Scrittori, scriventi, sciacalli

Che cosa occorre per essere definito uno scrittore? Un curriculum vitae colmo di pubblicazioni non può essere sufficiente, occorre ben altro. Vendere centinaia di migliaia o addirittura milioni di copie non può bastare a dare la definizione di scrittore.  Qualche anno fa sentii pronunciare da Giovanna Zucconi in una trasmissione televisiva la seguente frase: “Esistono molti scriventi, ma pochi scrittori.” Illuminante, direi. Di gente che scrive ce n’è fin troppa, rispetto al numero di lettori. Federico Moccia, allora, che cos’è? Straletto, stravenduto, tradotto all’estero, eppure sembra più un manager che uno scrittore. Un ottimo manager di sè stesso, intendiamoci, se riesce contemporaneamente a curare un blog sul sito della casa editrice Feltrinelli e a scrivere articoli su Libero. E proprio su questo giornale è apparso oggi un articolo dell’autore di Tre metri sopra il cielo dedicato alla tragedia di Yara Gambirasio, la ragazza di Brembate ritrovata morta ieri pomeriggio. Titolo dell’articolo: “La bimba che non volerà tre metri sopra il cielo.” E bravo Moccia, che furbetto! Già nel titolo dell’articolo riesce ad autocitarsi, del resto lo abbiamo già detto: ottimo manager si sè stesso. Moccia si chiede sgomento: “A cosa potrà servire quello che scrivo?” A che cosa, non si sa; a chi, forse sì. Lo scrittore (scrivente) passa alla descrizione della ragazza, descrivendone il sorriso con l’apparecchio ai denti, la carnagione, le treccine. Inizia poi a scrivere una lettera alla ragazza, immaginandone i primi turbamenti, il primo amore e lasciandosi andare in un poco edificante racconto di immaginaria vita quotidiana.

Perchè tutto questo? Perchè ogni volta che succede una tragedia c’è qualcuno che si sente in dovere di dire la sua, anche se quello che dirà non sarà utile a nessuno? Oggi pomeriggio a Domenica In l’inevitabile (ma perchè poi inevitabile?) dibattito condotto da Massimo Giletti con Sgarbi, Borghezio, Sposini, Davi ed altri. Tutti arruolati nel medesimo esercito dello sciacallaggio televisivo, insieme a Brachino, Meluzzi, D’Urso, per non parlare di Vespa che immaginiamo alle prese con il progetto di un nuovo plastico da esporre.

Scrittori, o forse soltanto scriventi dicevamo, tutti comunque abilitati ad esprimere opinioni sia che si tratti dell’omicidio di una ragazza oppiure della condizione della donna nei paesi islamici. Pronti a disquisire di burka, coppie di fatto, droga, violenza, sempre con il medesimo limnguaggio e con il medesimo ghigno.

Televisione come effetto e come colpa. Attendiamoci ore di trasmissione dedicate alla povera Yara, così come è stato e continua ad essere per Sarah Scazzi  o per le piccole gemelle svizzere Alessia e Livia. Per il momento non ci resta altro da fare che cambiare canale.

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