore più nulla ormai

non ricordo la nebbia, il torpore

delle tue mani nere, un po’ per

giorno palmo a palmo ho sentito

il silenzio all’ombra dei palazzi,

cosa sono i ragazzi? avevano bi

sogno di qualcuno come cani trafe

lati. Una candela la notte, e igno

to l’amor dell’amore – un caro

trasporto ci affratella nel fondo

ferocia

bianchi uccelli

stiamo uscendo tutti,

i gabbiani non sanno, non sanno

senza amore non c’è compagno

e la forza dei bufali è legata

ai pellirossa, fucina d’alta acci

aieria.

*        *        *

TRE GRANDI SOTTO SILENZIO

la stanchezza della Voce – sì con

quella V, e cantare la storia miserabile

di un solo destino,

si piega la luce, sa quale sguardo in

crociato, ma va già meglio nonostan

te la lue e l’epatite – già siamo

in due,

il vezzo del centro storico, gli appassiti

murales di tordi nona, gli sfratti e lo sblo

cco dei fitti – come si aumenta eh? quando

qualcuno vuol toglierti anche quella sedia,

mancano i tre gradini, quelli che fan

no di un romano disgraziato diplomato

– questa è già massa, folle inconteni

bili di pessimi pensieri, dove chissà

impera, e c’è chi crede che disperi,

questo è il sogno di un pazzo, un’

etichetta come tante, tanto per sen

tirci stretti. E allora siamo tanti,

tanti.

*        *        *

GRANDI MASSE IN CAMMINO

Laura aveva un auzel gentile

come un’anatra lessa,

aveva la vaga scorpena simbolica

e iniziatica,

aveva Laura lo scudiscio nel

cervello d’un idiota demiurgo

e notturno,

nella sua elasticità le rotelle del

sapone s’inchinavano. Ma Laura non

esiste, l’avete inventata voi.

*        *        *

LA CHECCA IN GABBIA

nella massa la carne ha la sua

checca, ed è un bambino che le porge

la carne, ed essa risponde,

quando la volpe le fece scivolare il

formaggio la checca fu felice perché

la volpe dovette accontentarsi,

non sono un ornitologo, ma

guardo la gabbia della checca ben

protetta dalla volpe, la checca la

checca chiusa nella gabbia che implora

il gesto di un bambino.

*        *        *

LI MORTACCI TUA

se dicessi vaffanculo al barista

il barista romperebbe i miei sogni

facendomi affacciare alla porta

– una di quelle fughe che fanno

dei vecchi maestri complici del

cosiddetto VAF 69. Siamo volga

ri – percarità, vaffanculo non

si dice mai – forse una beretta

o una colt, col rinculo, potreb

be  stabilire un vero vaffanculo.

*        *        *

DELLE FARMACIE

al mutuato magari danno la cocaina

– pagando a parte. E questa gilda

di stronzi, con la ricetta in regola

distinguono con un tranquillante

disarmante il loro menefreghismo,

la necessità del malato che paga

la sua malattia. Toglietegliele le

farmacie . è gente inadatta:

riportateli a scuola e al fisco.

*        *        *

MOSE’

ho visto con la mia faccia

lo slittamento, fiaccole sotto

il palco. Sto male. È eviden

te. La fede azzurra dell’eco

nomia, nerbo e sette cani,

il tacco di questa nazione

libera. Il tempo non è cam

biato, impossibile cambiare.

Quella che fu gestapo è trop

po viva, quella da cui prese il

nome e le facce che possiamo

ricordare. Ho visto la mia

faccia, la visione di caino, il

formaggino del tenente Sheridan,

l’urlo del bambino che ci

terrorizza. Egli avrà senz’altro

yogourt e coca-cola, un pianeta

di piramidi senza mosè. E come

facemmo respingerà chi è nato.

Franco Ferreri, Carezzare la tartaruga, Edizioni Anterem, 1979

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